Marco Minniti: "Terrorismo a Molenbeek come 'ndrangheta a Platì". I Platiesi protestano

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Marco Minniti:

Pubblicato su La spia Press

«Il livello di radicamento del terrorismo jihadista a Molenbeek è come quello della ‘ndrangheta a Platì in Calabria». La dichiarazione, puntuale e precisa, è riportata dall’Huffington Post.

A pronunciarle, è niente meno che Marco Minniti, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri con delega ai Servizi Segreti, in occasione della riunione organizzata dal Premier Matteo Renzi con i capigruppo di tutti i partiti per discutere sui recenti fatti di gli attentati di Bruxelles.

Una triste verità, quella descritta da Minniti, che, però, i platiesi continuano a negare. La piccola comunità della Locride, infatti, non ha preso bene le dichiarazioni e continua ad inveire contro chiunque pronunci la parola ‘ndrangheta associandola a Platì.

«Qui la criminalità organizzata non esiste – si legge sulle bacheche dei social – e se esiste non è proprio come la descrivono». E chiunque provi a descriverla, viene accusato di speculare sulla cattiva nomea della cittadina per scalare chissà quali gloriose carriere e accaparrarsi chissà quali trofei.

Ma non si può biasimarli. Chi è estraneo a certi ambienti non può credere a quello che raccontano certi giornali, perché, effettivamente, niente di tutto ciò è visibile agli occhi di chi ogni giorno percorre ignaro le viuzze cittadine intrise apparentemente di normalità e tradizione.

Non sono i platiesi ad essere mafiosi, è la ‘ndrangheta, quella più sanguinaria e pericolosa, a servirsi di Platì come centro per i propri sporchi loschi affari. Forse per la particolare posizione geografica, che la vede collocata nel cuore della Locride ma difficilmente raggiungibile e ben nascosta. E Minniti non ha detto niente di nuovo e non lo ha detto tanto diversamente da chi, prima di lui, ha denunciato per anni l’alta densità mafiosa di quel posto.

Fatto sta che qui, su una popolazione di circa 3800 abitanti, la Dia (Direzione Investigativa Antimafia) nei mesi scorsi ha registrato la presenza di nove famiglie mafiose che si dividono il controllo del territorio. Tra queste, due tra le più potenti ‘ndrine calabresi, quella dei Barbaro e dei Trimboli.

Ma Platì è anche tristemente famosa per i bunker sotterranei che, di tanto in tanto, ospitano i più pericolosi latitanti, per lo smistamento in tutta la Calabria della cocaina che giunge dal porto di Gioia Tauro e per l’impressionante traffico d’armi. Platì è anche la cittadina che negli anni passati è stata teatro di storici sequestri di persona, è commissariata da 13 anni per lo scioglimento di tre consigli comunali, di cui due per infiltrazioni mafiose, e, al di là dei negazionismi, per circa metà della popolazione, pur vivendo prevalentemente di agricoltura e allevamento, si registra tutt’ora un alto tenore di vita. Sarebbe sufficiente contare il numero delle auto potenti in possesso ai residenti.

Non solo, soltanto negli ultimi tre mesi si sono verificate due sparatorie in pieno giorno. Nel primo caso, che ha visto la morte di un giovane incensurato 36enne nei pressi di un casolare, la Procura ha detto che si è trattato di un tragico incidente; dieci giorni fa, invece, un bracciante agricolo già noto alle forze dell’ordine e cognato del presunto boss Giuseppe Perre, è stato raggiunto da numerosi colpi di arma da fuoco mentre si aggirava nei pressi del cimitero.

Ad ogni modo, i platiesi continuano, a ragione, a sentirsi vittima di una campagna mediatica denigratoria e fuorviante. Se è vero, infatti, che la ‘ndrangheta continua ad agire indisturbata, è altrettanto vero che la maggior parte di essi vive nell’onestà e ripudia ogni forma di azione criminale. Anche questo va detto.

Pertanto, quando si parla di  jihad e terrorismo sarebbe opportuno specificare che il radicamento della ‘ndrangheta a Platì non è colpa dei platiesi, semmai dell’abbandono dello Stato. Lo stesso Stato che rappresenta Marco Minniti, quello Stato che per oltre 30 anni sapeva e ha fatto finta di non sapere.