IL CASO MOANA POZZI: NON ABBIAMO BISOGNO DI SCOOP

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Pubblicato su Alganews il 5 novembre 2013

Di Francesca Lagatta

Anna Moana Rosa Pozzi, nota al grande pubblico semplicemente come Moana, nasce a Genova il 27 aprile 1961.

A soli 19 anni comincia la carriera cinematografica con piccole parti, ma ben presto diventa la regina incontrastata delle pellicole ad alto tasso erotico. Poliedrica, brillante, trasformista, Moana Pozzi è stata anche showgirl, modella, politica e cantante; ha sdoganato la sessualità, nell’Italia del dopoguerra, come nessun’altra prima di lei aveva saputo fare. Vive una vita di eccessi ma intensa, entrando di diritto nell’immaginario collettivo di chi l’amava e di chi, pudicamente, la rinnegava.

Poi, improvvisamente, nel pieno della sua carriera, si ammala. Tanto aggressivo quel male che, nonostante le cure, non le lascia scampo. Nelle immagini che la ritraggono nei giorni poco prima della morte, la si vede svuotata della sua vitalità, esageratamente magra, con le ginocchia che la reggono a stento.

Il 15 settembre del 1994, a soli 33 anni, Moana Pozzi si spegne in un hotel di Lione, in Francia. Così improvvisa quella morte, così inaspettata, che dà vita a una serie infinita di voci sulle circostanze e sulla veridicità della sua scomparsa. Come ogni mito che si rispetti. Ma quelle voci che la vogliono ancora viva sono così insistenti che, a dieci anni dalla data ufficiale, nel 2004, la Procura di Roma apre un processo.

Niente da fare. Cartelle cliniche e certificati dimostrano ancora una volta che Moana Pozzi si è spenta quel giorno, in quell’albergo, per un cancro al fegato e non per Aids, come si vociferava dagli ambienti del porno.

Da un po’ di tempo, però, Eva Henger, ex moglie del produttore Riccardo Schicchi, nonché amico e manager della compianta pornodiva, rivela alle telecamere, in più di un’intervista fantoccio, che Moana non sarebbe morta il 15 settembre 1994 e che, addirittura, potrebbe essere ancora viva. Il tutto, ovviamente, a favore dello share.

L’ultima ospitata in ordine temporale è quella di domenica scorsa da Barbara D’Urso che, come nel suo stile, si mostra incredula, a tratti smarrita di fronte a tale scoop, con quell’espressione facciale tra lo smarrito e che neanche una donna al funerale del marito dopo sessant’anni di vita insieme. Il pubblico rimane attonito e, puntualmente, sui social network comincia la tiritera del vero o falso. L’Auditel ringrazia.

Ora non stiamo qui a interrogarci sulla data della morte di Moana Pozzi, che, pace all’anima sua, seppure non fosse quella, a noi interesserebbe come le funzioni dell’espletamento fisiologico di Dudù, il simpatico barboncino di Berlusconi.

Chiediamoci perché, invece, nel bel mezzo di un tranquillo pomeriggio qualunque, la stampa di tutt’Italia (sapendo di compiacere la curiosità di milioni di persone) catapulta l’attenzione su uno scoop vero come il décolleté della Marini, lanciato da un’ex pornodiva ed ex moglie del re del porno, che suscita ipotesi degne di C.S.I. circa la morte dell’attrice pornografica più famosa d’Italia, spacciandole come rivelazioni che pesano quanto il dossier del Corvo sul Vaticano.

Chiediamoci cos’ha questa società malata, che ha bisogno di sentirsi dare queste notizie, che resta incollata ad un programma per famiglie che, invece di informare o intrattenere col varietà, racconta palesemente menzogne. Chiediamoci perché questa società ha bisogno di farsi ingannare e di farsi ammaliare da una tv sempre più trash purché quello che racconta sia di cattivo gusto e lontano dalla realtà.

Non mi preoccuperei se non fosse per il fatto che chi costruisce ad arte questi finti scoop dall’eclatante effetto mediatico, la nostra società la conosce bene.