CALABRIA / Sanità, la vergognosa chiusura dell'Ace di Pellaro

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(Fonte foto: dal web)
Pubblicato su La Spia Press

Sull’Ace (Associazione calabrese di epatologia) di Pellaro (RC) è stata detta ogni cosa nelle ultime settimane. Cose inventate, inesistenti, mezze verità o verità raccontate ad arte. Ma pochi si sono avvicinati allo stato reale delle cose. Il perché è presto detto.

L’Ace è un centro di volontariato di medicina solidale della periferia di Reggio Calabria nato per cura delle persone indigenti e gli immigrati, anche se col tempo ha assistito un numero sempre crescente di persone di qualsiasi ceto sociale.

Lo fa da ormai cinque anni. Anzi, no, lo faceva, perché una ventina di giorni fa la Regione Calabria ne ha decretato la chiusura. Secondo i burocrati, non ci sarebbero le autorizzazioni. E in effetti non ci sono, semplicemente perché non servono: nessuna delle visite o degli esami svolti in quelle mura è di tipo invasivo, com’è stato invece insinuato. Ma per la stampa e le istituzioni tanto è bastato per sentenziare che l’Ace di Pellaro fosse un poliambulatorio abusivo.

Giustissimo, per loro, averne interrotto ogni attività, mandato a casa la trentina di persone che vi lavorano,  tra medici e infermieri specializzati, e aver lasciato senza punto di riferimento le migliaia di persone che lì dentro hanno trovato calore e umanità, prima che cure.

Già, perché il suo Presidente, Lino Caserta, è uno di quei medici che non sarebbe affatto blasfemo accostare a Gino Strada, uno che ha dedicato la vita per gli altri, uno che lavora dodici ore al giorno e più per alleviare le sofferenze delle persone meno fortunate. L’idea è stata sua, qualche anno fa, di ripulire quegli spazi abbandonati, frequentati solo da tossicodipendenti, e di metter su una struttura che sarebbe diventata un’eccellenza, una perla rara nello sfascio della sanità calabrese.

Per questo ha voluto costruire una stanza per ogni ambulatorio, tutte di un colore diverso, abbellite con tende e quadri, e di giocattoli in quelle dei bambini, perché le persone non devono essere trattate con sufficienza, come un peso, ma con umanità e rispetto anche se non possono permettersi cure costose.

Lo dice la Costituzione, la sua Bibbia, ed è per questo che in fondo al corridoio ha fatto dipingere su tutta la parete l’articolo 32: “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti”.

E così ha fatto. Anzi, ha fatto di più. Ha voluto che durante le pause i dipendenti potessero rilassarsi nella saletta verde mela e la musica d’autore e che i pazienti potessero consultare uno dei tanti libri messi a disposizione in una piccola biblioteca. L’umanità prima di ogni cosa. Infatti lì dentro i soldi erano e sono la cosa meno importante, un mezzo, e non un fine, per accorciare le distanze tra ceti sociali, tra ricchi e poveri, tra chi ha troppo e chi ha perso tutto. Nessuno deve pagare, nessuno.

Chi vuole, e soprattutto chi può, lascia un’offerta dietro regolare ricevuta fiscale. Le altre donazioni, le spese, i compensi, sono tutti rendicontati e consultabili on line. L’azienda non ha debiti, costa dieci volte meno della sanità pubblica e ancora meno di quella privata. Quindi, Lino Caserta è chiaramente un soggetto altamente pericoloso per tutti i compari della “sanità organizzata“, e va fermato. Si capisce bene che dieci, cento Lino Caserta metterebbero in ginocchio il sistema sanitario che anni di corruzione e intrallazzi hanno messo in piedi.

Ma perché l’Ace chiude proprio adesso?

Per cinque anni nessuno ha chiesto nulla. Documenti, autorizzazione, certificati, niente. Anzi, la struttura è stata concessa proprio dalla Regione, a seguito della presentazione di un progetto di prevenzione, ricerca epidemiologica e formazione.

In principio furono 3mila prestazioni l’anno che, con una media di dieci euro donati a paziente, erano ben poca cosa. Ma quando le prestazioni nell’ultimo anno sono arrivate a sfiorare quota 40mila, gli incassi hanno raggiunto circa 400mila euro, sottraendo a visite e strutture private una cifra stimata intorno ai 4 milioni di euro. Decisamente troppi. Assai.

La chiusura del piccolo ma funzionale poliambulatorio era nell’aria e nelle speranze di quei tanti medici che se ne fregano del giuramento di Ippocrate e intascano anche 100 euro a visita senza rilasciare fatture o ricevute. Ma nei studi privati i Nas ci vanno raramente. Nel maggio scorso invece sono andati a fare visita al centro di Pellaro, attestando la salubrità degli ambienti e la regolare attività, ma contestano la mancanza di autorizzazioni. Che adesso nessuno concede, ammesso ce ne fosse bisogno.

Così, i primi di dicembre l’Ace ha chiuso, tra il silenzio e l’indifferenza di chi avrebbe dovuto difenderla a spada tratta. Niente da fare, c’è chi se la ride sornione e si gira dall’altra parte, certa stampa cavalca l’onda del giustizialismo e le istituzioni regionali sono ancora impegnate nella ricerca del quarto cinefotoreporter.

Ma il dottor Lino Caserta non ha nessuna intenzione di stare a guardare. Insieme ai suoi collaboratori, già nei mesi scorsi, aveva provveduto a fornire la documentazione agli organi preposti e a richiedere altre autorizzazioni. Che potrebbero arrivare.  Nelle ultime ore, d’altronde, l’ipotesi di una riapertura, sebbene non imminente, va concretizzandosi. Chi lo conosce l’algido primario dice che di sicuro la questione non rimarrà irrisolta. E ai boss della sanità, almeno stavolta, pare toccherà mettersi l’anima in pace.