IL CASO RIGAMONTI, QUANDO I FIGLI DIVENTANO UN'ASCIA DI GUERRA

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Pubblicato su Alganews

di Francesca Lagatta

Maurizio Rigamonti e Laura Carder si erano innamorati e avevano coronato il loro sogno d’amore convolando a nozze. Per non farsi mancare nulla, avevano costruito il loro nido d’amore nell’America di Obama. Il loro legame aveva partorito, è il caso di dirlo, un bel maschietto. Poi, d’un tratto, la favola si spezza. Cominciano le liti, le incomprensioni, il sentimento che li aveva visti dichiararsi amore eterno, man mano si trasforma in odio. Come succede  a milioni di coppie in ogni angolo del mondo, i rapporti si incrinano a tal punto da imboccare la strada del non ritorno. Neppure l’essere genitori di uno stesso figlio induce a riflettere e a mettere da parte l’orgoglio. Al contrario. Quell’essere innocente, venuto al mondo senza neanche chiederlo, diventa l’arma più potente per farsi del male.

Così succede che, ritornati in Italia, la Carder scappi nella terra natìa per sottrarre all’ex marito il bene più prezioso, che i giudici la costringano a ricongiungere il pargolo al suo papà e che decidano definitivamente per l’affidamento congiunto, anche se due adulti dovrebbero agire secondo le regole del buon senso, non quelle imposte da un tribunale.

Così non è e i due continuano a denunciarsi accusandosi pesantemente. Mentre loro litigano affondando le proprie frustrazioni nell’egoismo, a quel figlio si sgretola l’nfanzia.

Il 6 gennaio il piccolo non torna a casa, perché papà  Maurizio ha pensato bene di sottrarlo all’affetto di amici e familiari e di portarlo via, lontano da tutti, come fosse una valigia. Sua madre ne denuncia la scomparsa, è disperata, vuole sapere dov’è suo figlio. L’ex marito si fa vivo e le invia delle mail per dirle che entrambi stanno bene. Una vigliaccata. Ne invia una anche alla Gazzetta di Parma, che farà diventare il caso di portata nazionale.

I soliti programmi cominciano con la caccia allo scoop e poco importa se di mezzo c’è un bambino soggiogato dalla becera volontà di un padre prepotente. Ci riescono, ieri pomeriggio, le trasmissioni che mandano in onda un video a dir poco vergognoso, girato da Maurizio stesso, in cui suo figlio, otto anni soltanto, seduto sulla sue ginocchia, dice di odiare sua madre per quello che gli ha fatto, che è il mostro è lei, non il suo papà. Suo padre dietro, appare quasi fiero e soddisfatto. Forse è convinto che quel video servirà a scagionarlo dall’accusa di sottrazione internazionale di minore e dimostrare ai giudici che lui è un padre esemplare. Niente affatto. Quando nel pomeriggio Rigamonti si consegna in una stazione di Polizia, preceduto dall’annuncio del suo avvocato, le forze dell’ordine conducono il piccolo in un posto segreto, lontano dall’inferno mediatico e processuale che vede coinvolte le persone che avrebbero dovuto proteggerlo.

Qualcuno ha parlato di lieto fine, ma in questa storia non c’è proprio niente da gioire. Non ci sono né vincitori, né vinti, ma solo tre vite distrutte per sempre. Come succede ogni  volta che il bene e l’amore vengono inghiottiti dalla furia devastante dell’odio.