PARLA PAOLO BORROMETI, GIORNALISTA MINACCIATO E AGGREDITO

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Pubblicato su Alganews

di Francesca Lagatta

Lo scorso febbraio il caso della censura al quotidiano L’ora della Calabria destò indignazione e scalpore in ogni angolo d’Italia. D’altronde il bavaglio all’informazione è indiscutibilmente un vile attentato alla democrazia. Ciò che è successo al quotidiano calabrese, però, si sappia, è solo uno dei tanti episodi di censura che si consumano in questo Paese, la cui Costituzione sancisce il diritto alla libertà di stampa ma quasi mai, poi, lo garantisce.

Non è facile il mestiere di giornalista, non lo è soprattutto in quei luoghi dove affari e malaffari devono rimanere segreti, dove la malavita deve continuare imperterrita la sua scalata nelle “onorate società” senza che nessuno gli intralci il cammino. La Sicilia è uno di questi. Da gennaio si sono verificati ben 15 casi di minacce ai professionisti dell’informazione. L’episodio più grave (di quelli che conosciamo) è quello capitato ad un giovane 32enne di Modica, Paolo Borrometi, giornalista d’inchiesta, che lo scorso 16 aprile è rimasto vittima di un’aggressione brutale da parte di due uomini con il volto coperto. Ma chi li aveva mandati? E soprattutto perché lo ha fatto?

Borrometi chi sono i suoi aggressori?

«Purtroppo non lo so, non ne ho idea. Se avessi solo il minimo sospetto lo avrei già detto agli inquirenti e avrei aiutato le indagini».

Cos’è successo di preciso quel pomeriggio del 16 aprile?

«Ero nella mia casa appena fuori città. Stavo dando da mangiare al mio cane quando all’improvviso qualcuno è spuntato alle mie spalle. Il primo mi ha preso per un braccio provocandomi una frattura, l’altro mi ha dato un calcio alla schiena e sono caduto a terra. Lì, hanno cominciato a prendermi a calci mentre ripetevano in siciliano stretto: “t’hai fare i cazzi tui” (devi farti i fatti tuoi, ndr). A quel punto il cane ha cominciato ad abbaiare forte e i balordi sono scappati. Sono stati i trenta secondi più brutti della mia vita. Con la poca forza che mi era rimasta ho chiamato i soccorsi, ma poi non ho retto: quando mi hanno messo nell’ambulanza sono collassato».

Ma chi può aver voluto la sua aggressione?

«Nel corso della mia carriera ho indagato su tanti fatti di cronaca, dalle discariche abusive alle tangenti, per cui è difficile dedurre quale di questi abbia infastidito chi. Anche se c’è un caso più di tutti che potrebbe aver scatenato le ire di qualche malvivente».

A cosa si riferisce?

«Un anno e mezzo fa nelle campagne di Vittoria si era consumato un omicidio, tutt’ora impunito, ai danni di un incensurato risultato essere anche lontano dagli ambienti della malavita. Io accolsi l’appello di sua madre che cercava verità, così ho cercato in ogni modo di non far calare l’attenzione sul caso, scoprendo, ad esempio, che il luogo in cui fu ritrovato il giovane era uno dei “preferiti” di un clan della zona. Due giorni prima dell’aggressione avevo accompagnato la signora in una puntata de “I Fatti Vostri”, nella quale raccontavamo, con dovizia di particolari, la storia di suo figlio. Ma al momento, purtroppo, non ho prove tangibili che l’aggressione alla mia persona sia scaturita in conseguenza di ciò».

Aveva mai avuto dei sentori che qualcuno volesse metterla a tacere?

«Più che sentori, minacce. Per mesi ho ricevuto delle telefonate anonime sul mio cellulare, nelle quali mi si intimava di interessarmi ai fatti miei. Successe anche la sera prima di registrare la puntata per il noto programma di Rai Due, e anche la sera dopo. Non era neppure la prima volta che ricevevo delle minacce. Nell’ottobre scorso sulle portiere della mia auto trovai delle scritte piuttosto eloquenti. Escludo, però, che i due episodi fossero correlati tra loro».

Ha intenzione di prendersi una pausa dal suo lavoro?

«Assolutamente no, nonostante l’operazione a cui verrò sottoposto a breve per rimettere a posto la spalla. I medici dicono che la degenza durerà nove mesi. Ma io continuerò ad indagare».

Non ha mai pensato di fare un passo indietro?

«Vede, in realtà, prima che giornalista, io sono un avvocato. La mia famiglia vanta intere generazioni di avvocati, ma non sono fatto per stare dietro ad una scrivania. Io voglio tirare fuori le verità, voglio raccontare quello che nessuno dice perché sono convinto che l’omertà sia la forma più grave di mafia, come scrissi lo scorso 11 aprile in un mio articolo».

E’ davvero convinto di poter lottare contro la mafia in Sicilia?

«Sono realista: da soli non si va da nessuna parte. Ma se tutti cominciassimo a non far finta di non sapere, a non accettare compromessi, se solo riuscissimo a fare rete contro questo male, per la mafia si metterebbe davvero male».

Falcone diceva che la mafia è un fenomeno sociale e che essendo tale prima o poi si estinguerà. E’ d’accordo?

«Non lo so se si estinguerà mai, so solo che se esiste è anche colpa nostra. Se non fai niente per combattere un sistema, ne sei complice».