DIAMO UN’ALTRA POSSIBILITÀ A FABRIZIO CORONA

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Pubblicato su Alganews il 23 novembre 2013

di Francesca Lagatta

Fabrizio Corona è un uomo che dell’illegalità, a un certo punto della sua vita, ne ha fatto il proprio business personale. Mai sognerei di difenderlo. Ma è giusto che la vita dia una seconda possibilità a tutti, perché tutti sbagliamo e non è mai troppo tardi per pentirsene.

Osservo, leggo, ascolto e quasi mai giudico. Non dovrebbe farlo nessuno. Le carceri, lo dico sempre, dovrebbero essere luoghi di riabilitazione e di reinserimento nella società. E forse è quello che è successo a quest’uomo, poco incline alle regole, prepotente, che inaspettatamente lancia un messaggio forte e speranzoso. Io lo accolgo e lo diffondo affinché possa essere di esempio agli altri, ai giovani soprattutto, che di questi tempi sono stanchi e provati, sopraffatti da una società ingiusta.

Si vociferava da tempo che Corona stesse male, sedato dagli psicofarmaci che cercavano di reprimere la sua esuberanza e la sua rabbia. Si parlava di un uomo finito, spento, privo di vita. E la sua lontananza dai riflettori avevano avvalorato la tesi. Quell’uomo, appartenente a sette generazioni di giudici, era stato un uomo brillante, scaltro, imprenditore di se stesso fino al giorno della sua prima carcerazione. L’orgoglio, un meccanismo oscuro e la pressione dei media, poi, lo avevano trascinato in un tunnel senza uscita che lo hanno reso quello di oggi. Una condanna inflitta, la sua, giusta ma esagerata, se paragonata a quelle di chi uccide, di chi violenta, o peggio ancora, di chi abusa di un bambino. Sette anni per aver chiesto venticinquemila euro a Trezeguet, ex calciatore della Juventus, per non pubblicare delle foto compromettenti. Estorsione, certo, ma una pratica molto in voga nell’ambiente giornalistico. Non è il solo.

Oggi, finalmente, arriva quella lettera dalla cella n.1 del penitenziario di Opera, come una ventata di ossigeno, un messaggio di speranza, a ricordare a tutti che non è mai il momento di mollare. Toccanti quelle parole fino alla commozione, soprattutto quando, ancora una volta, la testimonianza di un carcerato, l’ennesima, ci racconta le condizioni disumane nelle quali versano i penitenziari italiani. Ecco le parti più significative della lettera:

“[…] Penso che dopo la scoperta di una grave malattia, il carcere sia la cosa più brutta che possa accadere ad un uomo. È la realtà dell’inferno in terra, dove colpevoli e innocenti sono costretti a vivere in condizioni vergognose e disumane nell’indifferenza istituzionale. […] Io continuo a dimostrare che nei momenti di difficoltà si deve niente affatto ripiegare le ali, abbassare il tiro, ma anzi, tentare di rilanciarsi lavorando sui propri margini di miglioramento e sulla riscoperta dei valori veri e dei sentimenti come l’orgoglio e il coraggio, perché alla fine, quello che conta veramente (nothing else matter) è il carattere e il cuore che metti nella tua vita. Bisogna saper rispondere alla disperazione con un sorriso di sfida e il dito medio alzato. E questo, oggi, deve essere d’esempio e di aiuto ai molti che pensano di non farcela e decidono di lasciarsi andare… Io non l’ho fatto e mai lo farò! Stare in prigione in questo paese è come morire lentamente, ma io continuo a vivere lo stesso, di notte, nei miei sogni, anche attraverso i ricordi di quella che è stata la mia incredibile vita: le tante emozioni provate, il grande amore dato e quello ricevuto, convinto, ancora oggi, che i sogni, se li desideri veramente e fai di tutto per raggiungerli, prima o poi diventano realtà. Oggi, chiuso dentro la mia cella, la numero 1 del primo reparto del carcere di massima sicurezza di Opera, guardandovi seduto dal mio sgabello di legno mezzo rotto, attraverso un minuscolo televisore degli anni Settanta, voglio vedere mia madre sorridere: ha già pianto e sofferto troppo.”

La lettera, indirizzata alla conduttrice di Verissimo Silvia Toffanin, è destinata a far parlare per giorni. Succede sempre quando c’è Fabrizio Corona di mezzo, il suo nome, inevitabilmente, porta scompiglio. Augurandoci che qualcuno mediti su queste parole e si attivi, immediatamente, affinché le carceri siano rese vivibili da esseri umani, e non da bestie.