Forte rischio sismico per l'ospedale "San Francesco" di Paola, ma la politica prima lo salva e poi lo rafforza

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Forte rischio sismico per l'ospedale

(Fonte foto: paralleloquarantuno.it)

Pubblicato su La Spia Press

Se proprio c’era un ospedale che i Commissari alla Sanità, la politica e la magistratura dovevano chiudere sull’alto Tirreno cosentino nella riorganizzazione sanitaria, era certamente il “San Francesco” di Paola (Cs). Invece, di volta in volta, il dirigente di turno lo rafforza e gli conferisce poteri, così come avvenuto anche nell’ultimo decreto del 3 marzo scorso a firma dell’ingegnere Mario Scura. Il che, in Calabria, è il segno tangibile che sotto sotto cova qualche potere occulto. Funziona così.

Ancor prima, molto prima della nascita dei Piano di Rientro Sanitari Regionali, l’allora sottosegretario alla Protezione Civile, Franco Barberi, già nel 1999 lanciò l’allarme. Nel famigerato “Rapporto Barberi“, l’ospedale paolano risultava essere al 7° posto degli edifici pubblici calabresi più pericolosi, il primo in assoluto tra gli ospedali. L’imponente struttura, infatti, sorge su un terreno classificato in R4, vale a dire massimo rischio di dissesto idrogeologico, che nel sotto suolo conserverebbe i resti di un cimitero risalente a molti anni fa. Ma, nonostante quel documento, nessuno da allora ha mosso un dito, tranne che per sistemarci dentro amici e parenti, molti dei quali affiliati o strettamente correlati alle cosche Muto e Serpa, due delle più potenti ‘ndrine del territorio.

Ma veniamo al 2009. Agazio Loiero, allora Presidente della Regione Calabria, nel redigere il piano di rientro lo aveva indicato quale presidio ospedaliero da riconvertire, in quanto, a differenza dell’ospedale civile di Praia a Mare, è geograficamente collocato a ridosso di altri due nosocomi, il “Iannelli” di Cetraro e “L’Annunziata” di Cosenza. E, oltretutto, del Iannelli sembra esserne la copia.

Ma all’inizio del 2010, qualcosa cambia. I calabresi sono chiamati ad eleggere il Presidente di Regione, mentre i paolani, due mesi più tardi, a scegliere il nuovo indaco. Durante la campagna elettorale, i pidiellini Peppe Scopelliti, il delfino Fausto Orsomarso e il candidato sindaco Basilio Ferrari, sono tre corpi e un’anima: «Se ci voterete, Paola manterrà il suo ospedale», avrebbe detto Orsomarso durante un incontro pubblico. Ma il giornalista che riportò la notizia venne querelato. Fatto sta che Scopelliti collezionò una valanga di voti che contribuirono all’elezione regionale, Basilio Ferrari, qualche settimana più tardi, strappò la vittoria alle comunali e l’ospedale di Paola rimane aperto. Chiuse invece, con il decreto n° 106 del 20 ottobre 2010, l’ospedale civile di Praia a Mare, che aveva soltanto qualche gentiliano convinto e nessun amico tra gli esperti dell’AGE.NA.S. (Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali), ovvero coloro che hanno ridisegnato la sanità, come invece poteva vantare il neo Presidente. Tanto che per la struttura pericolante e carente di alcune autorizzazioni, aveva destinato, in qualità di Commissario ad Acta, 10 milioni di euro per la ristrutturazione, benché non siano ancora arrivati, mentre in altri presidi il due volte sindaco di Reggio non era riuscito a trovare 25mila euro per un mammografo.

Oggi l’ospedale di Paola risulta investito da una frana di vaste dimensioni che ha ormai raggiunto i parcheggi della struttura, ma nessuno deve permettersi di paventarne la chiusura. Quando l’Asp aveva autorizzato l’installazione delle sondine nel sottosuolo affinché i geologi potessero tenere a bada il fenomeno, le sondine, tutte le volte, erano andate distrutte. Ma se per la magistratura è tutto regolare, nonostante l’apertura di rito di numerose inchieste, per il sindaco Ferrari, come ha più volte ribadito pubblicamente, la frana addirittura non costituirebbe nessun pericolo.

E se il grave smottamento del terreno non bastasse (un terremoto con una forte magnitudo provocherebbe il disastro), il “San Francesco” avrebbe altri buoni per essere oggetto di polemiche. Ad esempio, il reparto di chirurgia non sarebbe a norma. Secondo il parere di alcuni esperti del settore, non esisterebbe il percorso chirurgico imposto dalla legge. Ma tra l’ospedale di Paola e le Procure sembrerebbe esserci una certa affinità, tant’è che, in passato, il bando dei parcheggi a pagamento era stato affidato al genero di un giudice operante presso la Procura di Paola. E quando il dirigente dello Spoke Cetraro-Paola, il dottor Vincenzo Cesareo, aveva chiesto spiegazioni in merito, l’azienda sanitaria gli aveva risposto sospendendogli lo stipendio per sei mesi.

Ad ogni modo, le polemiche che coinvolgono il “San Francesco” sono molteplici. Il reparto di teleradiologia, per fare una altro esempio, sarebbe dotato di macchinari costosisimi e di ultima generazione che però alcuni addetti non saprebbero usare. Quella più grave resta comunque legata alle testimonianze di alcune famiglie di malati di tumore secondo i quali il reparto oncologico sarebbe diventato strumento di una vergognosa speculazione.

Alcuni medici adatterebbero le terapie per i pazienti terminali alla modica cifra di 150 euro, quando invece l’operazione, che avviene on line, non avrebbe alcun costo. Peggio ancora saprebbe fare chi, sfruttando la disperazione dei parenti, suggerirebbe l’acquisto di farmaci sotto banco da somministrare per endovena ai malati terminali, estorcendo dai 300 ai 400 euro a fiala. Un vero e proprio business tutt’altro che occulto, tanto che sarebbe oggetto di discussione, e di vanto, tra “esperti del settore” quando questi si riuniscono alle tavole imbandite organizzate dai politici che contano.

Stesso discorso per le visite domiciliari da diverse centinaia di euro, chiaramente in nero, effettuate presso le abitazioni dei malati oncologici. Quel che è peggio, è che della prassi sarebbero a conoscenza anche alcuni dirigenti sanitari che si ergono a paladini della giustizia ma che, quando è il momento di denunciare, chissà perché perdono tutta la foga che scagliano solitamente contro i giornalisti.