EMILIO IUTICONE, L’UOMO ANTI COSCA CHE NON VUOLE PIÙ VIVERE

0
EMILIO IUTICONE, L’UOMO ANTI COSCA CHE NON VUOLE PIÙ VIVERE

Pubblicato su Alganews

L’UOMO ERA STATO ARRESTATO INGIUSTAMENTE PER CONCORSO ESTERNO IN ASSOCIAZIONE MAFIOSA

Di storie di intrecci su mafia e Stato ne sentiamo ormai tutti i giorni, in tutte le salse, ma quella di questo imprenditore del catanzarese ha davvero dell’incredibile. Nel 2003 Emilio Iuticone viene arrestato in seguito a un’indagine della DIA di Catanzaro che l’accusa di concorso esterno in associazione mafiosa. Ad accusarlo sono alcuni pentiti delle cosche locali che dicono di voler collaborare con la giustizia, ma Iuticone da quel processo verrà scagionato e assolto con formula piena per non aver commesso il fatto. Le persone dalle quali era stato coinvolto erano le stesse alle quali aveva pagato il pizzo per lungo tempo e che sei anni prima aveva denunciato e fatto arrestare. Lo Stato riconosce che il coinvolgimento era stato un vile tentativo da parte della ‘ndrangheta di incastrare quell’uomo divenuto scomodo e che, nel frattempo, di quel processo diventa parte lesa. Le sue testimonianze portano all’arresto di numerose persone appartenenti a due potenti cosche, ma ciò non decreta la fine di un incubo, anzi, lo alimenta a tal punto che quando lascia il carcere è già in compagnia degli uomini della scorta.

L’immagine è tratta da un servizio de Il Fatto Quotidiano. Nella foto, Emilio Iuticone

La presenza dello Stato, però, non scoraggia gli atti intimidatori, che continuano senza sosta. La magistratura per tre volte gli propone un piano di protezione che prevede il trasferimento con la famiglia in un posto al riparo da quell’inferno. L’uomo rifiuta, vuole rimanere lì, in quell’azienda che gli ha garantito una vita dignitosa fino a che i mafiosi non hanno fatto irruzione, mandando in frantumi anche solo il pensiero di un solo giorno di normalità.

«Pagare le estorsioni vuol dire non avere più una vita», dice Iuticone, come hanno riferito prima di lui tutte le vittime che hanno avuto il coraggio di denunciare. Pagare le estorsioni è un circolo vizioso dal quale non si esce, se non con la morte. E lui lo sa bene, tanto che alla domanda con la quale gli si chiede se ha paura, risponde: «Morire sarebbe una liberazione». Diventa addirittura una liberazione preferire la morte alla vita quando questa diventa un peso insopportabile. Soprattutto adesso che è nuovamente in serio pericolo.

I balordi che lo ha fatto sbattere in galera hanno quasi finito di scontare le loro condanne e ad uno ad uno stanno tornando alla libertà. Lo Stato lo sa, ma fa spallucce: in tutta risposta il Prefetto ha ordinato che gli venisse tolta la scorta. L’imprenditore negli ultimi mesi ha licenziato circa 40 operai, perché, dice, non vuole mettere a repentaglio la vita di altrettanti padri di famiglia.

«Per lo Stato non sono né uomo, né un’azienda, sono un oggetto che è stato utilizzato», dice ancora Iuticone, con spirito di rassegnazione. Le sue parole fanno rabbrividire, il suo volto dà l’impressione di uomo che sa di essere già morto e aspetta solo di essere ammazzato. Il tutto mentre lo Stato tace e si sottrae ai suoi doveri, e le forze politiche discutono in aula su come alleviare le pene ai mafiosi e concedergli maggiori diritti.