L'ERA SCOPELLERIO – MONOLOGO PERFIDIA 1^ PUNTATA

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Di Francesca Lagatta

Durante la campagna elettorale Oliverio parla di “una netta discontinuità e rottura con il fallimento sancito dal centrodestra. Dopo il voto non presterò il fianco a nessun inciucio”. E le intenzioni del futuro governatore sono già abbastanza chiare sin dall’inizio. Tra i candidati che lo sostengono nelle varie liste ci sono, ad esempio, Elio Belcastro (ex sottosegretario dei governi Berlusconi), Pasquale Tripodi (già Udeur), Rocco Sciarrone (ex consigliere provinciale di Forza Italia) e Flora Sculco (figlia di Enzo, ex consigliere regionale della Margherita che poi fondò poi i “Demokratici” e sostenne Scopelliti).

Ma l’esperienza in politica conta, eccome se conta, e quindi è giusto che anche qualche consigliere regionale uscente, vista la buona riuscita, si ricandidi. Uno di questi è Antonio Scalzo, candidato da Oliverio proprio pochi giorni prima di essere rinviato a giudizio per presunti illeciti nella gestione della Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, processo nel frattempo andato in prescrizione, proprio qualche giorno fa.

I calabresi, allora spaventati dalla notizia perché già provati dall’amministrazione Scopelliti, gli daranno appena 12mila voti, facendolo risultare il più eletto in assoluto. Quando Oliverio vince, con il 61% delle preferenze, benché vada a votare meno della metà degli aventi diritto, Scalzo incassa come premio la nomina a Presidente del Consiglio regionale. D’altronde Scalzo si difende: «Sono assolutamente sereno del mio operato e del ruolo tecnico che avevo all’Arpacal. Dimostrerò la mia estraneità».

Ne era convinto anche l’amico e segretario regionale del Pd, Ernesto Magorno, che ricordò ai microfoni che un indagato è innocente fino all’ultimo grado di giudizio e che in ogni caso in politica si parla di politica, le condanne, eventuali, si discutono in altri luoghi. Inoltre, spiegò ancora Magorno, si trattava di un’accusa per abuso d’ufficio, mica di una responsabilità grave.

E infatti, nel dicembre 2012, Scalzo e altri avevano subito anche un sequestro preventivo di 500mila euro, poiché la magistratura ritenne che gli indagati fossero a conoscenza dell’inchiesta e che ciò avrebbe potuto spingere i diretti interessati a far sparire le ingenti somme di denaro. Ai Pm non piacque affatto il tentativo di chiudere di un conto corrente.

Ma quando ancora la nomina di Scalzo a Presidente del Consiglio era solo stata messa in conto, Enzo Ciconte aveva fatto sentire la sua voce in merito: «Se Tonino Scalzo diventa Presidente del Consiglio, io mi dimetto». Le dimissioni non le ha date, poi, a  dire il vero, ma in compenso è diventeto assessore. Indagato pure lui, sempre per la vicenda dei rimborsi, per la quale risultano al vaglio degli inquirenti 44 consiglieri uscenti su 50.

Per equità,  il Ncd, alleatosi con l’Udc con il cartello Alternativa Popolare, riesce a strappare la nomina di vicepresidente di Pino Gentile, prima Forza Italia, poi Pdl, ora Nuovo Centro Destra, volto nuovo della politica, giunto ormai alla sua sesta legislatura, e attualmente indagato nell’inchiesta dei rimborsi.

Comunque Oliverio sa di non gestire una situazione facile e impiega ben 90 giorni per nominare la giunta, cioè mezza, la giuntina. Gli altri tre assessori sono Carlo Guccione, il quale riceve la delega per il lavoro ma si occupa spesso e volentieri di sanità, pure lui indagato sempre per rimborsopoli e, sempre in virtù della teoria dell’equità, Maria Carmela Lanzetta, paladina antimafia e Nino De Gaetano, anch’egli indagato per i rimborsi regionali, il cui nome compare nell’inchiesta “Il Padrino”.

Nel rifugio del latitante Giovanni Tegano, reggente dell’omonima cosca del quartiere Archi di Reggio, nel 2010, quando De Gaetano era candidato con Rifondazione Comunista, gli inquirenti trovarono una quantità di materiale pubblicitario elettorale tale da insospettirsi.

Per questo episodio De Gaetano non è mai stato raggiunto da alcun avviso di garanzia, ma in un’informativa della squadra Mobile, che porta la firma del dirigente Gennaro Semeraro e dal suo ex vice Francesco Rattà, si evince che gli inquirenti ipotizzarono finanche l’arresto per lui e altri indagati, perché, riporto testualmente, ci sono “gravi indizi di colpevolezza” che “consentono per la loro genuinità, di prevedere l’idoneità a dimostrare la responsabilità dei medesimi e come tali, attesa la natura dei delitti ipotizzati, che sussistano senz’altro a loro carico”. I giudici evidentemente respinsero la richiesta della custodia cautelare non ritenendola necessaria, ma il 14 dicembre scorso il Procuratore Cafiero De Raho dichiarò, nel corso di una conferenza stampa, che sulla questione sono ancora in corso degli accertamenti.

A notizia trapelata, il sottosegretario del Consiglio di Stato, Graziano Delrio, pare abbia mandato un messaggio di fuoco al neo governatore Oliverio, chiedendogli di fare un passo indietro sulla scelta. Macché, il passo indietro lo fanno invece Adriana Musella, che si dimette dall’associazione antimafia “Riferimenti”  e  Maria Carmela Lanzetta che nel frattempo aveva già rassegnato le dimissioni da Ministro nel Governo Renzi. Mentre Rosy Bindi, Presidente della Commissione Parlamentare Antimafia, ma simbolo indiscusso del Pd, non commenta e invita tutti ad attendere di leggere le carte sull’inchiesta “Il Padrino”.

Anzi, in una conferenza sferra velatamente un attacco all’ex ministro, paragonandola all’ex sindaco Carolina Girasole, precedentemente divenuto un simbolo antimafia, poi arrestata con gravi accuse. Infatti la Bindi dice: «Bisogna vedere se la Lanzetta è veramente un simbolo antimafia». E alla domanda su cosa avrebbe spinto la Lanzetta a lasciare il ruolo di assessore regionale in seguito alla nomina di De Gaetano, dichiara: «Non rispondo».

Non risponde lei e non vuole neppure le risposte degli altri, tant’è che ad oggi sulla questione De Gaetano non sono stati sentiti né il diretto interessato, né Oliverio. Si sono sentite bene invece le accuse tra quest’ultimo e la Lanzetta, quando il primo ha accusato la donna di avere un’ esaltazione del suo ego e di favorire la mafia indebolendo la credibilità delle istituzioni con certe dichiarazioni, che poi sono le stesse dichiarazioni che rilasciò l’ex ministro quando decise non entrare in giunta.

Comunque tutto è bene ciò che finisce bene, De Gaetano è al suo posto e  Oliverio mette a segno un colpo sull’altro, cose più impellenti di cui deve preoccuparsi un Presidente di Regione. Così tra una manifestazione di disoccupati e una protesta dei lavoratori in mobilità, il Presidente si sceglie il suo fotocinereporter. Che sarebbe mai un Presidente di Regione senza il suo fotocinereporter?

Il fortunato è il fotografo Mario Tosti, il quale avrebbe sottoscritto un contratto quattro giorni fa, un co.co.co. per la precisione, da 41.976 euro con l’incarico di vice caposervizio con funzioni di fotocinereporter dell’ufficio stampa della giunta regionale.

Ma non è il solo. Per questioni evidentemente di fiducia, hanno sottoscritto un contratto co.co.co anche due addetti stampa che hanno già lavorato con Oliverio quando questi amministrava la Provincia di Cosenza. Si tratta di Francesco di Napoli e Maria De Vincenti, per i quali è previsto rispettivamente il compenso di 67 e 57 mila euro.

Fortunati anche loro, visto che alcuni colleghi si erano visti chiudere la porte lo scorso 10 dicembre, poiché il bando indetto per la selezione di 5 redattori ordinari è stato sospeso a tempo indeterminato per “per sopraggiunti e imprevedibili ragioni istituzionali di un componente della commissione”, sebbene quei posti di lavoro rientrassero nei Piani di Comunicazione dei Programmi Operativi stanziati dai fondi europei. Fondi che se non verranno spesi dovranno comunque essere restituiti. Ma Oliverio sceglie invece i suoi giornalisti e fotografi infischiandosene della selezione pubblica.

Cari calabresi, doveva essere la #svoltabuona, mi sa che non ci è andata bene neanche stavolta.