IL CASO FABIANA LUZZI, QUANDO LA DISPERAZIONE SI FINGE AMORE

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Pubblicato su Alganews il 28 maggio 2013

Di Francesca Lagatta

“La violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci”. Partiamo da qui, da queste parole impresse su uno striscione, per raccontarvi l’ultimo caso di violenza in ordine di tempo, a cui oggi non darò il nome di femmicidio o di omicidio passionale, perché non si tratta né dell’uno né dell’altro, ma semplicemente della follia omicida una mente malata.

Fabiana aveva 16 anni e frequentava da un po’ di tempo un giovanotto, suo coetaneo. Il rapporto pare che sia stato sempre burrascoso nonostante la giovane età, quella che dovrebbe essere fatta di mani aggrovigliate, di teneri abbracci e di baci innocenti. Ma per questi due ragazzi, invece, il destino ha scritto una delle pagine più nere della cronaca degli ultimi tempi. La ricostruzione dell’assassinio di Fabiana, al momento basata sul racconto dello stesso omicida, è breve e agghiacciante.

Il ragazzo va a prenderla da scuola e la conduce in un posto isolato. Cominciano a litigare pesantemente. La furiosa lite pare sia stata generata dalla gelosia delle frequentazioni di entrambi avute durante un breve periodo nel quale si erano lasciati. Lui, in preda alla rabbia, estrae un coltello e ferisce Fabiana, che cade a terra sanguinante e inerme. Ma per il giovane, evidentemente, non è abbastanza così decide di rifornirsi di una tanica di benzina colto dalle più luride intenzioni. Lei, esausta ma ancora cosciente, trova la forza di rialzarsi e tenta di strappargli la tanica dalle mani, ma l’emorragia le fa perdere le forze e ricade a terra in fin di vita. Lui, a questo punto, le versa il liquido infiammabile addosso e le dà fuoco come fosse un pezzo di carta.

Passano alcune ore e il diciassettenne si reca in ospedale per curarsi delle ferite da fuoco sul volto, che ai medici del pronto soccorso giustifica con una scusa banale. Nel frattempo amici e familiari, ancora ignari dell’accaduto, denunciano la scomparsa della giovane studentessa che stranamente non rientra a casa dopo le lezioni, ma quando le due notizie ci giungono contemporaneamente, capiamo subito di doverci aspettiare il peggio. D.M., queste le iniziali del reo confesso, cede alcune ore dopo, sotto il martellante interrogatorio a cui viene sottoposto.

Nonostante la continuità con la quale la cronaca ci riporta notizie simili ogni giorno, ci accorgiamo che non ci si abitua mai a questi episodi di violenza inaudita. Cosicché, mentre l’Italia resta attonita di fronte a tale racconto e già piange la povera vittima, ci si interroga sul perché in ogni dove, sui blog, sui social network, per le strade e soprattutto nelle nostre case. Ci si chiede se è possibile che quel giovane non abbia mai dato dei segnali che possano aver messo in guardia la fidanzata, gli amici, gli insegnanti. Ci si chiede, insomma, ogni volta, se la tragedia poteva essere evitata. E rimango sgomenta ogni volta che andando a ritroso nella storia la risposta è sempre sì.

L’omicida, non ancora diciottenne, è un ragazzo introverso e taciturno che era solito picchiare la sua fidanzatina. Di questo ne erano al corrente sia i genitori della fidanzata, sia gli amici della giovane. E ora mi chiedo, con un peso sul cuore, se un rapporto travagliato tra due adolescenti, la gelosia morbosa di entrambi e la violenza fisica non erano indizi abbastanza gravi da necessitare un intervento prima che la tragedia si consumasse; ora mi chiedo, perché il suo papà non le ha impedito di frequentarlo ancora? Perché gli amici che oggi sfilavano in corteo e alzavano gli striscioni al cielo, non hanno denunciato alle istituzioni che un adolescente era già così perverso e pieno di rabbia da alzare la mani su quella fanciulla con la quale doveva condividere un amore innocente e pieno di tenerezza?

Ed ora, già si parla di società malata, di generazione allo sbando. Ma è giusto, secondo voi, definirci una società malata per il comportamento deviato di alcuni singoli soggetti? Io non credo assolutamente, non ho mai ricevuto un solo schiaffo da un uomo in tutta la mia vita e non mi va giù che si generalizzi e si metta un marchio ignobile anche agli uomini perbene, che contrariamente a quanto si pensi, sono in tanti, o che peggio ancora dobbiamo per forza darci delle colpe, tutti, per giustificare il comportamento di un singolo.

Piuttosto credo che la nostra sia una società di persone egocentriche e superficiali, questo sì, “siamo in un’era individualista e sterile” recitava una mia vecchia lettera, dove la gente fa finta di non vedere o non si interessa agli altri finché non ne è coinvolta personalmente.

Perciò, ai primi segnali trovate la forza di reagire al primo gesto di violenza, fisica o verbale, troncate immediatamente ogni tipo di rapporto e affidatevi alle istituzioni competenti, perché per quanti cortei vorranno sfilare in vostra memoria e per quanti striscioni vi vorranno dedicare, non potranno mai servire a ridarvi la vita.

L’amore e tutto quello che ne consegue non ha nulla a che fare con la violenza. E se non è amore, allora, lasciate perdere. Subito