LA VITA DI STEFANO CUCCHI VALE UN MILIONE E 300 MILA EURO

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Pubblicato su Alganews

Di Francesca Lagatta

“Povero chi se ne va, che chi resta si sistema”.

Suona più o meno così la traduzione in italiano di un detto molto in voga dalle mie parti. Devono averlo pensato anche i giudici che hanno deciso di dare un risarcimento di oltre un milione e trecentomila euro alla famiglia Cucchi per la morte di Stefano, geometra romano di 31 anni.

Così l’impatto mediatico che ha suscitato il caso viene messo a tacere, lasciando intendere che giustizia è stata fatta. Ma così non è.

Stefano Cucchi muore il 22 ottobre dl 2009 nella cella del carcere del Regina Coeli, dove era detenuto per essere stato trovato in possesso di 21 grammi di hashish, appena sette giorni prima. Ma tanti ne sono bastati perché il giovane perdesse 6 kg, passando a pesare da 43 a 37.

La sentenza condanna alcuni medici dell’ospedale Pertini di Roma, che non hanno curato il giovane lasciandolo in uno stato di grave carenza di acqua e di cibo. Assolve, invece, tutti gli agenti delle forze dell’ordine che erano stati indagati per percosse, per i quali la magistratura, inizialmente, aveva ipotizzato il reato di omicidio preterintenzionale.

Eppure le testimonianze di numerosi detenuti, le foto scattate sul lettino dell’obitorio e le perizie mediche parlano chiaro. Stefano Cucchi al momento della morte aveva ecchimosi per tutto il corpo e la mandibola fratturata. Un’emorragia alla vescica, inoltre, gli aveva impedito persino la normale funzione di minzione. Dall’autopsia risulterà che la vescica del giovane, conteneva 1.400 cc di urina, che ne aveva causato la risalita con la conseguente compressione delle strutture addominali e toraciche. Ma la magistratura non si sente di condannare gli agenti della polizia penitenziaria, riportando che tale devastazione fisica potrebbe essere stata provocata da una caduta accidentale. Una spiegazione alquanto ridicola, come le condizioni in cui hanno ridotto le carceri italiane.

Il caso Cucchi è uno dei più eclatanti e abominevoli della cronaca moderna. Stefano era un ex tossicodipendente, probabile spacciatore, ma che lo Stato Italiano non aveva nessun diritto di uccidere.

Il carcere dovrebbe essere un luogo di rieducazione, di riabilitazione e di reinserimento nella società, non un luogo di punizione e violenza gratuita che molto spesso genera molti più deviati di quanti ve ne entrano. Coprire le responsabilità di questi atteggiamenti vergognosi, che un caso isolato non sono e lo sappiamo tutti, non fa che inasprire la rabbia e il senso di inadeguatezza delle istituzioni italiane.

La magistratura autorizza un risarcimento esemplare con il preciso intento di mettere un punto alle indagini e seppellire una verità scomoda che porterebbe a far luce su un sistema carcerario fatto di leggi non scritte ma ferree, che riduce i carcerati a delle bestie, a cui vengono sottratti dignità e diritti. Perché ciò, oltre ad essere disumano, è anticostituzionale.

Il nostro augurio è che la famiglia Cucchi rifiuti l’offerta e vada avanti, affinché tante altre vite possano essere salvate. Le vite di tanti giovani, a cui lo Stato non riesce a dare né un presente, né un futuro, che troppo spesso si perdono nello sballo effimero di alcool e droghe, le vite sfiorite di quei giovani il cui unico posto fisso a cui possono ambire è la gelida cella di un triste penitenziario italiano.