CALABRIA E VIOLENZA / Quando l'arretratezza fa più male di un pugno in viso

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CALABRIA E VIOLENZA / Quando l'arretratezza fa più male di un pugno in viso

Storie di violenza e di arretratezza di una regione che non vuole cambiare

«Calci, pugni, e ancora calci. Ah, le scene della mia vita che mi scorrevano davanti agli occhi come se le stessi rivivendo, perché pensavo di morire. Ricordo solo questo».  Ha gli occhi tristi Maria (nome di fantasia) quando ricorda parla della sua storia, una relazione che sembrava l’amore della vita, come nella più belle delle favole, e che invece si è rivelata il peggiore degli incubi. Una ferita ancora aperta, un macigno insopportabile che le logora l’anima giorno per giorno, un fatto increscioso che non ha mai rivelato a nessuno.

Succede ancora così nei territori dell’entroterra cosentino, quando succede un fatto del genere si è vittime due volte: della follia degli uomini che ti considerano proprietà privata e dell’arretratezza di chi ti circonda. Perché l’errore più grande che si possa fare è credere davvero di aver raggiunto uno stato di civiltà che Paesi come l’Iraq, l’Afghanistan o la Siria inconsapevolmente ci invidiano.

La Calabria, si sa, è una terra notoriamente difficile dal punto di vista sociale, è una terra martoriata dalla malavita organizzata, che dell’ignoranza della gente ha fatto il suo punto di forza. Per cui non è difficile immaginare fidanzati/mariti padroni, cui apparterresti secondo la logica locale, che reagiscono con la violenza al fatto che tu voglia diventare una professionista, una donna indipendente, che tu possa conoscere sempre persone nuove ed essere sottoposta a continue “tentazioni”. Troppo per un uomo del sud mettere a rischio l’onore e sopportare un simile affronto. Così, in una serata qualunque, l’uomo che dice di amarti ti scarica tutta la rabbia che in corpo perché ritiene che dialogare al telefono con un collega e scambiarsi opinioni è un reato. Che va punito, con calci, pugni e ceffoni in ogni dove. Senza che tu possa far sentire neppure i tuoi lamenti.

«Se avessi detto a qualcuno di essere stata malmenata, io sarei diventata lo zimbello del paese. Lo avrebbero saputo tutti nel giro di poche ore e tutti avrebbero dato ragione a lui». Sembrerebbe di essere tornati indietro di cinquanta, cento anni, invece no. In alcune zone della Calabria si è rimasti a quel livello culturale senza mai lasciarsi scalfire dall’evolversi dei tempi. E d’altronde lo strapotere mafioso, che apparentemente potrebbe sembrare un altro discorso,  ne è la prova.

In Calabria la colpa non è di chi commette un reato, ma di chi ti ha costretto a farlo. La ‘ndrangheta esiste, secondo alcuni, perché è di gran lunga più credibile e affidabile dello Stato. Non perché c’è chi la vota per 50 euro, chi le va a chiedere venia e chi si gira dall’altra parte. La ‘ndrangheta esiste perché la colpa è degli altri. Così come un uomo violento, che è stato costretto ad impartire una lezione ad una poco di buono, una donna ribelle che vuole rompere gli schemi dell’arretratezza e affermarsi come qualunque altro essere umano. «L’uomo che mi aveva amato fino a poche ore prima, mi sbatteva ripetutamente di testa al muro e contemporaneamente mi tirava i pugni nello stomaco per piegarmi. Ricordo che non sentivo dolore, cercavo solo di farmi forza e non perdere i sensi, altrimenti so che non avrei mai più potuto raccontarlo».

È una sera di settembre. Maria è seduta in terrazzo, parla al telefono, liberamente, perché non ha niente da nascondere. Il suo compagno arriva e le strappa il cellulare dalle mani. Dall’altro capo una voce maschile continua inconsapevole la conversazione. Tanto basta per scatenare l’ira molesta del balordo. Il dispositivo vola via frantumandosi a terra, per qualche secondo si odono solo parole urlate alla rinfusa. Poi il turpiloquio è interrotto da un sonoro schiaffo in pieno viso. La donna, sconcertata, cerca di dimenarsi e liberarsi dallo sguardo rabbioso che la sta minacciando, ma il tentativo di fuga innesca una reazione ancora più violenta: «È andato avanti per lunghi minuti, ma non so dire quanti con precisione, non me ne sono resa conto».

Il sangue diventa gelato, il cervello sembra momentaneamente distaccarsi dal corpo. Il dolore non ce la fa a devastarla e le tornano in mente tutte le immagini più significative della sua esistenza. Sente che sta per crollare per i lividi che ha nell’anima e cerca disperatamente il modo per mettere fine a quello strazio. Le tornano utili i film americani che ha consumato nelle serate noiose degli inverni tipici dei piccoli centri: finge, per qualche secondo, di essere svenuta. A quel punto il codardo, preso dal rimorso, smette di violentare quel corpo che ha sotto di sé e si allontana, in preda al panico, temendo il peggio.

«Quando ero certa di essere sola mi sono alzata, seppur con fatica, ma sono crollata di nuovo a terra perché ho visto la stanza che mi girava tutta intorno – ripensa malinconica la giovane della provincia di Cosenza -. Ma poi ho temuto che potesse ritornare e sono uscita fuori all’aria aperta, ho bagnato il viso con dell’acqua fresca e mi sono recata al bar più vicino, chiedendo aiuto al proprietario. A cui ho raccontato di aver avuto un incidente».

Un incidente. Una donna massacrata che non può dirlo, perché da vittima diventerebbe carnefice. Un’incauta colpevole di libertà. E anche correre in una delle più vicine caserme potrebbe rivelarsi una mossa inefficiente e controproducente. Qui i processi sono lunghi, la Procure hanno altre priorità: la ‘ndrangheta. Che nessuno però ha ancora pensato di contrastare a colpi di libri e di rivoluzione culturale.