Non suicidatevi, ribellatevi al destino

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Pubblicato su Alganews

Nicola Carraro: un altro nome, un’altra morte, un altro duro colpo da digerire stamattina al risveglio. Nicola Carraro era un uomo salernitano di sessantadue anni, l’ultimo in ordine di tempo di una lunga lista di uomini e donne che stremati dai debiti e stanchi di una vita di stenti spazzano via la propria a suon di pallottole e cappi al collo. Non erano questi i patti, non doveva finire così quest’Italia bella e occidentale che per decenni è stata la culla del divertimento e del benessere. Cosa sta succedendo? E’ in giro forse un’epidemia, è in atto un lungo e straziante suicidio di massa? Fermatevi a ragionare.

Il dopoguerra ha regalato al Belpaese anni d’oro, uno boom economico invidiabile che ha reso questa Nazione una delle più vivibili e industrializzate del mondo. Ma insieme alla prosperità economica ha trasformato le generazioni in persone omogenee e prive del senso di sacrificio. “Tutto e subito” sono le parole che suonano quasi come un imperativo categorico, un credo quasi religioso. Cosicchè davanti alle difficoltà, scappiamo a gambe levate, finchè possiamo, dopodiché ci sottraiamo completamente al dovere e al diritto di vivere. Sono lontani i tempi in cui i nostri padri generavano squadre di pargoli che crescevano nel migliore dei modi pur essendo poverissimi. Sono lontani i tempi in cui i nostri padri, si ribellavano a una vita di stenti e con le valigie vuote ma di cartone, raggiungevano altri continenti e ricominciavano una vita che molto spesso la storia ci ha raccontato essere diventata ricca e prospera.

La disperazione c’è, è nell’aria e la si tocca con mano, ma pochi provano a mettersi in gioco e a cambiare il proprio destino. Facciamo tutti la voce grossa nelle sedi comunali pretendendo un lavoro che contrariamente a quanto si possa credere, non ci spetta di diritto; interpelliamo gli amici che contano affinché ci trovino una sistemazione magari, perché no, in un palazzo di potere; ci sentiamo tutti tronisti con il diritto di esigere soldi facili e senza sacrifici; ci arrabbiamo di continuo per quel lavoro che lo Stato dovrebbe garantirci e che puntualmente non ci dà, sperando invano un miracolo da chi di con la santità c’entra poco.

Aspettiamo, chiediamo, cerchiamo sempre che qualcuno faccia qualcosa al posto nostro. Poi, però, siamo sempre pronti a voler fregare il prossimo eludendo la fila, il ticket, le tasse, i bandi. Siamo abituati ad uno spirito di sacrificio pari a zero e l’inventiva è solo uno sconosciuto termine del dizionario italiano. Per questo quando leggo di nuove morti per lavoro, comincio ad essere diffidente, indispettita, diciamolo pure, infastidita. Il suicidio è un gesto estremo e contro natura e la scusa della disoccupazione comincia a fare acqua da tutte le parti. Un giovane di trent’anni ha un miliardo di possibilità, perché sceglie quella più breve e distruttiva? E un padre sessantenne, magari proprietario di immobili, perché non tenta il tutto per tutto prima di privarsi della sua unica vita pur di non passare agli occhi di questa società piena di falsi miti come un fallito? Il fallimento fa parte del gioco, dell’esistenza, gli stessi animali arrivano alla soluzione tramite prove ed errori. Ma chi lo ha detto che dobbiamo essere tutti Silvio Berlusconi o Belen Rodriguez? Dove sta scritto che se non hai una Vuitton al braccio non sei nessuno? Da quando in qua un uomo ama una donna solo se perfetta? Perché mai un uomo che lavora come operatore ecologico dovrebbe sentirsi inferiore a uno dei tanti politici che affollano  le sedi di governo?

Che il mio sia un monito a tutti coloro sono in preda alla disperazione o sull’orlo dell’insano gesto. Reinventatevi, ricominciate da capo, partite da zero, abbiate coraggio, partite, esplorate nuovi mondi. Insomma, non suicidatevi, ribellatevi.