RITA BORSELLINO: “LA MAFIA È ANCORA PIÙ PERICOLOSA”

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RITA BORSELLINO: “LA MAFIA È ANCORA PIÙ PERICOLOSA”

Pubblicato su Alganews

SECONDO LA DONNA, LA MAFIA AVREBBE PIENO POTERE ANCHE NELL’ECONOMIA E NELLA FINANZA

Rita Borsellino nasce a Palermo 69 ani fa. Con enormi sacrifici si laurea in Farmacia a soli 22 anni, poco dopo si sposa e diventa madre di tre figli. Il 19 luglio del 1992, però, vive il suo dolore più grande: suo fratello Paolo, giudice antimafia, viene ucciso da Cosa Nostra mentre si reca dall’anziana madre, insieme ai ragazzi della sua scorta.

Da questo momento, insieme all’altro fratello Salvatore, Rita diventa testimone indiscussa della lotta alla criminalità organizzata. Nel ’94 è una delle ideatrici de “La Carovana antimafie”, un’iniziativa il cui scopo è quello di coinvolgere socialmente tutte le persone dei luoghi che attraversa, nel ’95 diventa vicepresidente di Libera, l’associazione antimafia fondata da don Luigi Ciotti. Alla fine del 2005 accetta la proposta di concorrere per la presidenza della Regione Sicilia, ma nonostante lo strepitoso successo personale, il sistema elettorale, con l’ausilio di alleanze e coalizioni, decreta vincitore il concorrente di centro destra, Salvatore Cuffaro, successivamente condannato in via definitiva per favoreggiamento aggravato a Cosa Nostra.

È autrice di numerosi libri, incontra i giovani nelle scuole di tutta Italia e partecipa a conferenze e cortei; la sua vita è dedicata alla lotta alla mafia e alla formazione delle nuove generazioni. In attesa che arrivi il giorno della verità sulle stragi mafiose che hanno cambiato il corso della storia, e che le hanno strappato via, a soli 52 anni, l’adorato fratello, Paolo Borsellino.

A pochi giorni dai fatti di Oppido Mamertina, a Palermo si è registrato ancora un inchino religioso sotto la casa di una famiglia mafiosa. Come agire per arginare il fenomeno?

«Questo è un fenomeno culturale. Per troppo tempo è stato accettato dalla chiesa ed è difficile adesso far capire a chi appartiene a una certa subcultura che da secoli ormai condiziona le scelte e le menti, che oggi la chiesa sta prendendo coscienza in maniera diretta e non accetta più, non accetta fatti come questi. Dobbiamo lavorare maggiormente con le nuove generazioni e far capire loro che è assolutamente inaccettabile, ma è un lavoro che deve fare soprattutto la chiesa, perché è anche una sua responsabilità quanto è successo e quanto continua ad accadere».

A 22 anni dalla strage di via D’Amelio in cui perse la vita suo fratello, il giudice Paolo Borsellino, come è cambiata, se è cambiata, la mafia in Sicilia?

«La mafia è cambiata e non soltanto in Sicilia. Intanto ha questa grande capacità di adattamento, si adatta ai cambiamenti sociali e culturali, ma anche ai cambiamenti politici e repressivi, chiamiamoli così. La mafia si è sempre adattata e infatti è sempre sopravvissuta, nonostante i “problemi”, nonostante gli alti e bassi non è mai morta. Dopo le stragi di via D’Amelio ha percepito che si era toccato un livello troppo alto, che non si poteva andare oltre, che non si doveva continuare su quel binario, perché avevano portato ad un’azione repressiva molto forte. Non soltanto, avevano portato a un rifiuto soprattutto culturale nella gran parte della popolazione civile, e questo per  loro era la cosa più grave, perché senza consenso la mafia vive difficilmente, non può controllare i territori. Allora è rientrata, in quegli anni si è inabissata proprio per far dimenticare quell’azione sanguinaria. Ma non è stato un segno di debolezza, anzi, forse è stato un segno di forza, in quanto facendosi dimenticare, provando ad evitare fatti eclatanti che attirassero l’attenzione dell’opinione pubblica, è riuscita a riprendere il controllo, a inserirsi maggiormente nel mondo della politica e della finanza. Così oggi abbiamo una mafia poco visibile, che non fa azioni di forza ma controlla profondamente un’economia già al collasso. Essa si inserisce nel mercato, è l’unica ad avere soldi, ad avere patrimoni da investire, perché non le costano nulla, ma la concorrenza sleale aggrava la crisi nei territori. Oggi è soprattutto una mafia economica, finanziaria e politica, che comunque continua a mantenere i suoi sistemi per un maggiore controllo. È diventata sicuramente più grave e più pericolosa».

La politica dell’ultimo ventennio ha portato avanti in qualche modo la lotta alla criminalità organizzata o ha fatto da tramite per boss e padrini?

«Se parliamo di politica nel senso comune del termine, rispondo che sono state fatte molto operazioni di facciata che, in qualche momento, hanno pure portato ad un risultato, ma la vera lotta alla mafia hanno continuata a farla soltanto le Forze dell’Ordine e la Magistratura, come si faceva prima e come si continua a fare, senza la collaborazione della politica che dovrebbe dettare le linee, e soprattutto fornire gli strumenti. Purtroppo Forze dell’Ordine e Magistratura continuano ad arrancare».

Ritiene che i responsabili della morte di suo fratello prima o poi vengano individuati e consegnati alla giustizia?

«Mio fratello mi aveva insegnato ad avere fiducia nelle istituzioni e nella giustizia. Io ho imparato a distinguere, come lui stesso diceva, tra le istituzioni e gli uomini. Sono convinta che, prima o poi, se ci sarà la volontà da parte della gente, a questa verità si arriverà. Se invece la gente dovesse accontentarsi di un mucchio di bugie, allora sarà molto più difficile».

Che fine ha fatto l’Agenda Rossa?

«Eh… magari lo sapessi. Di certo è sparita, e se è sparita vuole dire che c’era dentro qualcosa di pericoloso e di inquietante per chi l’ha fatta sparire, altrimenti non ce ne sarebbe stata regione. Ma il fatto che addirittura si sia provato a negare che esistesse questa agenda, mi fa pensare che chi ce l’ha in mano ha sicuramente un potere ricattatorio enorme».

Che ricordo ha di suo fratello Paolo?

«Il più bello che ci possa essere. Paolo per me non era soltanto un fratello, era un punto di riferimento, era una persona che ammiravo oltre che, naturalmente, amavo. Il ricordo più bello che ho sta tutto nel suo sorriso, nella sua espressione serena che è riuscita a mantenere nonostante la sua vita difficile».

Qualcuno dice che i giudici Falcone  e Borsellino non sono stati uccisi, sono stati resi immortali. Cosa ne pensa?

«È vero, è vero, vero… Io dico sempre che per un Falcone e Borsellino che sono stati uccisi, a cui era stato reso persino difficile  lavorare nel loro ambiente, oggi ci sono migliaia e migliaia di persone che hanno recepito la loro eredità, e hanno una coscienza e una consapevolezza diversa da quella che c’era prima».

Cosa si sente di dire ai giovani di oggi?

«Di non mollare mai, di continuare a cercare la verità e di continuare a credere nella giustizia. Perché senza verità e giustizia non ci può essere vita».

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