LOTTA ALLA MAFIA / L’inferno dei testimoni di giustizia, parla Ignazio Cutrò

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LOTTA ALLA MAFIA / L’inferno dei testimoni di giustizia, parla Ignazio Cutrò

Pubblicato su Alganews

L’uomo è stato vittima di numerosi atti intimidatori

«Se tornassi indietro lo rifarei? Altre cento, mille volte». Non ha dubbi Ignazio Cutrò, imprenditore siciliano, nonostante diventare testimone di giustizia e far arrestare i suoi estorsori abbia reso un inferno la sua vita e quella dei suoi familiari.

Il primo attentato alla sua azienda, l’incendio di una pala meccanica, risale al 1999 e più lui non si piega all’arroganza dei malavitosi, più loro inaspriscono le intimidazioni. Fino a che, nel 2006, Cutrò, con le sue denunce, fa infliggere un totale di 66 anni di pena ai responsabili, con condanne che vanno dai 12 ai 16 anni di carcere.

Lo Stato gli concede la scorta ma nessuna medaglia. Nessun aiuto, nessun lavoro né per lui, che nel frattempo ha dovuto mandare a casa i suoi operai, né per i suoi figli, costretti a lasciare Milano per stare vicino al padre e alla sua azienda. Anzi, per i suoi familiari non viene attuata nessuna forma di protezione, neppure l’utilizzo di un’auto blindata. Niente. E a sentir le istituzioni la colpa sarebbe sua. È lui infatti che ha rifiutato il programma di protezione in un luogo segreto e lontano dalla sua casa che gli avrebbe garantito maggiore tutela. «Non se ne parla nemmeno, – commenta deciso – se io vado via dalla mia terra non ho perso solo io, abbiamo perso tutti, lo Stato per primo. Sono i mafiosi che se ne devono andare, io da qui non mi muovo».

E in effetti per gettare nello sconforto uno come Ignazio Cutrò ci vuole molto di più di un mafiosetto arrogante o di uno Stato poco efficiente. L’impavido imprenditore non solo va in tv di programma in programma per raccontare e far conoscere la sua storia, ma a un certo punto riesce in un’impresa che non ha precedenti: riunisce 38 testimoni di giustizia, tutti insieme per la prima volta, nella stessa stanza, nonostante il parere contrario dei magistrati antimafia. Noncurante del pericolo, proprio da quella stanza, chiede maggiori diritti per chi ha dichiarato guerra a cosche e affiliati, e all’unanimità viene eletto presidente della neo associazione a tutela dei testimoni di giustizia. Cosa per nulla scontata. Infatti, se avesse accettato la protezione lontano dalla sua patria, non avrebbe potuto fare dichiarazioni, né rilasciare interviste se non previa autorizzazione.

«Ma quale messaggio vuole mandare una parte di istituzione, – chiede Cutrò con tono arrabbiato –, che denunciare è sinonimo di fallimento?». Lui non ci sta e nell’agosto del 2012 chiede e ottiene un incontro con il presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, con cui, insieme ad altri rappresentanti politici, abbozza una legge che verrà poi sottoposta agli organi di governo. L’idea è che i testimoni di giustizia dovranno essere assunti nella Pubblica Amministrazione. Pare un’utopia e, invece, dopo vari tira e molla, la proposta è diventata legge proprio qualche giorno fa.

A vittoria ottenuta, dunque, prenderà una pausa dalla lotta alla malavita? Macché: «La mafia si nutre di omertà. Non basta che parli io, sto cercando di farlo fare anche agli altri. La mafia fa schifo e non c’è bisogno che accada qualcosa per ricordarcelo».

A dargli la forza di combattere ogni giorno non c’è solo «la dignità calpestata» ma anche il senso di colpa sia nei confronti dei suoi cari, «mi sento un verme, i miei figli hanno perso tutto per colpa del padre che ha denunciato», sia nei confronti di quelle persone che per lui sono diventate la seconda famiglia, gli uomini della scorta: «Sono i miei angeli custodi, giovani e padri di famiglia che mettono a repentaglio la propria vita per difendere la mia. A Natale, a Pasqua, quando ci sentiamo più soli, sono loro a farci compagnia e regalarci il calore umano».

Difficile sentirgli pronunciare una parola di accusa, anche quando gli si domanda come sia possibile che un mese fa fosse rimasto a terra nel cortile di casa sua per sedici minuti, dopo essere stato colpito da un malore, senza che dalla centrale alla quale sono collegate le telecamere qualcuno si fosse accorto di niente. «È il sistema che ha una falla. Perché quando i miei familiari hanno chiamato in centrale i Carabinieri sono arrivati in 3 minuti e mi hanno salvato la vita. Di sera le immagini sono scure, sgranate, ed è difficile capire che succede. Servirebbero semmai dei macchinari più moderni, ma lo Stato dice che non ci sono soldi. I Carabinieri fanno più di quel che possono considerati i pochi strumenti che hanno a disposizione».

Ma il presidente dei testimoni di giustizia ha parole dolci anche per la magistratura, che, dice, non riuscirà mai a ringraziare abbastanza per il lavoro svolto. Diverso, invece, è il concetto che ha della politica: «Risponde a singhiozzo e da quanto racconta la cronaca la mafia dovrebbero toglierla prima da lì».

In ultimo esprime un desiderio: «Vorrei che il giornalismo si occupasse di più di noi, che distruggesse il muro di reticenza che ruota ancora intorno alla mafia».

Ma forse per questo dovrà ancora aspettare.

ASCOLTA L’AUDIO DELL’INTERVISTA A IGNAZIO CUTRÒ