CALABRIA. PER CARITÀ, TOGLIETE LA PENNA AI GIORNALISTI INFAMI

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CALABRIA. PER CARITÀ, TOGLIETE LA PENNA AI GIORNALISTI INFAMI

Tra questi Baldessarro, Pantano, Inserra, Albanese e quell’indisciplinato di Musolino

«La rovina di questa città sono i giornalisti». A pronunciare queste parole, in più occasioni, è stato l’ex Presidente di Regione, Giuseppe Scopelliti, a proposito della città di Reggio in riferimento ad alcuni giornalisti. Alcuni dei quali, secondo il suo personalissimo parere, asserviti addirittura alle lobbies mafiose, anche se detto da uno che guarda la partita con Bruno Mafrici, incontra Paolo Martino e partecipa alla stessa festa a cui è invitato Cosimo Alvaro, non si è mai capito che cosa avesse voluto intendere.

E, in fondo, l’ex sindaco della città dello Stretto tutti i torti non aveva. Reggio e provincia sono piene di giornalisti infami: Peppe Baldessarro, Claudio Cordova, Agostino Pantano, Michele Inserra e Michele Albanese, solo per citarne alcuni. Tutti giornalisti che di piegarsi ai potenti e alle regole del buon mercato non ne vogliono sapere. E scrivono, scrivono, chi delle malefatte politiche, chi della guerra tra cosche, chi addirittura della guerra tra uomini dello Stato. Scrivono imperterriti, non si fermano davanti alle minacce, agli avvisi, alle letterine, di fronte alle richieste di risarcimento da 500mila euro (leggi la storia: IL PM DOMINIJANNI CHIEDE MEZZO MILIONE A CORDOVA) e neppure di fronte ai messaggi celati di alcuni pseudo politici che pontificano dalle loro bacheche social. Pantano, ad esempio, è stato mandato a processo per ricettazione perché ha spiegato a tutti i retroscena dello scioglimento per mafia di un comune nel Reggino, ma i giudici hanno ritenuto che il modus operandi della raccolta di notizie fosse poco convincente: quelle notizie erano segrete. Di interesse pubblico, certo, ma dovevano rimanere segrete. Oltretutto il giudice ha anche evidenziato come il giornalista avesse guadagnato proprio grazie a quei documenti. Già, Agostino Pantano ebbe il normalissimo compenso corrisposto dalla redazione per la quale scriveva. Non so fino a che punto possa trattarsi di ricettazione, ma di sicuro l’evento ha dello straordinario. 

E poi c’è il più infame di tutti, l’enfant prodige del giornalismo calabrese, quello che non è odiato solo solo da certi politici, ma anche da certo giornalismo. È sempre lui, Lucio Musolino, quello che la destra colloca a sinistra e che la sinistra colloca a destra, perché lui se ne fotte di destra e sinistra e scrive quel che gli pare. È un indisciplinato.

È il giornalista a cui Scopelliti ha chiesto un milione di euro per “avergli leso l’onorabilità e per aver diffuso notizie non veritiere”, riferendosi alla divulgazione dell’informativa redatta dal Ros di Reggio durante un collegamento con Anno Zero, nell’ottobre 2010, quando raccontò all’Italia della famigerata cerimonia dei fratelli Barbieri alla quale partecipò, scortato, l’allora Presidente di Regione tre ani prima, mentre gli uomini del Ros riprendevano spudoratamente gli invitati all’allegra festicciola. Ed è lo stesso che Mentana, una settimana dopo, assunse in diretta, dagli stessi studi di Anno Zero, lasciando per sempre un dubbio angosciante fra i suoi colleghi: fu tutta una messa in scena? E poco importa se poi seguirono due anni di servizi per La7, sempre meglio il dubbio che un’insopportabile verità.

Musolino è quello che gettò Calabria Ora nella bufera quando fu licenziato dagli editori via fax, pochi giorni dopo che l’allora direttore Sansonetti aveva pensato bene di apostrofarlo “forcaiolo” in un editoriale per quel vizio maledetto di impicciarsi e mettere le mani, cioè la penna, nei rapporti tra politica e ‘ndrangheta. Antimafia sì, disse il buon Piero, forcaiolo no, quella è un’altra cosa. Solo che Musolino non se lo bevve quel licenziamento così, su due piedi, e si rivolse niente meno al Tribunale. Che caso strano gli diede ragione: non una, ma tre volte. Condannò Calabria Ora al reintegro immediato del posto di lavoro e a un cospicuo risarcimento. Ma Pietro Citrigno, condannato poi in via definitiva per il reato di usura, non gli ha mai riconosciuto né uno né altro. Peccato che, nel frattempo, quell’incosciente di Padellaro lo ha preso a Il Fatto Quotidiano, dove ha poi, con gli anni, dato il peggio di sé. 

Il danno più grande, senza dubbio, l’ha fatto nel luglio scorso quando, con la solita impertinenza, si permise di disturbare una messa pia nella pacifica Oppido Mamertina, costringendo quel pover’uomo di don Benedetto a incoraggiare i fedeli di prenderlo a schiaffi (leggi la storia: OPPIDO MAMERTINA, AGGREDITO LUCIO MUSOLINO). Perché quando è troppo è troppo e uno con la telecamera in mano fa perdere la pazienza pure a Gesù Cristo, per rimanere in tema. Che poi, ammesso pure che la processione si fosse fermata a omaggiare il boss Peppe Mazzagatti (leggi la storia: A OPPIDO LA MADONNA SI INCHINA A GIUSEPPE MAZZAGATTI), ergastolano, che male c’era? 

Poi dieci giorni fa aveva scritto che Il Garantista è in crisi e lo aveva fatto prendendo spunto proprio da un comunicato degli stessi giornalisti della redazione. Chiaramente Sansonetti, prendendo la palla al balzo, ci ha scritto un bell’editoriale, sottolineando di come gli attacchi del Fatto fossero infondati e che se crisi c’è, la sua redazione, compatta e solidale nei commenti col direttore, la supererà. E giù le frecciatine pubbliche a Musolino dagli stessi colleghi, colpevole, anche stavolta, di non essersi fatto i fatti suoi e di aver scritto fischi per fiaschi. Come al solito. E infatti passano solo pochi giorni e quegli stessi cronisti indicono uno sciopero di tre giorni perché il giornale non li paga. Non solo, il Comitato di redazione si dimette: Musolino aveva ragione pure stavolta. Mannaggia, a saperlo prima.

Con oggi, poi, ha proprio toccato il fondo. Nel pomeriggio ha rivelato che l’editore Cuzzocrea, presidente di Confindustria in Calabria, ha risposto così a una mail inviatagli da una giornalista de Il Garantista: “Chiedi lo stipendio? È sintomo di un malessere, valuta le dimissioni”. Sembrerebbe un consiglio, diciamo, a quella impertinente che si era permessa di chiedere lo stipendio che avanzava da appena cinque mesi. Ma come si permette Lucio Musolino a pubblicare certe cose? Se domani seguiranno l’editoriale di Sansonetti e i commenti al vetriolo di qualche vecchia conoscenza, ben gli sta. Che poi, in una terra come la Calabria, quando mai la verità è andata di moda? ‘Sto ragazzo sarà anche bravo, ma fatica ad imparare usi e costumi della sua terra. Imperdonabile.

Hanno ragione certi colleghi che a questo giornalista bisognerebbe togliere la penna. Di questo passo, saremo costretti a leggere ancora chissà quante notizie del genere, di inchini, di boss e inciuci politici. Non se ne può veramente più.

Io però sto dalla sua parte, io sono sfacciatamente di parte, semplicemente perché ho deciso da quale lato stare: da quello dei giornalisti infami. Di quelli che non sono disposti a cedere, di quelli che non si fanno comprare e che soprattutto non si svendono, di quelli che le veline sugli incidenti le lasciano agli altri e che raccontano quello gli altri non vorrebbero far sapere. A costo di risultare impopolari o di non godere delle simpatie di colleghi e potenti (leggi: BAVAGLIO ALL’INFORMAZIONE. IL WEB SI MOBILITA PER LUCIO MUSOLINO).

Io sto dalla parte di Lucio Musolino, di Peppe Baldessarro, di Michele Albanese, di Michele Inserra, di Agostino Pantano, perché tutti i giorni rischiano la propria vita per il bene comune e non chiedono il consenso a nessuno. Sto dalla loro parte perché ci vuole ci vuole molto più coraggio a rimanere soli tenendo fede alle proprie convinzioni, che rimanere in bella compagnia attenendosi alle regole, becere, degli altri.