A Platì la ‘ndrangheta non esiste, è un’invenzione di Gratteri e dei giornalisti

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A Platì la 'ndrangheta non esiste, è un'invenzione di Gratteri e dei giornalisti

Pubblicato su La Spia Press

Di seguito solo un campionario dei beceri messaggi inviati alla collega Francesca Lagatta, resasi colpevole di riferire un’informativa dei Carabinieri, riguardo un’esecuzione che ha stroncato la vita di un giovane. I.D.L. Screenshot_2016-01-03-18-49-34-1

Screenshot_2016-01-03-18-49-04-1Screenshot_2016-01-03-18-33-12-1di Francesca Lagatta e Ignazio De Luca

«Ucciso uomo a Platì in un agguato. Ma quelli brutti e cattivi sono i giornalisti che descrivono Platì come un posto ad alta densità mafiosa». Tanto è bastato, queste due righe scritte da un profilo facebook, per suscitare una vera e propria rivolta popolare dei platiesi che, neppure stavolta, hanno perso occasione di sfoggiare una radicata cultura mafiosa (mafioso, dal Garzanti: che appartiene alla mafia o chi opera con metodi simili a quelli della mafia). 

Nel pomeriggio di ieri un giovane incensurato 36enne, Francesco Sergi, era stato ucciso con un colpo di pistola alla testa, sparato nelle campagne della cittadina commissariata della Locride.

Un agguato, avevano ipotizzato nell’immediato i Carabinieri, e la notizia, successivamente smentita, aveva subito fatto il giro della rete ed era stata riportata anche dall’agenzia giornalistica Ansa.

A quel punto era comparso il commento, legittimo, non per forza relegato al presunto omicidio o al tragico incidente, come dichiarato nelle ore successive, da parte di chi nelle settimane precedenti era stato accusato dai platiesi di aver evidenziato una realtà sconcertante ma veritiera, fatta di bunker sotterranei, smistamento di quintali di cocaina provenienti dal proto di Gioia Tauro, i Barbaro e le altre famiglie numerose mafiose su neanche 4mila abitanti, tre scioglimenti del comune, tra cui due per mafia, in 12 anni, i morti ammazzati e arsenali di armi.

Ma per i platiesi sono i giornalisti che rovinano l’immagine di Platì.

Così le offese, gli insulti e le minacce di chiaro stampo mafioso, sputate contro chi fa cronaca descrivendo la realtà fattuale, rivolte ai giornalisti, diventano lo scolapasta di gran parte dei Platiesi per parlare d’altro, per sviare il discorso e non parlare della ‘ndrangheta, quasi non esistesse.

E’ partito così un tam tam vergognoso di commenti pubblici e messaggi privati, di inviti a raggiungere presto la cittadina aspromontese sino al suggerimento di sciacquarsi la bocca con l’acido muriatico. E poi ancora, “malata di mente”, “lurida”, “schifosa”, “sciacalla”, sono stati gli aggettivi utilizzati nei confronti di una donna, prima ancora che giornalista.

Non è stato risparmiato dal vetriolo dell’invettiva nemmeno il Procuratore Aggiunto dottor Nicola Gratteri, reo di raccontare Platì come culla della ‘ndrangheta. Chissà, poi, perché il Procuratore Gratteri dovrebbe inventarsi Platì capitale dello spaccio di droga e che sia in mano a numerose famiglie di mafia. Sarà stato, per i platiesi, lo stesso Gratteri a scavare i bunker sotterranei e a nasconderci, di tanto in tanto, qualche pericoloso latitante?

Scene già viste, nelle settimane scorse, quando altri giornalisti si erano recati a Platì, per un servizio ed erano stati minacciati dall’ormai noto Antonio di Platì con lo zio in carcere e i suoi compagni. Ma i platiesi, anziché indignarsi e dissociarsi dall’accaduto, avevano semplicemente fatto ricorso al becero vittimismo misto a campanilismo rivoltante, accusando la stampa di aver infangato la cittadina inventando, distorcendo e ingigantendo l’episodio. Meno male che fotogrammi e scene siano inequivocabili, filmate dalle telecamere del TgR Calabria. 

E riportare a Platì una decente vivibilità è sempre più difficile.