La storia del giovane rampollo che diveta truffatore milionario

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IL GIOVANE È COINVOLTO IN UN TRAFFICO INTERNAZIONALE DI AUTO

Pubblicato su Alganews 

di Francesca Lagatta

S. è uno dei tanti con cui la Giustizia italiana non è riuscita  a fare il proprio dovere. Sulla carta d’identità è un giovane rampollo, figlio di buona famiglia, avvocato. Ha capelli biondi e occhi chiari, ma per lo Stato è  latitante dallo scorso luglio e ricercato essere diventato un truffatore milionario. Con i soldi rubati a chissà chi, starà  trascorrendo la sua latitanza sotto le palme su di un isolotto sperduto, con il viso trasformato da ore e ore di plastica facciale.

Ma come? Torniamo indietro di qualche anno. S, come già detto, è figlio di un noto avvocato. È il febbraio di cinque anni fa, quando scoppia un vero e proprio scandalo a Roma. Si ipotizza il traffico internazionale di auto di grossa cilindrata, si parla di auto fantasma e di polizze e incidenti stradali creati ad arte. Sono coinvolti e arrestati avvocati, giudici di pace e vigili urbani. È un vero e proprio scoop e i quotidiani scrivono  pagine su  pagine. S., intercettato in carcere a colloquio con la madre, svela  di possedere una cifra di circa cinquecentomila Euro tra le mura di casa. I carabinieri vanno, trovano i soldi, tutti in contanti. Tra le altre cose, in casa sua vengono rinvenute divise e distintivi, che ovviamente non gli appartengono e che servono unicamente a inscenare i finti incidenti. S. fa qualche mese di carcere, poi esce. È un uomo libero. È talmente libero che ricomincia a compiere truffe in tutta tranquillità. E continua ad accumulare cifre per milioni di Euro. È troppo tardi quando le forze dell’ ordine si destano e cercano di braccarlo. Ha accumulato abbastanza da poter scappare in qualche angolo del mondo e poter campare di rendita per mesi, forse per anni.

Ma torniamo alla vicenda di cinque anni fa. E qui viene il bello. Le persone coinvolte sono accusate di associazione a delinquere finalizzata alla truffa. Così dice la Magistratura. Ma i conti non tornano. Tra le persone coinvolte c’è chi non conosce nessun’ altra persona arrestata nella stessa inchiesta. Lo attestano la mancanza di intercettazioni telefoniche tra le parti. L’associazione si ha tra tre o più persone, l’ accusa non regge. E regge ancora meno la finalità alla truffa, se dagli atti risulta che alcune persone arrestate con quell’ accusa non hanno mai ricavato un solo centesimo di Euro dalle truffe di cui sono accusate. Come si trovano coinvolte dunque quelle persone? I motivi sono due e il primo è piuttosto semplice. S, forte del cognome che porta addosso e del visino da bravo ragazzo, invia ad un ignaro Giudice di Pace pratiche che in realtà erano truffe. Queste pratiche, che all’apparenza sono esattamente come le centinaia  e centinaia di pratiche che arrivano nei tribunali ogni giorno, sono bastate alla Magistratura per infliggere il carcere a chi ha fatto esclusivamente il proprio dovere, per dare del delinquente a chi non lo è e per dare del truffatore a chi non ha guadagnato un solo Euro da questa triste storia. Il secondo motivo è che in Italia le indagini spesso sono fatte più con i piedi  che con la testa. Si arresta qualcuno, per assecondare l’opinione pubblica, per fare lo scoop, per errore del Magistrato di turno, poi boh, chi lo sa se il colpevole è dentro o è fuori, e poco importa. Si fanno deduzioni alla cieca, si tralasciano prove importanti, le intercettazioni telefoniche sono a libera interpretazione. Quando a volte basterebbe soltanto far funzionare il cervello, mettersi una mano sulla coscienza e applicare la Legge.