MERIDIONE / Viaggio nella Sanità, contro le ingiustizie la soluzione è denunciare

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MERIDIONE / Viaggio nella Sanità, contro le ingiustizie la soluzione è denunciare

Pubblicato su Notia

Dopo i tagli imposti alle Regioni, registrati innumerevoli casi malasanità

Notia, dopo aver analizzato i problemi che angosciano il Sud Italia ed essersi concentrata su Imprese, Cultura e Politica, ha raggiunto forse, il tasto più dolente. La Sanità, infatti, continua ad essere uno dei maggiori problemi del Meridione. Non che al nord non lo fosse, ma le uniche quattro regioni italiane non commissariate dai piani di rientro non sono certo regioni del sud Italia.

Una piaga quella della sanità, che sembra non voler guarire, un servizio piegato e devastato da anni di mala gestione, da furti e da un deficit economico che mai nessuno è riuscito veramente a quantificare.

Nel 2009 il Ministero della Salute fa firmare ai presidenti di Regione i Piani di Rientro Sanitari Regionali che impongono tagli, risparmi e riorganizzazioni. Ma al sud tutto ciò che è finanziabile diventa business, anche quando i soldi sottratti costano in termini di vite umane.

Ad aprile del 2010 le Regioni e i decreti danno il via alle riconversioni in case della salute agli ospedali ritenuti dispendiosi. Nessuno ha capito bene cosa siano e cosa debbano diventare, soprattutto chi è incaricato alla riorganizzazione. Si taglia senza pietà, si tagliano posti letto e le speranze di sopravvivenza in caso di codice rosso. Le distanze e i Lea (i livelli esistenziali di assistenza) non vengono rispettati, il numero dei casi di malasanità crescono a dismisura. Ovunque nascono comitati e associazioni per la difesa del diritto alla salute. Niente da fare, politici e commissari sono inflessibili, non cedono di un passo, quel che è fatto è fatto, e andava fatto così, dicono loro.

In Calabria e in Puglia, i debiti diminuiscono drasticamente, non certo i sospetti che qualcuno muova i fili della sanità per i propri interessi personali. E il caso della Calabria è quello che ha sicuramente il numero più alto di episodi ambigui. Qualcuno mormora già tre anni fa che i soldi pubblici vengano usati per mantenere le cliniche private dei soliti noti. Solo ad un imprenditore/editore molto noto in Calabria, Pietro Citrigno, nell’agosto scorso, la Dia confisca ben 15 strutture sanitarie. Già nel 1999 l’ospedale di Paola risulta essere al settimo posto per pericolosità tra gli edifici pubblici (rapporto Barberi) ma nessuno prende provvedimenti. Due anni fa i controlli confermano che il nosocomio si trova su una zona collinare indicata come R4, massimo grado di rischio idrogeologico, e l’incubo ritorna quando frana comincia a scavare la parete rocciosa sottostante al parcheggio. Solo una volta il direttore generale Gianfranco Scarpelli, dopo numerose denunce, afferma che sta valutando il caso di chiuderlo. Niente da fare, che quell’ospedale deve rimanere aperto lo si sa da tempo e qualcuno giura di saperne anche i motivi. A Praia a Mare chiude l’eccellente ospedale civile, 62000 persone restano in balìa del destino, privati della rete emergenza-urgenza e costretti a una sanità che funziona a singhiozzo. I tagli, tutta colpa dei tagli, Praia a Mare non può riaprire. Poi si scopre che nell’As di Cosenza Scopelliti ha tagliato pure troppo: mancano all’appello oltre cento posti letti, pronti per essere distribuiti. Cosa fin ora mai avvenuta. Ma pare che dalla Sicilia alla Campania, episodi simili, e ancora più gravi, siano all’ordine del giorno.

Ma allora che fare? Si può rimanere inermi davanti ad alcune evidenti ingiustizie, sapendo che in ballo c’è la propria vita e quella dei propri cari? Certo che no, bisogna sporgere denuncia ad ogni episodio riconducibile alla voce malasanità, e se possibile renderlo pubblico. Perché tutti sappiano, perché non accada mai più di morire per negligenza, per non perdere mai la speranza che un giorno magistratura e politica ricompongano i cocci del servizio sanitario mandato in frantumi.