TAGLI ALLA SANITÀ, NEL MIRINO ANCHE L'OSPEDALE SPALLANZANI

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Pubblicato su Alganews

È una fredda mattina di gennaio, sono passate da poco le nove e trenta del mattino quando ricevo una di quelle telefonate che non avrei mai voluto ricevere: un caro amico scopre di dover lottare contro una brutta malattia. Cosicché, dopo appena una settimana mi ritrovo nel piazzale dello Spallanzani, immenso e imponente plesso ospedaliero capitolino, specializzato nelle cure di alcuni tumori e delle malattie infettive. Lo guardo da fuori, con perplessità. C’è un via vai di persone, camminano tutte a testa bassa. Mi sembra normale, chi entra in quell’ospedale non va certo in gita di piacere. Capisco sin da subito che quell’esperienza mi segnerà.

Entriamo. È un ospedale ordinato e pulito, quel che infastidisce è il silenzio assordante di  centinaia di persone, ognuna raccolta nel proprio dolore.  Eppure in mezzo a tanto sconforto, riesco a parlare con qualcuno che ce l’ha fatta, qualcuno che è lì ma sta guarendo, che a sua volta mi racconta di aver conosciuto gente che da quell’ospedale ne è uscita completamente guarita. E ogni persona con cui scambio due chicchiere, ci tiene a sottolineare che gli infermieri sono stati di grande aiuto nella loro personale battaglia alla vita, che con amorevolezza hanno dato loro conforto e speranza nei momenti bui. Il resto l’hanno fatto i medici straordinari che vi operano, che ogni giorno tentano l’impossibile pur di ridare la vita a chi viene colto dalle più disparate malattie.

Ma non faccio in tempo a gioire. Mi ritrovo nell’atrio all’ingresso dell’uscita di via Portuense, c’è un piccolo bar che è il punto di ristoro di familiari e amici in cerca di una pausa caffè che inganni il tempo durante le attese estenuanti. Vedo delle colonne davanti a me, sulle quali vi sono dei cartelloni affissi. È una forma di protesta da parte dei cittadini che si oppongono alla riconversione dello Spallanzani.

Sui cartelloni leggo scritte al vetriolo e vignette a dir poco esilaranti. Anche se da ridere c’è ben poco. Non posso dirvi quello che ho pensato in quel momento perchè sarei soggetta a querela, ma vi posso assicurare che al Ministro Bondi e al Ministro Balduzzi avranno fischiato le orecchie per un bel po’. So bene cosa vuol dire riconvertire un ospedale. In teoria significa trasformarlo in Casa della Salute priva della rete emergenza/urgenza ma rafforzata di ambulatori e servizi. Nella pratica vuol dire soltanto ospedale chiuso. I servizi diventano disservizi tra leggi interpretate con il criterio del libero arbitrio e responsabilità scaricate a qualcuno che nella realtà non esiste.

Una gentile signora, mi ha spiegato che l’accorpamento dovrebbe essere effettuato con l’ospedale San Camillo, che ad onor del vero, dista solo poche centinaia di metri dal primo. Ma saranno in grado di poter gestire in un solo ospedale, già di per sé sovraffollato, l’arrivo di altre centinaia di pazienti con malattie gravi e specifiche? La risposta è certamente no e quel che è peggio è che i signori Ministri lo sanno bene.

La sanità italiana è fortemente indebitata e questo è fuori da ogni personale considerazione. Ma questi politici che ci governano, non la staranno prendendo  come una scusa bella e buona, la questione dei tagli alla sanità? È proprio necessario chiudere un ospedale come lo Spallanzani e continuare a tenere tante auto blu? È necessario donare quattro miliardi di euro al Monte Paschi di Siena e lasciar morire un presidio ospedaliero di tale portata? Anche qui la risposta è no, ma quel che c’è dietro queste incredibili decisioni lo sanno soltanto loro. Peccato che noi cittadini siamo del tutto impotenti di fronte a tanto potere. Quel che possiamo fare è soltanto augurarci che il prossimo Ministro alla Sanità si metta una mano sulla coscienza e soprattutto si metta nei panni degli ammalati e dei loro familiari.

Mi auguro che si pieghi di fronte a tanto dolore e che possa ridisegnare una sanità che in Italia non esiste più. Mi auguro che possa mettere fine a questa colossale ingiustizia, che possa eliminare certamente gli sprechi, ma che possa dare a tanti ammalati la speranza di poter riavere indietro la propria vita. Mi auguro, insomma, che il prossimo Ministro alla Sanità, prima che un politico, sia un uomo.