Lo Stato tra mafia e potere, intervista a Marco Travaglio

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MARCO TRAVAGLIO: «PARE CHE LO STATO NON ABBIA INTENZIONE DI LOTTARE CONTRO LA MAFIA»

Intervista a Marco Travaglio, condirettore de Il Fatto Quotidiano, autore del libro “L’odore dei soldi” e dello spettacolo teatrale “E’ Stato la mafia”, rappresentazione teatrale che racconta scottanti verità su politici ed istituzioni.

Pubblicato su Alganews

di Francesca Lagatta

«Matteo Renzi non è l’erede di Silvio Berlusconi. L’ex Cavaliere nasce come imprenditore, mentre Renzi fa politica da sempre». Esordisce così Marco Travaglio, giornalista professionista, che comincia prestissimo la sua attività. Si laurea in Storia Contemporanea a Torino, e nel ’92 diventa giornalista professionista. Indro Montanelli, a cui viene presentato da un amico comune, lo ingaggia, ironia della sorte, nella redazione de Il Giornale, di proprietà della famiglia Berlusconi. La notorietà arriva nel 2001, quando la messa in onda di un’intervista rilasciata a Daniele Luttazzi nel programma Satyricon sull’arricchimento e sui rapporti ambigui dell’allora premier, fu definita da quest’ultimo un “uso criminoso della tv pubblica” (editto Bulgaro).

In circa 30 anni di attività Travaglio ha pubblicato oltre 30mila articoli e più di 30 libri, ha partecipato ad oltre 150 trasmissioni TV e 2.000 conferenze. E’ l’uomo più amato e odiato d’Italia, il più temuto dai politici corrotti, il più irriverente dei giornalisti della televisione italiana. Alganews lo ha intervistato ieri pomeriggio.

Marco Travaglio: Matteo Renzi è davvero l’erede politico di Berlusconi?

«No, credo che siano due figure completamente diverse. Hanno sicuramente qualche punto in comune, tipo la capacità di comunicare, la stessa delicatezza nel raccontare molte bugie, un rapporto demo dualistico con la gente, la propaganda politica e un’allergia congenita per quanto riguarda le dinamiche della democrazia, perché ne sono entrambi insofferenti, penso. Ma mentre Berlusconi in politica ci è arrivato dopo, nasce come imprenditore, Renzi ha fatto sempre e solo politica. Berlusconi aveva rapporti con il malaffare, mentre Renzi, da questo punto di vista non ha dietro nulla. Berlusconi fingeva di essersi fatto da sé, mentre Renzi si è veramente fatto da solo. Poi Renzi è il leader di un partito consolidato, che ha scalato con un certo coraggio, Berlusconi il partito se l’è costruito a sua immagine e somiglianza. Poi, però, il risultato finale è che i partiti di entrambi sono diventati partiti personali, quasi privati. Queste sono le uguaglianze e le differenze».


In Italia comanda lo Stato o la mafia?

«Beh, è una domanda a cui è difficile rispondere, perché è difficile distinguere le due entità. Lo Stato non è distante, distaccato dalla mafia. E’ un insieme di uomini e di istituzioni che spesso ha avuto rapporti con la mafia, e sicuramente questi rapporti risentono della trattativa che si è svolta tra il 92’ e il 93’ e che io ho seguito fino ad oggi. All’epoca, uomini della politica e dei carabinieri presero degli impegni precisi con la mafia che aveva deciso di attaccare, di fare guerra alla Stato. In cambio della fine di quella strategia stragista, la mafia ebbe delle promesse che in parte sono state rispettate, in parte ancora no, sotto forma di uno smantellamento progressivo di tutti gli strumenti più efficaci di lotta alla criminalità organizzata. Cosa Nostra, soprattutto la parte che starà ancora in carcere per molto tempo, è  in attesa che venga risolto il problema dei detenuti. Per questo si è fatto molto in questi ultimi 20 anni sull’ergastolo, sulla legislazione dei pentiti. Penso che ancora oggi incomba, nonostante il salto di una generazione, la minaccia di una ripresa delle stragi nel caso in cui lo Stato decidesse di fare sul serio contro le mafie. Infatti mi pare che nemmeno oggi abbia alcuna intenzione di fare sul serio nei confronti delle organizzazioni criminali: mafia, ma anche ‘ndrangheta e camorra».

Gli ultimi fatti di Oppido Mamertina hanno riconfermato un legame indissolubile tra religiosità e mafia. Cosa li lega?

«E’ molto complicato. La chiesa è un insieme di istituzioni e di persone che ha degli input molto precisi dall’alto, dal Papa, dalla Conferenza Episcopale, come abbiamo visto già in passato con gli anatemi lanciati sia da Wojtyla, sia da Ratzinger. Poi a livello locale, ci sono delle autorità religiose, dai preti fino a esponenti più elevati della chiesa, che i messaggi non li hanno recepiti, o che comunque non riescono a tradurli in pratica, soprattutto nelle feste paesane dove si mescolano elementi secolari ad elementi religiosi. Confraternite di personaggi poco raccomandabili raccolgono soldi e finanziamenti per organizzarle, ed ecco che poi devono dare conto ai boss locali, per paura e per complicità».

Il caso di Oppido ha messo in luce un altro aspetto grave, che tra l’altro ha visto coinvolto proprio uno dei suoi collaboratori al Fatto, il giornalista Lucio Musolino. Mi riferisco alla questione del bavaglio all’informazione. Pensa che  i giornalisti siano ancora poco tutelati?

«E’ chiaro che minacce esplicite di violenza, di vessazioni contro giornalisti sono tutelate dalla legge. E’ un reato minacciare le persone, come lo è usare violenza, con chiunque. Sono altre le minacce che incombono sulla libertà di informazione che invece non trovano alcuna tutela e alcun argine. Per esempio il potere di ricatto che hanno gli editori sui giornalisti, soprattutto al giorno d’oggi. Nei giornali e nelle televisioni si fa un largo uso di contratti precari, a termine, rinnovabili o no, rinnovabili di sei mesi in sei mesi, che rendono il giornalista molto più ricattabile perché o obbedisce all’editore oppure corre il rischio di essere buttato fuori dal mondo del lavoro ed essere sostituito da qualcuno più accomodante. Per questo genere di pressioni non ci sono tutele legali, purtroppo».

Esiste una parte di stampa che viene manipolata dal potere?

«Certo, assolutamente sì. La manipolazione presuppone un disegno preciso. Non esiste quasi più la censura intesa come l’ordine di un editore al suo giornalista, ma esiste una autocensura, perché si sa bene quali sono gli interessi dell’editore, si sa bene cosa si deve fare per assecondarli e non ostacolarli, e non è nemmeno necessario esplicitare i desideri dell’editore stesso nei confronti delle redazioni perché i giornalisti  anticipano gli ordini. Per esser chiari, obbediscono prima ancora che qualcuno ordini loro di fare qualcosa.»