ALESSANDRO BOZZO, IL SUICIDIO DI UN GIORNALISTA CALABRESE

0

Pubblicato su Alganews

di Francesca Lagatta

Alessandro Bozzo era un giornalista cosentino in forza a Calabria Ora (adesso divenuto L’Ora della Calabria), morto suicida lo scorso 15 marzo. Aveva appena quarant’anni, una moglie, una bimba di quattro e una passione sfrenata per il suo lavoro. D’altronde questo mestiere non si può fare se non senti quel fuoco che brucia dentro, giorno e notte, quella forza inspiegabile che ti spinge ad entrare dove non dovresti, a parlare di quello che non potresti e a fare quello a cui forse dovresti rinunciare. Immaginate, dunque, cosa significhi fare il giornalista in una terra che è la culla della ‘Ndrangheta, dove se non hai l’amico politico non sei niente, dove le cose le sanno tutti ma nessuno le deve dire ad alta voce.

Alessandro Bozzo era proprio uno di questi, uno di quelli che non si risparmiava, uno di quelli che le minacce pervenute alla redazione per la quale lavorava, che tante volte aveva fatto nomi scomodi, non lo avevano impensierito neanche un po’. Lui, Alessandro, come succede ad ogni giornalista di inchiesta, lottava al pari di forze dell’ordine e magistrati per dare alla sua terra un futuro migliore. E come succede ad ogni giornalista che si rispetti, nessuna medaglia, nessun grazie, nessun encomio; solo grattacapi, querele, e la paura costante di essere il bersaglio di un qualche malvivente. Sono questi i premi dei migliori giornalisti: più ne hai, più vuol dire che hai fatto bene il tuo lavoro. La tua redazione, dunque, dovrebbe essere fiero di te e, seppure non sarà tenuta a farti una statua, dovrebbe almeno metterti nelle condizioni fisiche e psicologiche di svolgere al meglio il tuo lavoro. Dovrebbe, appunto. Perché Alessandro Bozzo, oltre al danno, ha ricevuto pure la beffa. Ce lo racconta un articolo de Il Fatto Quotidiano (leggi l’articolo).

Bozzo, dicevamo, per motivi che non conosciamo, fu costretto a firmare un nuovo contratto, “nel quale dichiarava, contrariamente al vero, di voler risolvere consensualmente il contratto di lavoro a tempo indeterminato, senza avere nulla a pretendere e rinunciando a qualsiasi azione o vertenza giudiziaria e, successivamente, a sottoscrivere il contratto di assunzione a tempo determinato con la società “Gruppo Editoriale C&C srl”, editrice della medesima testata giornalistica”. Così si legge nelle motivazioni dei Pm che hanno accusato di violenza privata Pietro Citrigno (già stato condannato a quattro anni per usura), imprenditore ed editore di Calabria Ora, per la morte di Bozzo. All’accusa si è arrivati dopo che il terribile gesto del giovane giornalista aveva indotto i familiari a far aprire un’indagine.

Il papà, pochi giorni dopo, aveva trovato i diari del figlio nei quali esprimeva tutto il disappunto, l’angoscia, la paura di non farcela, per quella costrizione che, come raccontano i suoi colleghi, gli avevano fatto perdere anche la passione per il suo lavoro. Già, i suoi colleghi, dai quali era adorato, che non si sono tirati indietro quando in tribunale hanno dovuto testimoniare le angherie di cui Bozzo era stato vittima.

Pare che Citrigno avesse detto a chiare lettere che chi volesse continuare a lavorare, avrebbe dovuto firmare quel contratto. Senza fiatare. Punto. E Alessandro, che aveva una famiglia da mantenere e un mutuo da pagare, aveva accettato. Ma non si era mai rassegnato, non gli era mai andata giù. Difficile per un uomo della sua tempra far finta di niente, tacere omertosamente, come chi aveva lottato fin ad allora.

Così, la sera del 15 marzo 2013, ha puntato una pistola alla sua tempia e ha premuto il grilletto, facendo vedere a tutti come muore un calabrese. Come un uomo che non accetta compromessi.

 Clicca qui per seguire la pagina facebook La Lince e rimanere sempre aggiornato