SCRIVO DI PADRE DINO, PER ME PIOGGIA DI INSULTI

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SCRIVO DI PADRE DINO, PER ME PIOGGIA DI INSULTI

ARRESTO PADRE DINO, CONTESTATA PER AVER RIPORTATO ALCUNE VOCI CHE CIRCOLAVANO DURANTE LA SUA PERMANENZA A PRAIA A MARE

Contestata duramente per il contenuto di un articolo (CLICCA QUI PER LEGGERLO) su Padre Dino, non solo su un gruppo di facebook, ma anche tramite messaggi privati pieni di rabbia e rancore. E’ così che hanno reagito i miei concittadini quando ho pubblicato L’ARRESTO DI PADRE DINO SCONVOLGE PRAIA A MARE. “Ma questo è giornalismo?”, compare tra i commenti della pagina nella quale è stato postato. Di lì in poi, un susseguirsi di accuse e attacchi personali, di quelli che spesso ti vengono fatti perché se ne aspettava l’occasione e non perché contrari alla mia opinione, di quelli che dovrebbero ferire la persona e non il suo operato. “Giornalismo sciacallaggio“, “giornalismo di bassi livelli”, “per sentito dire”, “strumentalizzazione delle notizie”, solo per fare un esempio, e una velatissima accusa di essere una bugiarda incallita. Tant’è. Secondo la loro versione io avrei detto una bugia perché quello che ho raccontato non è successo a loro. Neanche a me è successo di aver avuto una spiacevole esperienza con il prete ora accusato di essere un pedofilo, che pure mi ha insegnato religione per tre anni, ma non per questo non potrei credere a chi racconta diversamente. Non si fa giornalismo per sentito dire e su questo siamo d’accordo, tanto è vero che nel pezzo è specificato che erano voci: “ricordo quei racconti”, “si sussurrava”, tengo a precisare nella stesura dell’articolo, ma niente. Qualcuno si attacca finanche al fatto di aver scomodato la Madonna della Grotta, ringraziata da alcuni pubblicamente alla notizia dell’arresto, che sarebbero stati vittime della sua arroganza. Neanche quello è giornalismo. Riportare un fatto, un dato di fatto. Pubblico e documentabile. Qualcuno, addirittura, si è sentito in dovere di insegnarmi le regole di questo mestiere, nessuno che stia più in alto di me, che sta ancora sui banchi di scuola e che la sua personale conoscenza del giornalismo la fa sentire in dovere di sentirsi giornalisticamente superiore perché i suoi professori scrivono su La Repubblica. Se non ci fosse da piangere, mi verrebbe da ridere. Non solo, chi mi contesta il modo “sciacallo” di fare giornalismo, pretende a gran voce che io mostri le prove di ciò che sto dicendo. Lì, su facebook, davanti a tutti, rendere pubbliche eventuali accuse di pedofilia, magari con annesse confessione e testimonianze. Magari taggando pure le presunte vittime, perché no. Non è bastato neppure che io spiegassi più e più volte che quel pezzo era stato pubblicato sul mio blog personale, alla sezione “IL MIO BLOG” e solo successivamente, perché ritenuto valido, pubblicato anche dalle redazioni giornalistiche.

Ho più volte ribadito nella conversazione pubblica (che conservo tra gli archivi del mio computer, quindi potrei mostrare quel che dico a chiunque) che qualora qualcuno si fosse sentito diffamato dalle mie parole o avesse ritenuto che stessi scrivendo e dicendo delle falsità, si sarebbe dovuto rivolgere alle caserme e porre le mie dichiarazioni al vaglio della magistratura, laddove si mostrano davvero le prove, qualora ce ne fossero. “Un consiglio da amico, cancella questo articolo”, ha scritto qualcun altro, che detto così potrebbe sembrare una minaccia ma che nella realtà non lo è affatto, solo una mera supplica a far sparire quelle parole. Perché? Perché chi mi contesta dice di aver frequentato per anni la parrocchia di Padre Dino e non aver mai visto un film a luci rosse come raccontato da me. Intanto non ho mai scritto che Padre Dino guardava i film a luci rosse con chicchessia, non ho mai neppure detto che lo faceva, non ne ho le prove. Ho invece detto che si diceva, che me lo raccontarono allora, circa 15 anni fa, e che c’è ancora oggi, aggiungo, chi sarebbe pronto a giurarlo. Ho detto questo. Solo questo. Anche il fatto di aver detto che si sussurrasse che il parroco ricevesse lettere e mazzi di rose è giornalismo spazzatura, però sul fatto che si diceva fosse un donnaiolo, su quello sì, siamo tutti d’accordo. Anche se sono loro, adesso, a non averne le prove, ma quella cosa a loro piace, non getta ombre su di loro ma su qualcun altro, e quindi va bene.

In privato altre persone mi hanno scritto “Caccia l’articolo che la Curia si incazza”, per dirla alla Umberto De Rose e non rischiare di perdere il vizio, o “non ti mettere contro la chiesa”. Gente che in chiesa, però, ci va eccome, io no. Il massimo l’ha raggiunto una di quelle che si sussurrava (si sussurrava, eh, non ho mica detto di averla vista, forse), avesse una gran sintonia con Placido Greco, il Gabriele Doni della letteratura hard, dicono gli inquirenti: “Ti stai mettendo in un casino che non lo sai neanche tu, sarebbe ora che la smettessi”. Alla signora, forse in preda alla paura, ho tenuto a precisare che io non sono una giornalista da diffusione convulsa di veline su temi quali incidenti e intrecci politico-gossippari locali. Non sono neppure ancora una giornalista, almeno fino al prossimo corso/colloquio per pubblicisti. Che la signora andasse o meno a letto con un prete, non sono affari miei e non sono neppure affari che un giornalista degno del suo ruolo dovrebbe scrivere. Che dorma sonni tranquilli. A me interessa sapere se qualcuno sapesse già allora delle presunte violenze e se sì perché nessuno lo ha denunciato. Perché se fosse vero si sarebbero potuti evitare centinaia, forse migliaia di altri abusi.

Di insulti, a dire il vero, dalla mia città ne ho avuti già abbastanza. E non solo quelli. Ogni volta che tocchi qualcuno o qualcosa, c’è sempre quello che ha da ridire. La verità non piace, non piace a nessuno. È sempre scomoda e, per un motivo o per un altro, turba i sonni di qualche ‘anima pia’. Tra le decide e decine di episodi che potrei raccontare sul trattamento a me riservato dalla ridente cittadina, che poi tanto ridente non è, ce n’è sicuramente uno, mai reso pubblico, un po’ per orgoglio, un po’ perché nessuno, come in questo momento, sa meglio di me che per dare importanza a un fatto basta parlarne, in bene o in male. E io, onestamente, preferisco che di me si parli per miei articoli, per ciò che pubblico e non per le conseguenze che ciò comporta. Ma, credetemi, fa male mettere a repentaglio la propria vita per un posto che non ti ascolta, per gente che non vuole cambiare la mentalità superba, arrogante, supponente e saccente che poi è causa di ogni male.

Era l’inizio di novembre del 2012 ed io ero andata a cena con alcuni amici. Lasciai la mia auto in un parcheggio quasi al centro del paese, sicuramente in una zona trafficata. Al ritorno la trovai così.

Vetri sfondati e tutte e quattro le gomme a terra. Non seppi mai chi fu l’autore del gesto, ma so che ciò avvenne qualche giorno dopo la mia pubblica denuncia su presunte irregolarità nella Casa della Salute di Praia a Mare (leggi la storia: SANITÀ. PRAIA A MARE, I RETROSCENA DEL NUOVO MAMMOGRAFO. Non ho mai pensato che i due episodi fossero correlati e, sebbene siano passati più di 2 anni, ancora lo spero. Tutto quello che posso dire con certezza è che non è stato l’unico episodio di vandalismo nei miei confronti e in quelle degli oggetti e delle persone a me vicine. Ho anche scoperto più volte che i miei account di posta elettronica erano stati violati, qualcuno era riuscito anche ad eludere la sicurezza del profilo facebook. Qualcuno, invece, ha tentato di truffarmi pur di sfilarmi un dossier sempre sulla sanità altotirrenica, sono stata minacciata, inseguita, perseguitata, cacciata via da una conferenza, sminuita, denigrata e, cosa peggiore, mai riconosciuta come una professionista dell’informazione. Tutto questo per aver voluto raccontare sempre e solo la verità, sempre per amore di questa terra che spesso e volentieri mi ringrazia rendendomi odio. Lo vedo dagli occhi di certi soggetti che, per mia fortuna, non sono soliti commettere omicidi.

Intanto leggete, se vi va, le parole a me dedicate dall’economista, docente e giornalista Leonardo Lasala (che si era già espresso su di me e sul mio operato con questo articolo LIBERTA DI INFORMAZIONE: MUSOLINO SIAMO TUTTI CON TE) scritte dopo gli spiacevoli episodi degli insulti, in un articolo pubblicato sulla testata giornalistica on line Notia, diretta da Luigi Speradio, in attesa che lunedì prossimo nella puntata del programma tv “Perfidia. Che fai, mi cacci?“, nel quale io partecipo come opinionista e ospite fissa, alcuni giornalisti, di quelli con G maiuscola, di quelli che non sono laureati e che il giornalismo lo fanno per strada, di quelli che se dici loro di essere brava perché i tuoi insegnanti scrivono su La Repubblica con tutta probabilità ti ridono in faccia, di quelli che hanno fatto la storia di questa regione, di quelli, insomma, che non si atteggiano a giornalisti ma lo sono e che soprattutto ne capiscono, discuteranno con me dell’accaduto. Ecco il testo a firma di Leonardo Lasala:

«L’arresto di un uomo di Chiesa suscita sempre sensazioni forti. Per chi fa comunicazione la difficoltà più grande è sempre quella di separare l’uomo dall’Istituzione, attendendosi a ciò che sono i fatti ed alle potenziali fonti disponibili.  L’arresto qualche giorno fa, in una indagine tutta da chiarire, dell’ex parroco di Praia a Mare, ha scatenato sul web un contraddittorio molto deciso.

la gatta francescaFrancesca Lagatta, blogger e prossima pubblicista , già conosciuta da addetti ai lavori e pubblico per le sue iniziative a favore della comunità (Ospedale di Praia a Mare, inchieste sulla ‘ndrangheta) è stata tra le prime a lanciare la notizia, raccogliendo “voci” sul territorio, come correttamente il mestiere di cronista impone. Un comunicatore non è un giudice: esprime valutazioni, condivisibili o meno, sulla base di ciò che ha a disposizione.  Non a caso esiste la possibilità di correggere eventuali errori o valutazioni non corrette, con pronta smentita.

Ma la rabbia e l’indignazione che tutti si sarebbero attesi per ciò che è emerso ad oggi dalle pagine dei giornali, sembra invece si sia ingiustamente riversato nei confronti di Lagatta, attaccata in modo personale su alcuni social network ed in maniera alquanto pretestuosa. Colpa della blogger/cronista sarebbe quella di aver raccolto voci e di raccontare i fatti emersi sul territorio.  Ma in un piccolo centro non è forse perdonato a chi fa comunicazione la volontà di raccontare ciò che il giorno dopo diviene “testimonianza” anche su trasmissioni televisive.

E’ giusto chiedersi a questo punto: perché tanto livore ed acredine nei confronti di chi difende il territorio? Perché accanirsi sul chi con nome e cognome, esperienza personale ed impegno dedica le proprie attenzioni a fatti ed accadimenti che se correttamente osservati consentono alla comunità di fare un passo avanti? Un cronista non è né un giudice né un boia. Non emette sentenza ed è lontano dall’esprimere condanne sociali. Tacere tuttavia laddove esistano testimonianze rappresenta potenzialmente favoreggiamento (in caso di reati). L’auspicio di tutti è che la storia di Padre Dino si risolva e che tutti gli orrori letti sui giornali siano errori degli inquirenti.  Ma se così non fosse… ferma e dura deve essere la condanna di una comunità che può conoscere i fatti solo se qualcuno come Francesca Lagatta si prende la briga di affrontare l’arena pubblica in nome della verità.

E’ bene dunque che tutti si faccia un passo avanti nei confronti della comunicazione, distinguendo le fantastorie (storicamente le più ascoltate, lette e non contraddette) dall’attività di cronaca, supportata da elementi tecnici, fatti e testimonianze.  Nessuno tocchi Padre Dino. La legge è sacra e occorrono tre gradi di giudizio perché sia definitiva. Ma ben prima dell’iter giuridico qualcuno chieda scusa a Lagatta e attraverso Lei a tutti coloro che quotidianamente non fanno altro che informare il territorio».