SARAH SCAZZI, DELITTO PERFETTO?

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Pubblicato su Alganews

MANCA LA PROVA REGINA, IL PROCESSO POTREBBE PORTARE ALL’ASSOLUZIONE DEGLI IMPUTATI

Sarah Scazzi scompare il 26 agosto del 2010. Sembra essere svanita nel nulla in quei settecento metri di strada che dividono casa sua da quella di sua cugina Sabrina Misseri, dov’era diretta prima che se ne perdessero le tracce.

Passa un mese e mezzo di speranze e di attese che si sgretolano quando zio Michele dice di aver ritrovato tra le sterpaglie il cellulare bruciato della nipote. Gli inquirenti non si lasciano ingannare e la notte del 6 ottobre Michele Misseri viene tratto in arresto con l’accusa di omicidio. Ma quell’ uomo minuto, così ingenuo, dalle mani devastate dal lavoro nei campi, fa fatica a passare per un pazzo omicida. Quasi quasi non ci crede nessuno. Chi lo conosce lo descrive come una persona perbene, un gran lavoratore, mai sopra le righe. Piuttosto si dice che fosse succube di moglie e figlia.

Michele Misseri

Lui dapprima si dichiara innocente, ma poche ore dopo, sotto la pressione di un interrogatorio estenuante, confessa di sapere dov’è sepolto il corpicino della piccola Sarah. La ritrovano in fondo ad un pozzo in un terreno di proprietà dello stesso Misseri e le condizioni della giovane sono indicibili. Il corpo è rimasto immerso nell’acqua per oltre un mese, il che rende impossibile qualsiasi tipo di esame approfondito. Da qui, comincia una serie infinite di menzogne che renderà il caso Scazzi il più enigmatico degli ultimi vent’anni. Sì, perché quando il delitto sembra essersi risolto nel giro di poche ore, improvvisamente Michele Misseri cambia versione e accusa la figlia Sabrina. Dice che è stata lei a strangolarla, lui ne ha solo nascosto il cadavere. Gli inquirenti non sembrano sconvolti dalla notizia, pare addirittura che la confessione dello zio è una pista che loro avevano già individuato. Sabrina viene arrestata e ben presto si trova un movente sul quale costruire l’accusa. Si scopre che aveva perso la testa per Ivano, giovane e aitante avetranese, il quale, a sua volta, nutriva un forte affetto per la giovane malcapitata. Si parla di migliaia di messaggi, di telefonate, di gelosie asfissianti. Si capisce, insomma, che la frequentazione tra Sabrina e Ivano era sfociata in un’incontrollabile ossessione da parte della cugina della vittima e che, probabilmente, a scatenare la follia omicida fossero state le attenzioni del giovane nei confronti di Sarah. Il quadro sembra chiaro. Sembra, appunto, ma non lo è.

Cosima Serrano

Sabrina si difende a spada tratta, proclama la sua innocenza, definisce il padre come un pazzo bugiardo e trova conforto nella difesa da parte della madre. Già, sua madre, glaciale matrona che parla a stento. Si scopre di lei che costringeva suo marito a dormire su una sedia dopo una giornata passata a lavorare nei campi e che come cena gli serviva gli avanzi del pasto che aveva consumato con sua figlia. E per finire, a zio Michele, toccava lavare anche i piatti prima di andare a dormire. Insomma, alla luce di ciò che viene fuori, pare che se c’è un mostro, non sia proprio il contadino di Avetrana. Cosima Serrano, dunque, mamma di Sabrina e zia della vittima, che in un primo momento aveva preso le distanze dal marito, chiede di poterlo incontrare in carcere. Le intercettazioni ambientali riveleranno come la donna chieda velatamente a suo marito di dire la verità, la sua, e cioè che l’artefice del delitto sia lui e non sua figlia. Detto fatto.

Il contadino, risaputamente analfabeta, sfoggia dal carcere un parterre di lettere dettagliate dove fa dietro front sulla confessione e urla con determinazione tutta la sua colpevolezza. Chiede scusa a sua figlia per averla coinvolta e dice ai magistrati che lei è completamente estranea ai fatti. Gli inquirenti lo definiscono mentalmente instabile e testimone poco credibile, tant’è che nel corso delle indagini finisce in carcere, oltre a sua figlia, anche sua moglie. Ma scarcerano lui, ritenuto complice e non esecutore materiale del folle gesto. Come se occultare il corpo di una ragazzina, gettandolo senza pietà a sei metri di profondità, fosse considerato un reato minore a tal punto che, anche alla luce di una confessione, non prevede la reclusione fino alla fine del processo. Vabbè, ma questa è un’altra storia.

Comincia, a questo punto della vicenda, il solito delirio mediatico. Zio Michele passa da un programma televisivo all’altro come se fosse una star. E quello che pare essere uno sporco teatrino di accuse e bugie, potrebbe rivelarsi addirittura un’efficacie strategia di vittoria. Come? Come ben saprete, i gradi di giudizio della magistratura italiana sono tre: Primo grado, Corte d’Appello e Corte di Cassazione. Nella sentenza di primo grado l’accusa formula la condanna che, grazie agli avvocati della difesa, spesso viene ridotta (ma questa non è una regola) nella sentenza della Corte d’appello. Quando si arriva alla Corte di Cassazione, ultimo grado di giudizio e quindi definitivo, i giudici, in base al codice deontologico al quale si ispira la loro professione, formulano la condanna in relazione alla cosiddetta “prova regina” e cioè la prova inconfutabile di colpevolezza, senza la quale non ci può essere, dunque, un condannato.

Facendo, quindi, il punto della situazione sul delitto Scazzi:
-Michele Misseri si dichiara colpevole, ma cambia versione ogni qual volta gli si chiede di descrivere in che modo abbia ucciso Sarah. Non è chiaro neppure con che cosa l’ abbia uccisa, a volte parla di corda, a volte di cintura. Fatto sta che l’arma delitto non è stata mai ritrovata. Non si è mai neppure risaliti ad un probabile movente.
-Sabrina Misseri è la persona indicata dagli inquirenti come l’autrice del delitto. È l’unica che potrebbe aver avuto un movente che giustificasse, si fa per dire, l’assassinio. Ma si proclama innocente e non confessa.
-Cosima Serrano, è indicata dagli inquirenti come complice e testimone oculare del delitto. Si dice completamente estrenea ai fatti.
L’ arma non ritrovata, l’impossibilità di fare analisi approfondite sul corpo della vittima e la mancanza di testimoni credibili fanno sì che il delitto si allontani sempre più dalla verità processuale. E se le prove rimarranno allo stato attuale, la Corte di Cassazione sarà “costretta” ad assolverli tutti e tre per mancanze di prove.

Che l’ingenuo contadino di Avetrana, non sia poi così tonto?