SANITÀ & POLITICA| Quella volta che Ernesto Magorno prese le distanze sull'iniziativa per la riapertura dell’ospedale

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SANITÀ & POLITICA| Quella volta che Ernesto Magorno prese le distanze sull'iniziativa per la riapertura dell’ospedale

Pubblicato su La Spia Press 

Comune Praia a Mare, 16 febbraio 2012. La sala consiliare è gremita, per la prima volta dal luglio del 2010, periodo in cui già si paventa la chiusura dell’ospedale civile, la cittadinanza partecipa in massa a una riunione organizzata per discutere della questione.

L’allora primo cittadino, Carlo Lomonaco, spiega ai presenti, e senza fronzoli, la situazione che di lì a un mese e mezzo si andrà a delineare. Niente più pronto soccorso, niente reparti di Chirurgia e Medicina, la politica regionale ha deciso che l’imponente struttura sanitaria verrà riconvertita in Casa della Salute, una sorta di poliambulatorio che di fatto smantella la rete emergenza/urgenza. Il decreto n° 106 dell’ottobre 2010 mette a repentaglio il diritto alla salute di oltre 60mila persone, che assistono inermi e disperate alla triste vicenda. Devono essere presi immediati provvedimenti.

Oltretutto l’ospedale di Praia ha i conti in attivo, è l’unico in tutto il Meridione. Pertanto, rappresenta una risorsa: al dicembre del 2011 il fatturato è di +3 milioni di euro. Nessuno si spiega cosa c’entri quella chiusura con i tagli agli sprechi imposti dal Ministero della Salute.

La stampa azzarda già qualche ipotesi su possibili abusi, intrallazzi e favoritismi invitando gli amministratori locali a rivolgersi alla Procura, ma i nostri sindaci provano a convincere i presenti che il tutto si sarebbe potuto risolvere facendo appello alla politica e alla Giustizia amministrativa. Ignorando, o quasi, il giro di voti, di incarichi e di affari che si celava dietro la questione.

In quella storica riunione, la politica locale si attiva come può. Chiede aiuto alle associazioni per mettere in piedi proteste eclatanti, rende pubblica la bocciatura del Tar e annuncia battaglia presentando nuovamente ricorso al Consiglio di Stato, mentre in sala i rappresentanti politici regionali dicono che si faranno carico e portavoce del grido di protesta. L’ospedale non deve chiudere e la salute dei cittadini deve essere tutelata. A qualsiasi costo. Tutti i sindaci dei 18 comuni dell’alto Tirreno cosentino spingono nella stessa direzione.

O meglio, tutti tranne uno. Ernesto Magorno, allora sindaco di Diamante, ha indetto un’altra riunione, nello stesso giorno e alla stessa ora, per discutere dei disagi provocati agli automobilisti sulla SS18. Perché proprio nello stesso giorno e alla stessa ora? Perché disertare e, al tempo stesso, ostacolare una conferenza di tale importanza?

L’azione non passa inosservata e in sala l’imbarazzo viene prontamente sostituito dal mormorio, anche se poi le leggi del politicamente corretto costringono i colleghi a smorzare le polemiche. Qualcuno tenta anche la difesa: «Anche le strade pericolose sono un problema da risolvere».

Certo, ma se ne sarebbe potuto parlare in un altro momento, anche solo qualche ora più tardi, e di fatto la SS18 continua ad essere identica a quattro e anni e mezzo fa, cioè pericolosa e malconcia. Da allora è cambiato solo il numero dei morti. Il sospetto è che Magorno, dunque, dovesse dimostrare a qualcuno di prendere le distanze dall’iniziativa sulla sanità. Soltanto assentarsi non avrebbe sortito lo stesso effetto. Ma perché?

I dati di fatto ci raccontano che il segretario regionale del Pd, l’anno dopo diviene deputato della Repubblica italiana. Secondo una recente rivelazione giornalistica, la valanga di preferenze con le quali viene eletto, sarebbero scaturite dai presunti rapporti tra il dem calabrese e il boss cetrarese Franco Muto, arrestato nell’operazione Frontiera.

Tutto è partito dalla confessione del direttore de Il Corriere della Calabria secondo cui la DDA avrebbe imbottito di cimici, per lungo tempo, l’auto di un parlamentare. O meglio, un’auto in uso a un parlamentare, concessagli da un imprenditore della sanità privata (che la magistratura indicherebbe come il prestanome del capo mafia) per sbrigare le faccende ufficiose sulla costa, presumibilmente nella speranza di passare inosservato (leggi qui la notizia). Il nome del parlamentare indagato, invece, lo fa la redazione di Iacchité e corrisponderebbe a quello di Ernesto Magorno.

Se così fosse, come ci dirà prossimamente la magistratura, oggi avremmo tante risposte a domande che una volta apparivano finanche prive di senso.