Praia a Mare, dove ‘ndrangheta e camorra convivono da decenni tra silenzi e omertà

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(Fonte foto: Tele Cosenza)
Pubblicato su La Spia Press

Qui, in questo scorcio di terra bagnato dal mar Tirreno, i commercianti non hanno mai pagato il pizzo (a parte alcuni casi), non c’è il traffico d’armi riconducibile alle attività della ‘ndrangheta e non si deve chiedere il permesso a nessun boss per aprire un negozio o costruire una casa. Facendo anche da scudo alla vicina Tortora.

La leggenda narra che qui non abbia mai attecchito perché Praia a Mare sarebbe un paese di aspiranti picciotti inaffidabili, qualcun altro, più verosimilmente, sostiene che sia stata invece la buona politica a respingere ogni tentativo di intromissione. Una persona importante, quella del sindaco Antonio Praticò, al Comune dal 1980, che nel corso degli anni si è opposta senza remore e senza paure a compromessi malavitosi ed entrature di dubbia provenienza.

La sua encomiabile attività di contrasto alla criminalità organizzata, è stata però in parte vanificata da un lungo decennio di soggiorni obbligati nella città dell’isola Dino assegnati a ex galeotti, aspiranti camorristi, parenti e affiliati. Ciò, talvolta tramite gli amici degli amici, ha spalancato le porte alla camorra, che ha trovato non solo consenso, ma anche rifugio, grazie anche al fenomeno inarrestabile del fitto selvaggio. Non solo pericolosi delinquenti, dunque, ma anche numerosi latitanti, che sono riusciti a sfuggire alle forze dell’ordine con la complicità dei proprietari di case che, spesso in cambio di una cospicua somma di denaro, hanno accettato la mancata presentazione dei documenti da parte dei controversi inquilini.

Le cellule impazzite del cancro mafioso, seppur in modo marginale (rispetto alla sua enormità), si sono dunque moltiplicate anche qui, celandosi dietro i volti di gente apparentemente insospettabile. E proprio perché qui la ‘ndrangheta che comanda la costa non ha mai detenuto pieno potere, si è lasciato lasciato che i cugini camorristi trascorressero indisturbati le loro vacanze. ‘Ndrangheta e camorra, una di fianco all’altra, alleate e complici, strette in un connubio perfetto che ha dato vita all’abnorme attività dello spaccio di droga nell’asse Napoli-Cosenza.

Sono diverse centinaia le famiglie di pregiudicati e decine quelle di camorra ancora residenti nei comuni di Praia a Mare e Tortora ma che in realtà sono domiciliate nella città del Vesuvio e in tutta la sua provincia. Vengono qui nel periodo estivo e tornano durante l’anno nei giorni di festa o nei fine settimana. Proprio come la coppia di coniugi che nel febbraio di un anno fa venne arrestata in flagranza di reato per estorsione e aggressione ai danni di un ragazzo del posto. O come i Marrazzo che, in una resa di conti tra bande rivali, due anni e mezzo fa tesero l’agguato a Vincenzo Pipolo in pieno centro, uccidendolo con un colpo mortale all’addome.

Ma a Praia a Mare la camorra è rappresentata, da oltre vent’anni, dalla famiglia Nuvoletta, originaria di Marano (Na), precedentemente alleata con i corleonesi Riina e Provenzano e mandante, nella persona di Angelo, dell’omicidio del giornalista Giancarlo Siani nel settembre del 1985. Gente che si confonde tra i tavolini dei bar all’aperto, tra la calura asfissiante della bella stagione e gli sguardi ignari dei passanti. E sono ormai parte integrante delle attività illecite di questa cittadina.

Qui si aggirava indisturbato anche il pregiudicato Giovanni Moccia, residente anch’egli a Marano e ritenuto uomo del clan Nuvoletta, almeno fino a quindici giorni prima di morire in un agguato per la guerra di scissione a Secondigliano nel settembre del 2007. La famiglia, comunque, continua a preferire Praia a Mare come meta turistica.

Ma gli scagnozzi dei Nuvoletta ancora oggi percorrono quotidianamente le viuzze cittadine. Due mesi fa, il Nucleo Investigativo di Napoli ha condotto una maxi operazione in cui sono stati sequestrati 35 kg di cocaina purissima e per questo sono finite in manette 22 persone. Tra di loro, ci sono anche Antonio Nuvoletto, appartenente all’omonimo clan (l’errore nel cognome è dovuto a un errore di trascrizione all’anagrafe) e già detenuto al momento dell’arresto, e Salvatore Avolio, l’affiliato al clan che fino a poche ore dall’arresto svolgeva, probabilmente per copertura, la professione di venditore ambulante di mozzarelle. A Praia a Mare.

L’alleanza tra l’una e l’altra sponda mafiosa fu suggellata ufficialmente nel 2012 con “Isola Dino”, l’operazione che portò all’arresto di 35 persone. Quell’indagine rivelò come la cittadina altotirrenica fosse il crocevia dello smercio di cocaina grazie ad alcuni corrieri ritenuti vicinissimi alla camorra, che, assoldando piccoli spacciatori della zona, avevano messo in piedi una vera e propria azienda di spaccio della droga. Con il tacito accordo dei cetraresi, che detengono ancora oggi il controllo del narcotraffico sulla costa, aiutandosi con il piazzamento di pedine in alcune attività commerciali della zona, per non destare sospetti. Uno degli ultimi episodi è avvenuto proprio qualche mese fa, con l’arresto di un ragazzo residente a Cetraro, che poi si è rivelato essere un uomo del clan Muto, che per quattro mesi aveva preso le redini di un una nota attività commerciale della zona.

La lista, però, pare essere davvero lunga. Sembra, infatti, che nella città dell’isola Dino torni di tanto in tanto, a far visita uno anche dei più potenti e sanguinari boss di camorra, pluriomicida spietato con diversi ergastoli sulle spalle, da qualche tempo in libertà grazie al metodo della dissociazione. Che non è da confondersi con il pentitismo, ma è la confessione dei propri efferati delitti senza il coinvolgimento di altri soggetti. Figlio della reggente della cosca lasciata in eredità dal marito morto ammazzato, l’uomo è il cognato di una donna appartenente a una distinta famiglia napoletana che è proprietaria di un immobile nella parte periferica della cittadina.

Neanche a Tortora va meglio. Boss e affini, residenti e non, girano indisturbati per le strade non appena è primavera. E a qualcuno piace così tanto che pare abbia deciso di vendere tutti i suoi beni in quel di Napoli, per trasferirsi nella città di Blanda, dall’alto della sua condanna a 22 anni per spaccio internazionale di droga, in pianta stabile.

Ma se dovessimo scrivere di tutte le scorribande notturne, risse e minacce con tanto di armi imputabili all’una o all’altra fazione mafiosa, per mano di coloro che terrorizzano rivali, presunti tali e creditori nei vari locali e stabilimenti balneari della zona, finiremmo per scrivere un libro. Storie assurde di ordinaria follia, mai raccontate ma macchiate per sempre dal sangue, talvolta innocente, scorso a fiumi nei meandri voraginosi dell’omertà.