GIUSTIZIA / Caso Uva, a poche settimane dalla sentenza, parla la sorella Lucia Uva

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GIUSTIZIA / Caso Uva, a poche settimane dalla sentenza, parla la sorella Lucia

(Fonte foto: dal web)

Pubblicato su La Spia Press

Succede spesso che lo Stato, a volte vittima, a volte carnefice, diventi la stessa faccia di una medaglia che, alla fine, non premia nessuno. E’ successo con il Generale Dalla Chiesa, con Falcone e Borsellino, ma anche con i Stefano Cucchi, i Federico Androvaldi e i tanti anonimi morti ammazzati dagli uomini in divisa che avrebbero dovuto proteggerli e li hanno invece consegnati alla morte, senza neanche fare appello all’umana pietà, cercandogli l’anima a forza di botte, come cantava il grande De André.

Il 14 giugno del 2008, si consumava un’altra immane tragedia che potrebbe essere un altro caso di omicidio di Stato, ma che a distanza di quasi otto anni non conosce alcun colpevole e nessuna verità. Nulla. Giuseppe Uva, 43 anni, alle 3 di quella notte viene fermato ubriaco da una pattuglia delle forze dell’ordine insieme all’amico Alberto Biggiogero mentre urla e cerca di bloccare la strada con dei cassonetti di spazzatura. Entrambi vengono trasportati nella Caserma Carabinieri di via Saffi, a Varese, dove, racconteranno poi testimonianze e perizie, Uva è rimasto per lungo tempo in balìa delle efferatezze e delle atrocità perpetrate da una decina di uomini, tra carabinieri e poliziotti, costringendo l’amico a telefonare il 118 e a chiedere l’intervento di una ambulanza. «Correte, stanno massacrando un ragazzo», si sente nella richiesta di aiuto impressa nei nastri delle registrazioni telefoniche. Ma i carabinieri, interpellati dagli operatori del 118 qualche istante dopo, diranno che i due sono ubriachi e che gli toglieranno i cellulari. Ma alle 5 la telefonata del 118 parte proprio dalla caserma, si chiede l’immediato intervento per Giuseppe Uva, trasportato al Pronto Soccorso con la richiesta di Tso (Trattamento Sanitario Obbligatorio) e successivamente trasferito al reparto psichiatrico dell’ospedale di Circolo, dove giunge alle 8 del mattino. Qui, un medico, inizialmente unico indagato e successivamente prosciolto dalle accuse, gli avrebbe somministrato farmaci incompatibili con lo stato di ubriachezza dell’uomo. Giuseppe Uva si addormenterà per sempre alle 10:30 di quello stesso giorno portandosi nella tomba il dolore che affogava da tempo nell’alcool, i lividi sul corpo martoriato e la verità su quella notte, ma non l’amore incondizionato della sua famiglia che, resasi conto dell’accaduto, ha dato vita a una estenuante battaglia processuale ottenendo successivamente l’imputazione di due carabinieri e sei poliziotti. Ma lo scorso 15 gennaio il Pm ha chiesto l’assoluzione per tutti.

Per fortuna questa storia ha un’altra protagonista: Lucia Uva, sorella di Giuseppe, viva, vegeta e assetata di giustizia. Solo di giustizia. Tanto che, alle cifre milionarie, lo scorso gennaio preferisce provocatoriamente, e nemmeno tanto, avanzare una richiesta di risarcimento di soli 4 euro, uno per ogni reato contestato agli imputati, ovvero omicidio preterintenzionale, arresto illegale, abuso di autorità su arrestato e abbandono d’incapace. E’ lei che porta il caso alla ribalta nazionale, è lei che in una puntata del programma “Le Iene” afferma senza remore che suo fratello è stato massacrato di botte nella caserma dei Carabinieri, è lei che viene querelata per diffamazione, che viene investita da una macchina di fango sollevata dalla difesa, la quale, tra le altre cose, l’accusa di aver manipolato le versioni dei testimoni. E’ lei che esulta ai microfoni dei giornalisti per l’assoluzione del medico, il quale, dice, con la morte del fratello non c’entra nulla. Ma, soprattutto, è lei che in quella stanza di un gelido obitorio capisce che suo fratello ha il corpo pieni lividi e ferite ancora sanguinanti. Quando lo spoglia, si accorge addirittura che al posto degli slip Giuseppe indossava un pannolone intriso di sangue che fuoriusciva dal retto. Aveva evidenti segni di pestaggio anche sui testicoli. Ma anche sul naso, in testa, sulla schiena. Dappertutto, e li immortala. Poco dopo, la sua inarrestabile battaglia comincerà proprio con la pubblicazione  di quegli scatti.

Lucia, come ha saputo della morte di suo fratello?

«Ricordo che ero in viaggio con mio marito e ricevetti una telefonata di mio figlio. Mi disse che lo zio Pino era morto, me lo disse più volte, ma io non gli credetti. Riagganciò senza aggiungere nulla. Io al massimo potevo credere che mio fratello lo avessero ricoverato per ubriachezza. Poi invece parlai al telefono con mia sorella e mi confermò tutto. Ricordo solo che lanciai un grido di disperazione. Eravamo nei pressi di un casello autostradale a diversi chilometri da casa, tornammo immediatamente a Varese».

Giuseppe si ubriacava spesso? 

«Negli ultimi tempi purtroppo sì. Aveva avuto dei problemi personali che lo portavano spesso a ricorrere all’alcool. Giuseppe era un uomo sensibile e non aveva superato certi dolori».

Quando si è accorta di quello che era successo? 

«Poco dopo essere arrivata all’obitorio. Ricordo che quando era disteso sul lettino vidi dei livido sul naso, poi gli accarezzai i capelli e sentii un bernoccolo sul capo. Allora mi insospettii e cominciai a spogliarlo. Notai che aveva il pannolone ed era intriso di sangue, me gli infermieri continuavano a dire che gli avevano tolto gli slip per lavarlo. Da cosa? Era uscito pulito da casa. E infatti continuava a sanguinare sia dal retto che dal pube, i segni sui testicoli erano chiaramente quelli di un pestaggio. Poco dopo arrivò un nostro amico e ci raccontò che Giuseppe aveva passato la notte in caserma. Lì capimmo che avremmo dovuto indagare sulle cause della morte».

Oggi per la morte di suo fratello sono indagati otto uomini delle forze dell’ordine. In questi anni c’è mai stato un contatto tra la sua famiglia e uno di di loro?

«No, mai. Forse qualcuno di loro avrebbe anche voluto, ma noi abbiamo sempre rifiutato».

Perché dopo il servizio de Le Iene ha presenziato poco in tv?

«Alcuni programmi televisivi avrebbero strumentalizzato la storia e la cosa mi avrebbe infastidita molto. Anche se, devo dire, nessuno si è mai permesso di avanzare offerte in denaro, e anche quando ho raccontato la storia in tv non sono mai stata pagata per farlo».

Perché ha provocatoriamente chiesto 4 euro di risarcimento?

«Perché i soldi mi fanno schifo, io voglio giustizia per mio fratello, solo quello, anche se i processi sono molto costosi non voglio un centesimo da nessuno. Voglio soltanto che chi ha ucciso mio fratello paghi per quello che ha fatto».

Il primo processo non ha trovato nessun colpevole per la morte di suo fratello. In questo si riuscirà a trovare delle responsabilità? 

«Certo, sì, potrebbe. Io me lo auguro. D’altronde mio fratello aveva 43 anni, non aveva nessuna patologia e non si è suicidato. Il corpo era evidentemente martoriato e si vede anche nelle foto che ho reso pubbliche. In tribunale bisognerà dimostrare che siano state le percosse a provocargli la morte».

Cosa le manca di più di suo fratello? 

«Tutto. Mi manca ogni cosa. Mi manca sopratutto il fatto che mi svegliava a qualsiasi ora della notte e diceva che dovevo buttarmi giù dal letto, mi mancano il sorriso, gli scherzi, mi manca di averlo tra i piedi. Mi manca un fratello».

Chi era Giuseppe Uva?

«Una persona buona, sempre pronta ad aiutare gli altri, giocosa, solare. Qualche tempo prima delle tragedia aveva avuto dei problemi personali che lo avevano un po’ destabilizzato. Era una persona profondamente sensibile».

Quanti casi ci sono in Italia come quello di suo fratello? 

«Tanti. Tantissimi. E nessuno ne parla».