Sanità pubblica cosentina, un ginepraio di interessi inconfessabili

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Sanità pubblica cosentina, un ginepraio di interessi inconfessabili
Pubblicato su La Spia Press

La difesa della sanità pubblica sull’alto Tirreno cosentino è senza dubbio paragonabile alle vicende dell’omerica Penelope, la quale di giorno tesseva la sua tela e la notte la sfilava. 

L’Odissea nostrana ebbe inizio nel 2010 quando fu redatta una prima bozza di Piano di Rientro Sanitario Regionale, un anno dopo le disposizioni del Ministero della Salute. I tagli prevedevano che dei 38 ospedali pubblici calabresi dovevano esserne riconvertiti 18 in Casa della Salute, rivelatesi poi una sorta di poliambulatori senza personale e senza attrezzatura. 

Di tutte le strutture ospedaliere in procinto di chiudere, quelle che suscitano maggiore indignazione sono quelle di confine, situate a Trebisacce (Cs), sul versante ionico, e a Praia a Mare (Cs), sul versante tirrenico. E ce ne sono tutte le ragioni. Mentre la gente continua a morire in attesa dei soccorsi che non arrivano o per un defibrillatore che non c’è, la chiusura dei due ospedali genera un incremento vertiginoso del fenomeno dell’immigrazione sanitaria nella vicina Basilicata, arrivando a sfiorare un +250% che in euro si traduce in una spesa variabile da 170 a 250 milioni di euro all’anno. Una farsa, dunque, perché si risparmiano le vite ma non i soldi. 

La riorganizzazione ospedaliera forse soggiace e questioni riconducibili alle attività della criminalità organizzata? Forse è uno stratagemma per ripulire il denaro sporco, la distruzione del sistema sanitario pubblico in favore della sanità privata?

Perché il Commissario ad Acta Domenico Di Lallo, designato dal giudice per l’ottemperanza della Sentenza n. 2968/2015 del Consiglio di Stato, si è dimesso? Il Commissario che doveva commissariare l’attuale Commissario Mario Scura, a capo di una sanità già commissariata, rinuncia all’incarico e se ne va. Sarebbe impossibile dialogare con i vertici. Pare che nessuno gli risponda. 

Il 20 maggio del 2014, dopo due anni di iter processuale, il legale Giovanni Spataro, su mandato dei sindaci di Praia a Mare e Tortora (Cs), aveva ottenuto il parere favorevole del Consiglio di Stato per l’annullamento della riconversione dell’ex ospedale civile, evidenziandone il mancato rispetto dei Lea (livelli esistenziali di assistenza). La sentenza, esecutiva ed inoppugnabile, non aveva però ricevuto nessun tipo di riscontro da parte di nessuna istituzione, costringendo Spataro, nel febbraio scorso a chiedere un giudizio di ottemperanza, grazie alla quale il giudice aveva ordinato il ripristino delle funzioni ospedaliere nell’arco di tempo di 120 giorni, termine oltre il quale sarebbe scattato il commissariamento della sanità commissariata. Ma l’ospedale di Praia a Mare non deve essere riaperto e quando Domenico Di Lallo prova ad impelagarsi nella questione, presumibilmente, al di là dell’inspiegabile silenzio, riceve anche delle pressioni. Nessuno, o quasi, vuole la riapertura, a partire da certi professionisti che sembrano collettori di interessi inconfessabili.

L’ospedale non lo vuole chi riceve i favori dagli amici, non lo vogliono i medici e i dirigenti amici e parenti di certe aziende di fornitura delle cliniche private, non lo vogliono i finti paladini di giustizia, che sono soci di strutture private convenzionate.

Non lo vogliono certi politici locali graziati e sistemati da colleghi più potenti e non la vogliono certi medici che, con la scusa della sanità che non va, spillano soldi a persone anche indigenti effettuando salatissime visite a pagamento.

Non la vogliono soprattutto quelli che fanno confluire i pazienti presso strutture ben precise e che contemporaneamente si sforzano per decimare le prestazioni presso le strutture pubbliche. C’è un esercito di tali professionisti, dentro e fuori gli ospedali e dentro le istituzioni.  

Nel corso degli anni, in tanti, molto spesso gli stessi elencati poc’anzi, hanno cavalcato l’onda dell’indignazione popolare fingendosi paladini di giustizia, ma in realtà di giorno attaccavano i finti nemici a favore di telecamera, di sera sedevano allo stesso tavolo per dividersi la torta in parti uguali.

Ne è conseguito che, nonostante i proclami e le buone intenzioni, tutti si sono girati dall’altra parte innanzi alle centinaia di denunce ed esposti di cittadini e giornalisti e nessuno è intervenuto sulla questione seriamente nonostante le molteplici passerelle d’ogni fazione politica. A parte Dalila Nesci, deputata 5 stelle, la cui accoglienza non è stata proprio trionfale come in occasione delle precedenti visite “istituzionali”, una fra tutte quella di Carletto Guccione a pochi giorni dalle elezioni regionali dello scorso anno.

Poi ci sono le gravi accuse del dottor Vincenzo Cesareo (ex direttore dell’ospedale di Praia e oggi direttore dello spoke Cetraro-Paola) nei confronti di alcuni dirigenti, le indagini ambigue sulla frana che interessa l’ospedale di Paola, le intercettazioni telefoniche tra Gianfranco Scarpelli e Tonino Gentile, le parcelle d’oro dell’Asp, le assunzioni dei precari a una settimana delle elezioni, gli scandali della radiologia praiese, i presunti accrediti illegittimi alle cliniche private e una miriade di altri misfatti, tutti ignorati. Una certezza ci solleva: la Magistratura, a nostra insaputa, lavora alacremente per perseguire i reati sopra accennati.