PRAIA A MARE, LA CORSA CONTRO IL TEMPO DI CARMELO CALABRÒ

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Pubblicato su Alganews

La lotta di un uomo che non si arrende alla crisi e all’abbandono istituzionale

Angoscia, impotenza e paura, tanta paura di non farcela. Sono più o meno questi i sentimenti che attanagliano molti dei commercianti italiani ogni giorno, da quando la crisi imperante ha devastato le loro vite, compromettendone presente e futuro.

La lotta alla sopravvivenza è diventata così estenuante per alcuni che, a volte, non si capisce se chi continua a combattere è più forte o più folle. Forse entrambe le cose, forse nessuna delle due, fatto sta che c’è chi non si arrende all’indifferenza, né si piega alle leggi assurde de sistema bancario vigente e anziché cedere alla disperazione, usa gli ultimi brandelli di forza per diventare il grido di chi voce non ne ha più. Carmelo Calabrò è sicuramente uno di questi.

Calabrese, gestore di un bar nei pressi di una stazione ferroviaria, passa gli ultimi diciotto anni della sua vita a servire caffè e vendere sigarette dietro a un bancone insieme a sua moglie. Durante i Natali, le feste comandate, i funerali. Da mattino a sera. Quel bar è tutta la loro vita.

Così, nel giugno scorso, decidono di riscattare un’assicurazione per investirla nell’attività e scongiurare l’ombra della crisi. Comprano un grosso quantitativo di sigarette, sperando di riuscire a fronteggiare il flusso turistico che è solito affollare i locali nelle località balneari durante i mesi estivi. Ma è proprio qui che il destino sferra, per la terza volta, un colpo durissimo.

Dei balordi si introducono nel bar. Rubano l’incasso, la merce appena acquistata e quella già esposta negli scaffali, tra cui numerosi biglietti di “Gratta&Vinci”. Tra il valore della merce sottratta e i lavori di ripristino, il danno ammonta 50mila euro circa, a cui si aggiunge, nelle settimane successive la perdita degli introiti ricavati dall’erogazione delle ricariche telefoniche e le schedine dei pronostici di gioco per via degli ovvi ritardi nei pagamenti. La Stato non fa meglio. Al di là dell’abbandono istituzionale, non ritroverà mai né i malviventi, né la refurtiva. La famiglia Calabrò è in ginocchio.

Carmelo si rivolge subito agli istituti di credito ma gli vengono chieste garanzie enormi rispetto a ciò che chiede, mentre la politica lascia che i suoi appelli finiscano nel dimenticatoio. Ma l’uomo è talmente angosciato e provato da rompere la riservatezza che lo contraddistingue e rendere pubblica la sua storia. «Non chiedo soldi a nessuno – dice lanciando un’accorata richiesta d’aiuto -, voglio soltanto che mi venga riconosciuto il diritto di poter lavorare onestamente, così come onestamente ho sempre compiuto il mio dovere di cittadino».

Vuole poter accedere ai fondi per le imprese in difficoltà, Carmelo, vuole che lo Stato lo aiuti a risollevarsi dal baratro in cui è finito anche a forza di tasse e leggi assurde, vuole attirare l’attenzione su un problema che affligge tanti altri padri di famiglia. Ma prima che sia troppo tardi: di questo passo sarà costretto quanto prima a chiudere i battenti.

Alla giustizia nemmeno ci pensa più. Perché se lo Stato avesse svolto i suoi compiti fino in fondo, quali il controllo e l’individuazione dei responsabili, non avremmo dovuto neppure raccontarla questa triste vicenda.

Invece c’è un uomo in lacrime a cui non è bastato lavorare anche quindici ore al giorno per difendere il diritto al futuro. Ma che al tempo stesso, non ha nessuna intenzione di arrendersi.