RUBA PER DISPERAZIONE, CONDANNATO

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RUBA PER DISPERAZIONE, CONDANNATO

Pubblicato su Alganews

ABDELHAMID AKROUT SI ERA IMPOSSESSATO DI SPAZZOLINI DA DENTI PER SUO FIGLIO

Abdelhamid Akrout è uno dei tanti immigrati tunisini incensurati arrivati nel nostro Paese per riprendersi il futuro negato nella loro terra, che ha dovuto fare i conti con i paradossi della burocrazia quando, nel marzo del 2013, perde il lavoro ma non il suo senso del dovere di padre.

Un giorno entra in un supermercato di Alessandria e ruba degli spazzolini per suo figlio di nove anni con seri problemi ai denti, infilandoli nella tasca interna del suo giaccone. Non può comprarli. Ruba per disperazione.

Quando si accinge a oltrepassare le casse, i severi controlli elettronici lo incastrano. Le sirene suonano impietose e il 51enne è costretto a restituire il bottino, prontamente risistemato negli scaffali per essere rivenduto. Lo fa chiedendo scusa, a testa bassa per l’umiliazione, come sa fare solo chi commette un simile gesto mosso dalla disperazione. E versa pure una cifra per il risarcimento. Ma i dirigenti dell’enorme supermercato non fanno una piega davanti al mea culpa di quest’uomo. Lo denunciano, pur avendo avuto indietro la refurtiva, pur essendo stati già risarciti. I furti subìti sono troppi e l’azienda non ne può più.

Il processo di primo grado dà ragione ai proprietari del super market. Qualche giorno fa i giudici lo condannano a 27 giorni di reclusione per furto e al risarcimento di 6.750 euro. I Pm avevano chiesto un periodo molto più lungo di carcere, decimato solo grazie all’applicazione delle attenuanti.

L’avvocato della difesa, però, ha già rassicurato il malcapitato cliente e ha dichiarato che farà ricorso in appello, durante il quale all’uomo, quasi sicuramente, verrà cancellata la pena. I furti di lieve entità, proprio come quello commesso da Abdelhamid, saranno estinti grazie al decreto attuativo del Governo che sta per entrare in vigore nelle prossime settimane.

È andata bene al tunisino, diplomatosi da infermiere nel suo Paese d’origine, che per vivere svolge qualche lavoretto di tanto in tanto, perché, dopo due anni, l’Italia non è ancora riuscita a riconoscergli il titolo di studio che aveva conseguito nel suo Paese.

Punirne uno per educarne cento, si dice. Peccato che a volte si punisca quello sbagliato.