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A PLATÌ IL PD PIANTA LA BANDIERA E SE NE VA

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A PLATÌ IL PD PIANTA LA BANDIERA E SE NE VA

A PLATÌ IL PD RINNOVA LA PROMESSA DI RIDARE DIGNITÀ AL PAESE, MA PER ORA APRE SOLO IL CIRCOLO

«Non bastava la ‘nadrangheta a Platì, ora anche il Partico Democratico». È questo il commento sintomatico, ironico e amaro, che aleggia oggi pomeriggio nei meandri del web, dopo la notizia che il Pd, come annunciato nelle scorse settimane, è andato nella cittadina del Reggino, simbolicamente nel giorno della Repubblica, per piantare la propria bandiera politica e provare a mantenere la promessa di non lasciarla sola al suo triste destino. Dopo il terzo commissariamento per mafia in 12 anni, nessuno alla scorsa tornata elettorale ha avuto il coraggio di candidarsi (leggi la storia: A PLATÌ LA ‘NDRANGHETA VINCE SULLO STATO), neanche i piddini, che alle elezioni regionali avevano ricevuto dai platiesi il 22% dei voti. Così molti esponenti del partito avevano cercato di dimostrare loro che li avrebbero salvati dalla situazione di stallo annunciando più candidature. Peccato che lo avessero fatto solo quando i termini per la presentazione delle liste erano già scaduti. Anche se il Pd era sapeva da mesi, come testimoniato dalla dirigente locale Maria Grazia Messineo.

Ed anche oggi i big del partito renziano erano tutti in fila davanti alle telecamere, accorse per l’occasione, capeggiati dal Presidente Oliverio e il segretario Magorno, a rinnovare la promessa di ridare dignità a Platì e soprattutto riavere una Platì libera in nome della buona politica e della legalità. Anche se neppure oggi si è capito in che modo e soprattutto quando, di preciso. Chi c’era racconta di aver assistito all’inaugurazione di una sede di partito, perché di quello si è trattato, ma di non aver udito né di azioni da intraprendere né di programmi politici. Un po’ come il segretario nazionale, che quando arrivò in quel di Scalea (Cs), comune sciolto a gennaio 2014 per infiltrazioni mafiose, sapeva bene di cosa aveva bisogno la cittadina per rinascere, ma non aveva idea su come fare.

Francesco Fortugno, il vicepresidente della Regione Calabria, assassinato nel 2005

Ad ogni modo, ad affiancare i due leader regionali e la Messineo, nel salone parrocchiale del paese, ora punto di ritrovo per giovani democratici, c’erano anche molti altri nomi di spicco del PD: Maria Grazia Laganà, vedova Fortugno e fresca di assoluzione in Corte d’Appello per le accuse di tentata truffa e abuso, ai danni dell’ASL di Locri, nell’ambito di un appalto pubblico, che le erano costate in primo grado una condanna a due anni di reclusione; Enza Bruno Bossio, coinvolta nel processo “Why Not” dal Pm De Magistris e successivamente assolta in primo e secondo grado perché il fatto non sussiste, insieme al marito Nicola Adamo, anch’egli assolto per Why Not, il cui nome compariva anche nell’inchiesta “Eolo“, brutta storia di tangenti e autorizzazioni dalla quale è stato ancora una volta giudica innocente; il consigliere regionale Sebi Romeo, travolto dallo polemiche dieci giorni fa quando il neo autista Tonino Serranò, assunto grazie ai 67mila e 900 euro messi a disposizione da Palazzo Campanella, era comparso in un video del 2008 pubblicato da Il Fatto Quotidiano che lo ritraeva con una pistola in mano accanto a Francesco Russo, condannato a 12 anni e 8 mesi di carcere per associazione a delinquere di stampo mafioso nel processo d’appello dell’inchiesta “Epilogo“. Serranò ha rassegnato le dimissioni il giorno seguente; Nino De Gaetano, l’assessore ai Trasporti finito nella bufera in seguito alla divulgazione di una informativa della Polizia secondo la quale nel 2010, quando era candidato alla Regione con il partito comunista, venne trovata una quantità di materiale elettorale pubblicitario nel covo dell’allora latitante Giovanni Tegano tale da insospettire gli inquirenti su un possibile voto di scambio. Per De Gaetano la squadra mobile ipotizzò l’arresto, evidentemente non ritenuto necessario dai giudici, i quali lo hanno invece considerato totalmente estraneo ai fatti da non indagarlo nemmeno; Nicola Irto, consigliere comunale di minoranza nel Comune di Reggio Calabria durante l’amministrazione di Demetrio Arena, poi sciolta per contiguità mafiose; Demetrio Battaglia, indagato nell’inchiesta rimborsi alla Regione Calabria; Elisabetta Tripodi, ormai ex sindaco di Rosarno dopo le dimissioni di 11 consiglieri comunali del suo Comune e Nico Stumpo.

Perché la liberazione di Platì, a sentire il coro unanime di Oliverio e Magorno, inizia da loro. O almeno dovrebbe, si spera. Possibilmente a telecamere spente, quando è più difficile mantenere gli impegni senza un reale interesse che non sia quello della pubblicità a un partito ormai imploso.

 
 
 

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