Operazione "Frontiera", finisce in manette il boss Franco Muto. Ma la cosca è tutt'altro che sgominata

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Operazione
Nella foto, il boss Franco Muto in una delle rare immagini che circolano sul web
Pubblicato su La Spia Press
I tentacoli in tutti i settori commerciali dell’alto Tirreno, dalla lavanderia industriale ai servizi di vigilanza e sicurezza nei locali di intrattenimento, e monopolio assoluto nel mercato ittico. La ditta Eurofish, intestata Andrea Osrini, genero del boss Franco Muto, benché già sottoposta a confisca nel 2006, fornirebbe il pesce fresco alla quasi totalità di strutture presenti sull’alto Tirreno cosentino, che si tratti di strutture ricettive o esercizi commerciali.
In pratica, tutti, o quasi, in un modo o nell’altro, sarebbero piegati alla volontà e alla supremazia dello storico capocosca, ritenuto dagli inquirenti tra i dieci più pericolosi capi della ‘ndrangheta. A dimostrazione, ancora una volta, di come il consenso popolare sia determinante per la diffusione del cancro mafioso.
E’ quanto emerge dall’indagine della D.D.A. di Catanzaro che questa mattina ha portato all’arresto dell’anziano boss di Cetraro (Cs), dei figli Luigi e Mary, dello stesso Orsini e di altre 53 persone, accusate, a vario titolo, di associazione a delinquere di tipo mafioso, associazione finalizzata al traffico di sostanze stupefacenti, estorsione, rapina, usura, illecita concorrenza, violenza e minaccia e molto altro ancora. Il sequestro di beni mobili ed immobili ammonta ad un totale di 7 milioni di euro.
L’indagine, da quanto si apprende dal bollettino ufficiale diramato dai Carabinieri del Ros di Cosenza, ha preso il via nel settembre del 2014, avviata parallelamente all’inchiesta che dovrebbe fare luce sull’omicidio ancora impunito del “sindaco pescatore”, Angelo Vassallo, barbaramente trucidato a Pollica (Sa) nel settembre del 2010.
Allora, le operazioni investigative condussero gli inquirenti a Sala Consilina per battere la pista del narcotraffico e attenzionare Vito Gallo, uno degli arrestati di ieri mattina, le cui attività hanno permesso di ricostruire i collegamenti tra le attività criminali del Cilento e la cosca cetrarese. In particolare, l’indagine ha evidenziato i rapporti tra Gallo e l’esponente scaleoto dei Muto, Pietro Valente, già detenuto presso la Casa Circondariale di Bologna nell’ambito dell’inchiesta Plinius e nuovamente raggiunto dalla misura di custodia cautelare.
Di lì, gli investigatori hanno ricostruito il sodalizio capillare finalizzato ad illeciti, che ieri mattina ha portato allo storico ed inaspettato epilogo. Finisce così, lo strapotere di Franco Muto, 76 anni e un passato da imbianchino e fruttivendolo, che per oltre 30 anni ha manipolato e devastato ogni settore dell’economia alto tirrenica, con ramificazioni che vanno da Amantea (Cs) a Sala Consilina (Sa), fino al patto di ferro con la cosca camorristica dei Nuvoletta di Marano; dallo smaltimento dei rifiuti al traffico di droga, dalla gestione degli appalti all’usura, passando spesso anche tra i banchi della politica cittadina.
Ma chi è il camaleontico boss Franco Muto? Chi erediterà il potere? Cosa succederà d’ora in poi?
Franco Muto nasce a Cosenza il 13 maggio del 1940. In gioventù lavora come imbianchino, calzolaio e fruttovendolo, fino a che, alla fine degli anni ’70, si inserisce nella faida che vede contrapposta le ‘ndrine dei Pino-Sena ai Perna-Pranno-Vitelli, affiancando i primi. I morti sono decine.
Trascorre dieci anni in carcere per associazione mafiosa grazie a una memorabile operazione del 1993 che portò all’arresto di 92 affiliati; ci ritorna per qualche settimana nell’ottobre del 2006 e poi ancora nel 2007 con l’accusa di concorso esterno nell’attività della cosca capeggiata da Tommaso Gentile ad Amantea (Cs). Ma a Franco Muto, altrimenti detto “ù luongo”, nel corso degli anni vengono contestati numerosi altri reati, tra cui un serie di omicidi, per i quali verrà assolto o per i quali, addirittura, verrà chiesta l’archiviazione. Tra questi, c’è l’inabissamento della cosiddette “navi dei veleni” al largo delle coste tirreniche. Le dichiarazioni del pentito Francesco Fonti e il ritrovamento di una nave nei fondali delle acque di Cetraro, non furono considerate prove attendibili. Per gli inquirenti il fatto non si è neanche mai verificato e gli indagati furono prosciolti da ogni accusa. Il caso, tra conferme e smentite, rimane tutt’oggi uno dei più grandi misteri del dopoguerra.
L’arresto di ieri coinvolge anche i figli Luigi, detto “Gigino”, Mary “, detta Mara, e il genero Andrea Orsini. Gli ultimi due sono stati risarciti dal Ministero della Giustizia per ingiusta detenzione con somme fino a 150 mila euro dopo che nel 2004 erano finiti in carcere nel’ambito dell’inchiesta “Godfather” con l’accusa di estorsioni, usura, traffico di sostanze stupefacenti e controllo delle forniture di materiale in appalti pubblici, insieme agli altri due figli del boss, Giuseppina e Junior, la moglie Angelina Corsanto e l’altro genero, Giuseppe Scipio. Dal processo ne uscì condannato solo Luigi, che gli inquirenti indicano come erede e attuale reggente della cosca.
Negli ultimi mesi, il 54enne era tornato ad alzare voce per mettere in riga i picciotti dissidenti. Troppi sulla costa, e troppo ambiziosi. Qualcuno aveva forse lasciato intendere che avrebbe voluto destreggiarsi da solo nell’ingente mercato di pesce fresco e cocaina purissima, o, addirittura, che potesse prenderne direttamente il comando al posto suo.
Un periodaccio per il figlio del Mammasantissima, che, tra la pressione di un padre esigente e ancora smanioso di potere e qualche scellerato di troppo, ha dovuto fronteggiare anche la concorrenza dei cugini camorristi, da anni distribuiti nelle abitazioni alto tirreniche acquistate a quattro soldi, con cui, ormai da qualche mese, si contende la leadership del controllo del territorio e dello spaccio di droga. Anche a costo di fare qualche morto. Questa è la voce, minacciosa e piuttosto insistente, che circola negli ambienti, tanto che l’operazione “Frontiera”, a dire il vero un po’ ambigua e piena di lacune, potrebbe essere stata eseguita per stroncare una possibile guerra di mafia.
Ma “Gigino”, tutto sommato, pur da una fredda cella di un carcere, può stare tranquillo . Gli sgherri di papà sono ben distribuiti e, giusto per far capire chi comanda, ogni sabato notte tornano, puntualmente, a seminare terrore nei locali della zona.
Sembrerebbe avventato, quindi, parlare di cosca sgominata, considerato che a casa, in totale libertà, è rimasta metà famiglia, mentre da Amantea a Sala Consilina, amici, picciotti e inservienti del boss pullulano. Dentro e fuori le istituzioni. E non aspettano altro che riappropriarsi dell’ “onore” perduto.