Ricettazione, assolto il giornalista Agostino Pantano perché il fatto non sussiste

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Ricettazione, assolto il giornalista Agostino Pantano perché il fatto non sussiste

Nella foto: gli avvocati Salvatore Costantino e Claudio Novella, al centro il giornalista Agostino Pantano

Pubblicato su La Spia Press

Era accusato del reato di ricettazione, ovvero, di aver tratto vantaggio personale da merce di illecita provenienza sottratta a terzi; solo che Agostino Pantano, cronista di razza in terra calabra, la criminalità, semmai, l’ha sempre combattuta a colpi di penna dalle colonne dei maggiori quotidiani regionali. Ma solo ieri il giudice del Tribunale di Palmi, dopo sei lunghi anni, ha messo fine a un processo insensato assolvendo l’imputato con formula piena.

Un risultato sofferto, sperato e meritato, che per un attimo lascia il posto alla gioia e alla speranza, ma che rimane pur sempre una  vittoria a metà per il danni arrecati, quello psicologico soprattutto, che non potrà in alcun modo essere risarcito da questa Italietta che persegue sempre più i giusti e lascia impuniti i delinquenti. Quelli veri.

Subito dopo l’iscrizione al registro degli indagati, sei anni orsono, per Agostino Pantano, che continua a barcamenarsi tra diversi processi, comincia un periodo nero. Non è facile lavorare con la pressione addosso di un’accusa che potrebbe mandarti dritto in una fredda cella di un carcere come un lestofante qualsiasi.

Le condizioni dell’editoria in Calabria di certo non l’aiutano: nessun editore puro, solo imprenditori che si servono delle redazioni giornalistiche per investire soldi e accumularne altri, che se ne fregano dei rischi e dei sacrifici dei cronisti, e non pagano. Agostino avanza oltre 27mila euro da ben tre giornali per i quali ha lavorato, e nonostante sia una delle penne più brillanti di questa terra bella e maledetta, per un lungo periodo è costretto al riposo forzato. Anche alcuni colleghi ne stanno alla larga, altri fanno finta di non sapere e si girano dall’altra parte, sai mai che qualche padrone si arrabbi e punisca anche loro.

La situazione comincia a diventare insostenibile e, a un certo punto, Agostino annuncia dalle bacheche social che lascerà questo lavoro. All’inizio sembra più una provocazione, ma dopo qualche tempo il cronista originario di San Ferdinando (RC) è costretto a fare le valigie e provare ad inventarsi un nuovo lavoro. Per lui nessuna chiamata. Anni di onorato servizio nella trincea del giornalismo calabrese sembrano essere stati cancellati. Torna in Calabria solo difendere, a caro prezzo, il suo diritto di cronaca quando ormai gliel’hanno già tolto editori e direttori.

Ma Agostino non demorde. Ha coraggio da vendere e una forza invidiabile. Sarebbe solo se non fosse per qualche spalla di un qualche collega amico su cui piangere, ma rimane aggrappato alla speranza e alla penna di qualche collega che ancora può definirsi libero, grazie al quale la questione per cui rischia otto anni di carcere calca finalmente le cronache nazionali.

La storia, assurda e controversa, comincia nel 2010, quando  Roy Biasi, all’anagrafe Rocco, lo querela perché ritiene, senza mai chiedere una smentita, di essere stato diffamato in uno dei 13 articoli che l’allora redattore di Calabria Ora aveva scritto, a partire dal 18 aprile dello stesso anno, in merito allo scioglimento per mafia del Consiglio comunale di Taurianova (RC) avvenuto esattamente un anno prima, e cioè il  23 aprile 2009. Una storia di intrallazzi politici che aveva portato alla luce anche le malefatte delle amministrazioni precedenti al commissariamento ordinario di un organo già decaduto per via di una crisi politica che aveva decretato la fine anticipata del mandato, che ha dato vita, contemporaneamente, a un doppio caso che suscitò moltissima curiosità nella Piana di Gioia Tauro. 

All’inizio pare la solita querela intimidatoria che dura il tempo di qualche udienza. Il Gip della Procura di Cosenza chiede e ottiene l’archiviazione, Agostino Pantano ha esercitato il suo diritto di cronaca e per di più con un linguaggio consono. Ma poi la questione prende un’insolita piega. Lo stesso giudice che lo ha prosciolto dall’accusa di diffamazione, trasmette gli atti alla Procura di Palmi perché vuole vederci chiaro su come il cronista abbia procurato i documenti relativi all’inchiesta, considerati, ad un anno dai fatti, ancora riservati. Quindi, si ipotizza che le relazioni d’accesso pubblicate sul giornale siano state trafugate per trarne vantaggio personale, ovvero il compenso dell’articolo. Di qui l’accusa di ricettazione. In tutto ciò il corpo del reato, ovvero i documenti, non viene mai trovato e tanto meno qualcuno l’ha mai nemmeno cercato. Lo stesso Pantano dichiara di non averli mai avuti in suo possesso. Oltretutto, mai nessuno viene indagato per diffusione del segreto d’ufficio.

Viene dunque messo in piedi un processo insensato, ingiusto, dalle tinte intimidatorie, che rischiava di stritolare l’Art. 21 della Costituzione Italiana, ed insieme ad esso ogni principio di libertà, di stampa, di pensiero e di parola. La sensazione, chiara e netta, era quella di imbavagliare il giornalista. O, quanto meno, di destabilizzarlo economicamente e psicologicamente. 

Ci sono riusciti, purtroppo per loro, solo in parte. Dalla sua, Agostino aveva la certezza di aver fatto solo il proprio dovere e due avvocati, Salvatore Costantino e Claudio Novella, che hanno saputo illustrarlo in aula in modo eccellente. E ieri il giudice gli ha dato ragione: «Il fatto non sussiste.». In un processo dove l’assoluzione era tutto fuorché scontata.

Il patetico show è arrivato finalmente all’ultimo atto. La libertà di stampa è salva, la dignità pure, per una volta vincono i buoni, i cattivi se ne tornano a casa con la coda tra le gambe e la giustizia trionfa. Il leone si lecca le ferite ma si dice pronto per tornare a ruggire. E chissà che, come nella più bella delle favole, come il sole dopo la tempesta, il buon Pantano non torni presto a infilzare i delinquenti con la penna.

Per il momento, sipario.