TIBERIO BENTIVOGLIO, L'IMPRENDITORE CHE SFIDA LA ‘NDRANGHETA

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TIBERIO BENTIVOGLIO, L'IMPRENDITORE CHE SFIDA LA ‘NDRANGHETA

Pubblicato su Alganews

FA ARRESTARE I MAFIOSI MA LO STATO LO ABBANDONA: MESSA ALL’ASTA LA SUA CASA

Alla domanda su chi comandasse in Italia tra Stato e mafia, in un’intervista rilasciata tre mesi fa ad Alganews, Marco Travaglio aveva risposto: «È difficile capirlo, perché le due entità spesso si confondono». (Leggi e ascolta l’intervista: MARCO TRAVAGLIO, LO STATO TRA MAFIA E POTERE).

Negli ultimi giorni la storia di Tiberio Bentivoglio ha rimandato a quelle parole, a quella paradossale lotta tra Stato e mafia che si infrange nell’assurdità di certi racconti. Tiberio Bentivoglio è un imprenditore reggino ora 61enne, che da 22 anni è costretto a vivere in balìa degli eventi incresciosi in cui Stato e ‘ndrangheta, come due alleati, lo hanno catapultato.

Tiberio Bentivoglio sostenuto dall’associazione antimafia Libera

Tutto ha inizio nel lontano 1992, quando durante i lavori di ampliamento della sua attività, i malavitosi avanzano una prima richiesta di pagamento del pizzo, alla quale segue un grosso furto della merce quando l’uomo si rifiuta di scendere a compromessi. Non cede neppure sei anni dopo, quando ad un altro rifiuto, segue ancora un furto della merce custodita nei depositi e un rogo di un furgone. La perdita è ingente e quando con enorme sacrificio prova a rimettere in piedi la sua attività, le casse si svuotano.

Gli affari, complice un’economia più florida, a poco a poco riprendono quota, e nel 2003 i balordi si ripresentano alla sua porta. Probabilmente non è ancora chiaro che Tiberio a certi sistemi mafiosi non si piega, così quando quelli incassano l’ennesimo rifiuto, stizziti gli sferrano un colpo ancora più basso: un’esplosione devasta il suo negozio. L’uomo stavolta è in ginocchio. Ma ci mette poco a rialzarsi. Dopo un momento di sconforto, per la quarta volta ricostruisce sulle macerie, e con le sue sole forze, quello per cui ha speso tutta la sua vita. È tutto inutile. Due anni dopo la sanitaria viene nuovamente distrutta dalle fiamme.

Nel processo avviato grazie alle sue denunce, le intercettazioni ambientali incastrano finalmente i responsabili dei ripetuti atti intimidatori: un’intera cosca viene smantellata e tratta in arresto con l’accusa di associazione a delinquere di stampo mafioso. Sembra la fine di un incubo.

Sembra, appunto, perché alle prima luci dell’alba di una fredda mattina del febbraio di tre anni e mezzo fa, alcuni uomini armati gli scaricano addosso diversi colpi di pistola. Alcuni raggiungono gli arti inferiori, ferendone uno in modo permanente, mentre un altro, quello che gli poteva essere fatale, si incastra nel marsupio di cuoio che porta a tracolla. Lo Stato riconosce l’alto rischio e consolida la sua scorta, ma i guai di Tiberio, a conti fatti, devono ancora cominciare.

Se lui continua a non piegarsi di fronte alle intimidazioni, lo fanno sicuramente i suoi clienti, che dopo l’inequivocabile messaggio calano a tal punto da mandare la sua attività sull’orlo del baratro. Tiberio non ha più fondi, non riesce più a pagare né i dipendenti, né l’affitto. I ritardi nei pagamenti gli costano l’iscrizione alla centrale dei rischi degli istituti di credito e i fornitori pretendono di essere pagati in anticipo; i ripetuti attentati impediscono alle agenzie di assicurazione di garantire la copertura dei danni ai suoi locali; la banca chiaramente non gli concede credito, anzi fa pressioni sul suo cliente affinché rientri con i suoi debiti. Neanche il riconoscimento di vittima di mafia lo salva. Il risarcimento, minimo in confronto al danno economico subìto, arriva quando ormai è troppo tardi e il processo di fallimento è a un punto di non ritorno.

Il Procuratore Cafiero De Raho

Ancora una volta non si dà per vinto. Esasperato si rivolge all’Agenzia dei beni confiscati chiedendo e sperando di poter occupare uno dei tanti immobili strappati alle grinfie della ‘ndrangheta, alcuni dei quali adiacenti ai locali sin ora utilizzati. Ma l’agenzia dello Stato non gli fa sconti: gli affitti richiesti variano dai 3 ai 4 mila euro. Non solo non riceve alcun trattamento di riguardo, ma pare addirittura che la cifra, a detta del Procuratore antimafia Cafiero De Raho, sia abbondantemente fuori dal prezzo di mercato. A questo punto, Tiberio pensa di aver visto e sentito tutto. Purtroppo si sbaglia.

Nei mesi scorsi, facendo leva sulla legge a tutela delle vittime di usura ed estorsione, la Procura aveva ordinato la sospensione della procedura che autorizzava la vendita della sua casa all’asta, avviata circa un anno fa per il mancato pagamento dei contributi dei suoi dipendenti. Lo scorso 25 settembre il provvedimento scade e soli cinque giorni dopo Equitalia bussa alla sua porta per notificarglielo. «La comprerà un mafioso, non certo una persona perbene». Questo è l’unico commento che il testimone di giustizia riesce a fare con la voce sopraffatta dalla rassegnazione.

Decisamente più velenosi sono i commenti contenuti nelle discussioni generate sui social network, nei quali si evince tutta la rabbia per quella che indiscutibilmente è una vicenda assurda e vergognosa. La storia si diffonde in rete a velocità della luce, il web, all’unanimità, s’indigna e insorge. Alcuni attivisti decidono che Tiberio Bentivoglio non deve essere lasciato solo e lanciano una petizione con la quale mirano a sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni affinché si prendano immediatamente dei provvedimenti e si aiuti quest’uomo, la cui unica colpa è stata quella di consegnare alla Giustizia quelle persone che gli hanno distrutto la vita e che lo Stato dice di voler combattere.