GIORNALISMO / Alessandro Bozzo, il ricordo a due anni e mezzo dalla morte

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(Fonte foto: Alessandro Editori)

Pubblicato su La Spia Press

Il suicidio è un gesto che lascia sempre tanto sgomento tra le persone vicine alla vittima, insieme a tanti interrogativi a cui, nonostante mille congetture, è difficile dare delle risposte. Ma è certamente un fatto privato che affonda le proprie ragioni nella parte più intima e privata di un uomo. Pertanto è quasi sempre un errore darne la colpa a qualcuno o qualcosa, sebbene è giusto riconoscere come ci siano dei fattori esterni che inevitabilmente potrebbero innescare il processo di autodistruzione.

Alessandro Bozzo, giornalista professionista del quotidiano Calabria Ora, decide di mettere fine alla sua vita e ai suoi tormenti nella serata del 15 marzo 2013 con un colpo di pistola alla testa sparato tra le mura di casa sua. Lascia una moglie, una figlia di 4 anni e l’amaro in bocca a chi lo aveva conosciuto. Mai, quel giovanotto di 40 anni, aveva destato un benché minimo sospetto. Era conosciuto piuttosto per le sue inchieste coraggiose e per la freddezza usata di fronte ad episodi di vessazioni e minacce. Un mese prima di morire, per esempio, alcuni uomini lo avevano sorpreso nel giardino casa e gli avevano intimato di non scrivere più di certe cose. Ma lui quell’episodio non lo ha neanche denunciato. A suo padre, che lo vide rientrare leggermente scosso, gli disse che sono gli inconvenienti del mestiere. Quel mestiere che faceva da 15 anni e per cui si era speso in tutto e per tutto.

Poche ore dopo il decesso, ai familiari vengono restituiti gli effetti personali contenuti nel cassetto della scrivania della redazione. Tra questi, ci sono dei diari di cui nessuno era a conoscenza, sui quali il cronista appuntava ogni cosa. Dall’estenuante tentativo di salvare la sua famiglia, alle presunte angherie subìte sul posto di lavoro. E sono proprio queste, secondo coloro che leggono ogni parola, ad avergli provocato una ferita insanabile. La sottoscrizione di un contratto a tempo determinato, firmato controvoglia tre mesi prima, sarebbe stato solo l’ultimo dei soprusi a cui era stato sottoposto negli ultimi due anni. La famiglia Bozzo consegna quei fogli alla magistratura e accusa Piero Citrigno, ex editore di Calabria Ora e cugino in primo grado di papà Franco, di violenza privata nei confronti di Alessandro.

La battaglia processuale intrapresa trova conferme e supporto nelle testimonianze di suoi tanti ex colleghi. Sembra che la rabbia per quella scomparsa improvvisa sia un’occasione per raccontare a tutti la verità su quella redazione apparentemente dorata, e che, nonostante i 7 sette anni di vita, aveva già scritto la storia del giornalismo bruzio. Non era oro quello che sembrava luccicare, forse era ferro e pure arrugginito. Il quadro che si delinea è più verosimile a un campo di battaglia che a una fucina di giornalisti e scoop, quale era stata e doveva ancora essere, anche se i primi segnali di rappresaglia si erano già ampiamente avuti anni prima.

Il secondo direttore del giornale, Paolo Pollichieni, abbandona il giornale nel luglio del 2010, seguito da otto giornalisti. Il motivo è presto detto. Le continue e costanti inchieste sulle frequentazioni ambigue dell’allora Presidente di Regione Giuseppe Scopelliti, avevano evidentemente provocato una rottura insanabile con Citrigno. Pare che l’imprenditore cosentino molto amico dei Gentile imponesse la linea editoriale senza se e senza ma. Poche settimane dopo, prende le redini del quotidiano il garantista Piero Sansonetti, che assume una posizione decisamente più morbida nei confronti dell’ex sindaco di Reggio. Tanto che, quando il giornalista Lucio Musolino rivela il contenuto di quegli articoli scritti mesi prima in un collegamento con Anno Zero, Sansonetti, l’indomani, redige un editoriale in cui condanna fortemente l’accaduto, titolando “Antimafia sì, forcaiolo no”. E quando pochi giorni più tardi gli editori, improvvisamente, licenziano Musolino, a cui nelle settimane precedenti erano stati tagliati dei pezzi in alcune parti, Sansonetti fa scena muta.

Ma il giornale va avanti. Va avanti anche dopo la sera del 15 marzo 2013, va avanti quando il giornale cambia ragione sociale nell’agosto di un anno dopo diventando L’Ora della Calabria, e va avanti anche quando nell’autunno Sansonetti se ne va. Al posto suo arriva un agguerrito Luciano Regolo, a cui però il destino riserva un’amara sorpresa. Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio registra l’ormai nota telefonata tra lo stampatore Umberto De Rose e il nuovo editore, Alfredo Citrigno, figlio di Piero, in cui il primo chiedeva al secondo di rimandare la pubblicazione della notizia relativa a un’indagine sul figlio del senatore Tonino Gentile. Regolo si rifiuta, e il giornale chiude solo qualche giorno dopo, ufficialmente per debiti regressi. Circa sessanta giornalisti e oltre cento collaboratori restano senza lavoro.

L’aria che si respirava qualche mattina fa nei pressi dell’aula 7 del Tribunale di Cosenza in attesa della seconda udienza del processo a carico di Piero Citrigno, era piuttosto tesa. L’ex editore, proprietario di numerose cliniche private, arriva accompagnato da due avvocati difensori e dal figlio Alfredo, e chiede di poter rilasciare delle dichiarazioni spontanee. «Il problema di Alessandro Bozzo era che non si sapeva relazionare, era spesso polemico. L’avevamo tenuto con noi 13 anni, aveva costruito la sua carriera grazie a noi, non avevamo motivo di buttarlo fuori». Il problema di Alessandro era quindi, secondo lui, il carattere. «E’ vero, a volte mi lamentavo – continua Citrigno – perché una notizia sfavorevole (agli “amici” del giornale, ndr) era riportata in maniera evidente, mentre quando ce n’era una favorevole non le veniva dato il giusto peso». Gli amici del giornale sarebbero stati, a parte i fratelli Gentile, anche il sindaco di Cosenza Mario Occhiuto, Enza Bruno Bossio e l’attuale Presidente della Regione Calabria, Mario Oliverio. Mentre lui parla, papà Franco lo guarda con sprezzo e mormora parole incomprensibili.

Poi è la volta della moglie di Alessandro, Maria, che rivela invece di come le lamentele di Alessandro erano più che fondate. Non si sentiva più a suo agio nella redazione, in cui doveva fare i conti con le censure e le velate raccomandazioni di stare lontano da certi argomenti. Era successo anche quando Mario Oliverio era ancora Presidente della Provincia e il cronista aveva osato parlare di presunti voti di scambio. Ed era successo tutte le volte che aveva osato toccare gli amici dell’editore, a cui arrivavano puntuali le telefonate di disappunto e  che poi passava tra le scrivanie a dire, con forte accento cosentino: “Fammi vi’ c’ha scritto!”. La redazione era diventata un luogo invivibile.

Secondo sua moglie, con cui aveva vissuto un periodo di crisi nei mesi precedenti alla sua morte, i problemi di Alessandro erano cominciati due anni prima, al primo cambio di contratto, ma si erano inaspriti già nella primavera del 2014 quando l’azienda gli aveva già paventato la possibilità di un licenziamento. L’alternativa era il trasferimento a Rossano o la sottoscrizione di un contratto a tempo determinato. Un’estorsione la chiamava il giornalista, a detta dei suoi colleghi, che gli avrebbe tolto serenità e sicurezza economica. E con una famiglia a carico e un mutuo di 500 euro sulle spalle, forse tutti i torti non li aveva.

Ma Alessandro aveva sofferto anche perché non rientrava nella sua stretta cerchia di giornalisti fidati di Pollichieni, e c’era rimasto male per la mancata nomina di capo redattore dopo che per settimane aveva mandato avanti il giornale, insieme a una collega, in attesa di un nuovo direttore. Non aveva mandato giù nemmeno il fatto che dalla pagina politica, aveva dovuto passare alla giudiziaria. Perché lì dentro, dice chi l’ha vissuto, nessuno contava niente, e le decisioni le prendeva solo Piero Citrigno. Ne è convinto anche Antonio Murzio, capo cronaca di Cosenza dal novembre 2012 ai primi di gennaio del 2013. «Un giorno c’era una manifestazione contro il sindaco Mario Occhiuto, mi pare fossero degli operai che protestavano nei pressi del Comune, e la notizia meritava la prima pagina. Citrigno mi costrinse a ridimensionare l’accaduto dedicandogli sicuramente meno spazio di quanto avrebbe meritato». Poi continua: «Pierino (Citrigno, ndr) mi invitava spesso a pranzo a casa sua di domenica. Quando io cominciavo a parlargli di Bozzo mi rispondeva di non cominciare a rompergli le scatole. Avevo capito che voleva licenziarlo […] In quel giornale era in atto una specie di “killeraggio” nei confronti del giornalista».

Mentre familiari e colleghi di Alessandro testimoniano, il viso di Piero Citrigno pare essere di cera. Non un’espressione, un gesto di disappunto, nulla. Come se le accuse a lui rivolte riguardassero qualcun altro. E d’altronde chi lo conosce bene lo definisce un freddo calcolatore che ogni tanto tiene a sottolineare il suo buon cuore. Non fa una grinza nemmeno di fronte all’emozione del padre di Alessandro, a quel dolore celato in un filo di voce e uno sguardo che sembra perso nel vuoto: «Mi scusi signor giudice, non sono più lo stesso», dice mentre cerca di raccogliere i pensieri sforzandosi di ricordare. Poi conclude: «Il giorno prima di morire Alessandro ricevette una telefonata in redazione e uscì in strada lasciando il cellulare sulla scrivania, ma nessuna sa chi ci fosse dall’altra parte del telefono e cosa volevesse».

Ad assistere all’udienza c’erano molti amici e colleghi dello sfortunato cronista, ma non abbastanza perché questa battaglia possa diventare il riscatto di un’intera redazione, come sembrava voler diventare in principio. In fondo quello che merita più giustizia è colui che alla fine s’è ribellato, a Citrgno, alle ingiustizie, alle controversie quotidiane, che ha preferito la morte al peso schiacciante della vita. Nell’ultima pagina del suo insperabile diario aveva scritto scritto, rivolgendosi a sua figlia, di aver finalmente firmato il contratto ma di non saper recuperare un buon rapporto con sua madre: «Perdonami, ma non ci riesco».

Ma al di là dei motivi che hanno innescato la follia suicida, forse già latente nei mesi precedenti in cui aveva preso ad allenarsi al poligono di tiro, i giudici dovranno ora stabilire se davvero Alessandro Bozzo subì violenza privata dall’editore Piero Citrigno, scandagliando ogni parola dei testimoni di accusa e difesa. La prossima udienza è stata fissata per l’8 di gennaio.