IL DESTINO DELL'ITALIA NELLE RIME DEI GRANDI CANTAUTORI

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Pubblicato su Alganews

di Francesca Lagatta

I tempi cambiano, d’accordo, ma, a guardare bene i testi delle canzoni dei più grandi artisti italiani, non si direbbe. L’Italia del dopoguerra, è rimasta sempre la stessa, con i suoi problemi, con le sue lamentele, con il solito modo di fare politica.

E’ il 1990 quando Fabrizio De Andrè pubblica il brano Don Raffaè. La canzone denuncia le condizioni delle carceri e la buona abitudine dei politici di cercare escamotage per non entrarci: “Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro ma chi l’ha mi viste chissà, chiste so’ fatiscenti, pe’ chisto i fetienti se tengono l’immunità”. Più che mai tornano attuali queste parole proprio nei giorni in cui la politica decide le sorti di Berlusconi nonostante una condanna della Cassazione, mentre i comuni mortali continuano a morire di botte e di stenti nelle celle le cui condizioni sono disumane. Nel testo si parla anche dello Stato, sempre più inefficiente e lontano dai cittadini: “Prima pagina, venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa, si costerna, s’indigna, s’impegna poi getta la spugna con gran dignità”. Sono passati ventitré anni ma il tempo sembra esseri fermato a quelle parole.

Più andiamo indietro nel tempo, più quelle canzoni hanno il sapore della profezia. Siamo nel 1977, Adriano Celentano pubblica Svalutation, che già il titolo lascia presagire le analogie con i giorni nostri. Alcuni versi contenuti nel brano ci fanno capire chiaramente come in trentasei anni tutto sia rimasto uguale:  “Eh, la benzina ogni giorno costa sempre di più e la lira cede e precipita giù, […]  c’è un buco nello Stato dove i soldi van giù. […] Nessuno che ci insegna a non uccidere c’è, si vive più di armi che di pane perché”. Un chiaro riferimento, dunque, anche alle guerre e a quella triste ‘usanza’ di continuare ad uccidere le vite umane.

Appena due anni prima, nel 1975, era stato Rino Gaetano, indimenticato artista calabrese, a raccontare l’Italia come pochi altri prima. I suoi versi nel brano “Ma il cielo è sempre più blu” sono cantati tutt’oggi con la stessa foga e la stessa rabbia di trentotto anni fa: “Chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria, chi mangia una volta, […] chi va sotto un treno, chi suda, chi lotta, chi gli manca la casa, chi prende assai poco, chi vive in Calabria, […] chi muore al lavoro, chi vuole l’aumento, chi cambia la barca felice e contento”. Fanno impressione queste parole se si pensa che oggi come allora c’è chi ruba le pensioni, chi non ha da mangiare, chi non ha una casa, chi vive ancora in una Calabria ignorante e arretrata, chi continua a fare le guerre, chi continua a morire di lavoro, chi, nonostante la povertà dilagante, cambia la barca felice e contento e, soprattutto, c’è ancora “chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo”.

Ma è un brano de I Nomadi a  farci davvero riflettere, sapendo che quelle parole risalgono a quasi cinquant’anni fa. La canzone che fece scalpore con il suo titolo scomodo, “Dio è morto”, pubblicata nel 1967, raccontava di una generazione persa a rincorrere sogni che non portano a niente, di una generazione alle prese con alcool e droga. Eloquenti i versi che si riferiscono ai giovani di allora: “Nella ricerca di qualcosa che non trovano, nel mondo che hanno già, dentro alle notti che dal vino son bagnate, dentro alle stanza da pastiglie trasformate”. Nonostante mezzo secolo di avvenimenti, ancora oggi, per la nostra società, alcool e droga rappresentano una piaga inarrestabile. Le pasticche continuano ad uccidere e l’alcool a fare da padrone nelle serate dello sballo giovanile, che sempre più spesso invade anche il mondo adolescenziale. Nello stesso testo, anche la politica viene descritta esattamente come al giorno d’oggi: “Una politica che è solo far carriera, il perbenismo interessato, la dignità fatta di vuoto”, una politica più che mai fatta di scandali e sempre più lontana dal suo ruolo.

I problemi dell’Italia sono noti da sempre, dunque, e nonostante ciò, in tutti questi anni qualcuno ha affondato la testa sotto la sabbia come fanno gli struzzi, lasciando andare alla deriva questo Paese che prometteva bene ma razzolava male, sotterrando con corruzioni e poteri loschi le piaghe che la stavano distruggendo, in nome di quel dio denaro a cui tutto è concesso. Anche distruggere sogni e futuro.

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