IL MIO INCONTRO CON FABRIZIO CORONA, UN UOMO FRAGILE E IMPAURITO

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Pubblicato su Alganews

Il Re dei Paparazzi raggiunto proprio dopo l’ennesima bravata

«Puoi aiutarmi?». «No!». Comincia così il mio incontro con Fabrizio Corona, lo scorso maggio in un locale al centro di Roma. Lui è seduto al tavolo in compagnia di uno dei suoi più cari amici, Gianluigi. Non si capisce bene se stanno consumando la colazione o pranzano, è mezzogiorno e sul tavolo vedo di tutto, dall’insalata al cappuccino. Un amico in comune ha fatto in modo che lo incontrassi. Avevo bisogno di nomi forti, di giornalisti, di qualcuno che mi desse gli agganci giusti per gridare il mio disappunto sulle condizioni della Calabria. Suo papà, Vittorio, è stato uno dei più illustri in Italia.

Lo avevo sempre immaginato come uno spavaldo che aveva saputo costruire il suo personaggio televisivo sulla falsa riga di James Dean, ma che il personaggio fosse ben distinto dalla persona, forse garbata e gentile. Prima lo scorgo da lontano, lo osservo un po’. Ha una camicia azzurra e dei pantaloni aderenti. È così ordinato e perfetto che non sembra vero. Ha il viso un po’ corrucciato, l’aria da duro e parla in modo piuttosto agitato con l’amico, pare preoccupato. Poi improvvisamente si dà arie da spavaldo e cambia il tono di voce e l’espressione del viso. Si rilassa sulla sedia, allunga le gambe. Ma dura poco. Passano pochi secondi e appare addirittura impaurito. Poi ancora una volta cambia espressione e gesticola sicuro di sé e sembra ridere. Con la bocca, non con gli occhi. Sembra  essere in preda ad un attacco di depressione bipolare. Rimango attonita, ma incuriosita mi avvicino e lo saluto timidamente. Lui smette di parlare infastidito, non si gira neanche a guardarmi. Gianluigi, invece, si mostra molto cortese, mi sorride e mi chiede se voglio fare una foto con Fabrizio. Gli spiego che ho bisogno di mettermi in contatto con delle redazioni giornalistiche. E mi giro verso Fabrizio: «Puoi aiutarmi?». «No – risponde secco –. Io non conosco nessuno». E comincio a ridere di gusto. Capisco che non ha voglia di dialogare con me e saluto per andare via.

«No aspetta – risponde l’amico -. Dai, certo che può aiutarti, è solo un po’ nervoso. Come ti chiami?». Mi giro verso Fabrizio che non distoglie lo sguardo dal suo amico neppure a pregarlo e porgo la mano per presentarmi. «Ma non vedi che ho una mano rotta?», mi dice arrabbiato. Non potevo vedere la sua mano che teneva sotto al tavolo, ma quando la alza per farmela vedere, noto che è fasciata e tumefatta e ha anche un livido all’occhio sinistro. Poi mi giro verso Gianluigi, lui alza entrambe le mani e me le mostra. Ha le braccia steccate e fasciate fino ai gomiti. Rimango di stucco e chiedo a bassa voce cosa fosse successo. «Siamo appena usciti dal pronto soccorso, anzi, no dalla questura», e scoppia in una fragorosa risata. «Loro erano venti, noi solo due, ce le hanno date ma anche loro le hanno prese!». È l’ unico momento in cui Fabrizio accenna un sorriso, poi torna subito serio quando gli dico ironica: «un’altra bravata di Fabrizio Corona. Questa volta ne vengo a conoscenza ancor prima dei giornali. È un momento storico». Penso che si sia potuto offendere, invece lui non se ne cura, guarda negli occhi l’amico ed esclama: «Dobbiamo andare via immediatamente, la Polizia mi starà cercando». L’amico fa segno di calmarsi, gli fa capire a gesti che è tutto ok. «È un ordine», ribatte lui, battendo forte il pugno destro sul tavolo con piglio hitleriano. Io lo guardo incuriosita, non riesco a capire il suo stato d’ animo, si calma e si arrabbia di continuo, cambia umore ogni tre secondi. Impossibile incrociare il suo sguardo, è gelido, è un muro che non puoi valicare. Nella sua rabbia mi fa tenerezza, sembra che si senta forte ogni volta che urla e impone la sua volontà e poi subito dopo si rannicchia come un bambino che ha paura di essere sgridato.

Penso tra me e me che forse ho sbagliato persona ed è meglio andar via, così li saluto, un po’ delusa. Fabrizio mi guarda con aria di superiorità mentre mi allontano, non fa una piega, lo noto dallo specchio che ho di fronte. Poi improvvisamente cambia espressione, mi fa cenno con la mano e mi impone l’alt. «Aspetta – mi dice –, prendi questi numeri, sono i migliori giornalisti che potrai incontrare». Rimango sbigottita all’ennesimo cambio di umore in pochi secondi. Riesco solo ad annuire con la testa e lo guardo quasi impaurita. Ciò che mi impressiona è che ogni volta che apre bocca sembra sempre una persona diversa da quella di pochi istanti prima. Poi, addirittura, mi dice con toni gentili: «Ti lascio il numero degli uffici della Corona’s, se hai bisogno chiama, ok?». Io, sempre più allibita, sorrido e ringrazio.

L’aria sembra essere più rilassata, cosicché riesco a guardarlo meglio in volto. Ha l’aria triste e quegli occhi hanno decisamente qualcosa che non va. Sono persi nel vuoto, guardano ma non vedono. Prova a stringere i pugni in segno di rabbia ma sul viso si intravede subito una smorfia di dolore, provocata dalle ferite. «Che abbiamo combinato Gianluì?», chiede con voce sottile, come un bambino spaventato che vuole essere rassicurato. «Stai tranquillo, è una cosa da niente», risponde l’amico fiero e sicuro di sé.

Poi mi chiede se voglio fare una foto con lui ma gli dico che non mi sembra il caso, e lo guardo per vedere la sua reazione. «Su, avvicinati – mi fa cenno con la mano, quasi come a chiedermi scusa -, ma non dirmi di sorridere». «No, va bene lo stesso. Sei bellissimo anche quando sei arrabbiato», gli rispondo per compiacerlo, come se poi non fosse la verità. Scattiamo la foto, lui è una statua, impietrito ma poi si appoggia col capo vicino al mio. «Allora me lo dai questo bacio che è tardi?», mi dice serio. E scattiamo un’altra foto. Poi non so perché, mi sfugge una frase: «Capisco di non essere Belen, ti devi accontentare». È un attimo. Nello stesso istante in cui pronuncio quel nome mi guarda fisso negli occhi, intravedo tutta la sofferenza di un uomo ferito. Quel metro e novanta d’ uomo si è fatto piccolo piccolo. In quel momento ne ho visto tutta la fragilità. Ho capito in quei pochi secondi che Fabrizio Corona non è il bello e dannato che vuol sembrare, ma un uomo sensibile e fragile, catapultato in un sistema che non ha saputo gestire. E ha perso il controllo. D’ un tratto si alza di scatto, afferra la giacca con forza e scappa verso la porta. «Devo dire a Belen che io non c’entro niente. Muoviti, andiamo via di qui». Il suo amico si alza svogliatamente dal tavolo e mi saluta. Poi mentre va via lo sento gridare: «Stai impazzendo, calmati!».

Rimango inerme per qualche secondo. Penso che un uomo così non merita di essere arrestato, ma di essere aiutato. Che bisogna conoscere le persone prima di giudicarle. E Fabrizio Corona non fa eccezione. Un uomo come lui commette gli errori e se ne pente subito dopo, lo fa per dispetto, per orgoglio, per dimostrare a sé stesso di essere forte, ma non lo è. Nonostante conoscessi tutte le sue vicende giudiziarie, averlo di fronte e pensare che fosse un delinquente mi sembrava impossibile. La sua, d’altronde, è una famiglia di Magistrati da più generazioni.

Non nascondo di avere una simpatia nei suoi confronti, ma non sono di parte quando penso che forse Fabrizio Corona è stato condannato in modo imparziale. Cinque anni di carcere sono troppi se consideriamo estorsione una pratica assai diffusa nel mondo dei fotografi dei vip e talvolta benedetta dalla vittima che può così continuare a nascondere un’altra vita per non perdere reputazione e famiglie. Essere famosi ha i suoi lati negativi, ed essere riconosciuti e fotografati è uno di questi. Se poi si riesce ad evitare la pubblicazione tanto meglio. E i soldi a volte risolvono tutto. Ma sono altre le minacce, le estorsioni che meritano di essere punite pesantemente. Lo stesso Trezeguet, il calciatore milionario protagonista delle foto incriminate, ha affermato: «Gli diedi venticinquemila euro per farmi il favore». Corona ha solo esagerato, come sempre. E quando ho saputo della sua condanna mi è molto dispiaciuto. Ho pensato ai tanti strozzini liberi che ogni giorno rubano il pane alle famiglie e le gettano nella disperazione. Ancor di più mi sono dispiaciuta saperlo latitante. Immaginavo che avesse paura, ho temuto che commettesse qualche sciocchezza. È troppo fragile. Lo avevo detto che la sua fuga sarebbe durata solo qualche giorno. Anche in virtù di ciò che ebbi modo di constatare il giorno che lo incontrai, sapevo che avrebbe fatto il dispettuccio e poi, come sempre, si sarebbe pentito.

Ora, a poche ore dall’arresto, minaccia di querelare chiunque dica che ha pianto, perché non è vero. E invece avrà pianto tanto quando si è costituito ma non vuole che gli altri pensino di lui che sia un uomo normale, con fragilità e paure. Ci ha messo così tanto a costruirsi il personaggio da super uomo. Ma ora tutto questo conta poco. Per la magistratura italiana Fabrizio Corona è un estorsore e per lui si sono riaperte le porte del carcere. Spero solo che anche questa volta saprà sfruttare al meglio i suoi giorni in prigione e che l’orgoglio di uomo perbene a cui è sfuggito il controllo, non lo induca alla pazzia.

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