Gli angeli della morte | Chi sono e perché uccidono: dal caso Busnelli al protocollo Cazzaniga, ecco i casi più eclatanti

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Gli angeli della morte | Chi sono e perché uccidono: dal caso Busnelli al protocollo Cazzaniga, ecco i casi più eclatanti

(fonte foto: dal web)
Pubblicato sul settimanale nazionale Cronaca in Diretta del 27 gennaio 2017, n°2  
di Francesca Lagatta
Avrebbero il compito di migliorare o allungare il più possibile la vita ai loro pazienti, invece li uccidono silenziosamente, usando aghi e medicinali come armi letali. Sono gli “angeli della morte”, insospettabili infermieri con il delirio di onnipotenza, il disturbo narcisistico della personalità  che li spinge a sostituirsi alla mano divina decidendo autonomamente quando è giunto il momento del trapasso terreno. L’elenco degli infermieri colti con le mani nel sacco è lungo e in continuo aggiornamento, ma la cronaca recente dimostra ampiamente che le storie non solo sono spesso simili, ma addirittura sembrano seguire un medesimo copione il cui finale forse potrebbe essere cambiato se solo si ascoltassero gli inconfondibili campanelli d’allarme, di cui parleremo più avanti con il criminologo Ruben De Luca.
Del fenomeno si è avuta maggiore contezza negli ultimi anni, da quando i mass media ha raccontato i dettagli delle vicende più eclatanti, lasciando insinuare per sempre il dubbio che le morti avvenute entro le mura di una struttura sanitaria, pubblica o privata, non per forza sopraggiungano in modo naturale.
Il caso capofila delle cronache moderne fu da attribuire a Antonio Busnelli, in servizio presso l’ospedale Fatebenefratelli di Milano nel reparto di rianimazione da ben 24 anni quando nel dicembre del 1992 fu arrestato con l’accusa di aver provocato almeno due crisi cardiache accertate, una delle quali risultata fatale, con massicce dosi del vasodilatatore Isoptin. L’infermiere fu mosso da motivi economici, stabilì il processo. Gli inquirenti raccolsero diverse prove di un patto stabilito con un’impresa di pompe funebri, la quale avrebbe retribuito l’uomo qualora i malati, già in gravissime condizioni, fossero morti nell’orario di turno dell’azienda.
IL CASO DELL’INFIERMERE DI SATANA – Qualche mese più tardi, fu la volta di Alfonso De Martino, controversa figura di un infermiere professionale, che la stampa ribattezzò “infermiere di Satana” per via dei grandi anelli e medaglioni con l’immagine del maligno con cui era solito agghindarsi, a dispetto di una corporatura piuttosto esile una personalità apparentemente fragile. De Martino uccideva le sue vittime un po’ più a sud, nel reparto di Medicina Generale dell’ospedale di Albano Laziale. La sua arma fu un mix di Citrosil e Pavulon, un disinfettante usato in corsia e un potente anestetico, che iniettò ad almeno quattro pazienti tra il 1990 e il febbraio del 1993. Fu proprio quest’ultimo episodio a tradire l’infermiere, poiché la morte di un paziente sopraggiunse appena dopo la somministrazione di una flebo che un collega si accorse contenere farmaci non prescritti. Le indagini portarono all’accusa di omicidio plurimo volontario, che il giudice confermò con una pena all’ergastolo.
ANGELO STAZZI, IL DONNAIOLO CON IL VIZIETTO DI UCCIDERE – Angelo Stazzi sta scontando l’ergastolo per otto omicidi e la sua vicenda è divenuta un caso mediatico. Infermiere al Policlinico Gemelli fino al 1996, tra quelle mura aveva conosciuto Maria Teresa Dell’Unto, sua amante a lungo prima che il 25 marzo del 2001 la ferisse a morte e la seppellisse nel pollaio di casa per non consentirle di rivelare la storia. Le indagini portano dritto all’aguzzino, a cui tra il 2008 e il 2009 vengono intercettate numerose telefonate. Al cellulare Stazzi finge di essere un medico con i colleghi degli ospedali dove vengono ricoverati poco prima di morire i “vecchietti” di Villa Alex, la casa di cura dove aveva trovato lavoro da pensionato, che giungono in overdose da insulina. L’uomo chiama per sincerarsi sulle condizioni di salute dei pazienti, chiedendo quanto manchi alla dipartita. L’intento è quello di avvisare l’impresa di pompe funebri che gli riconosce la cifra irrisoria di 50 euro a cadavere.
SONYA CALEFFI, LA DONNA CHE UCCIDEVA PER SENTIRSI IMPORTANTE – Nel 2004 è Sonya Caleffi a riempire le colonne dei quotidiani con un triste primato. La donna, in servizio presso l’ospedale Manzoni di Lecco, è sospettata di aver posto fine alla vite di 18 persone ricoverate, di cui la magistratura ne ha accertato  5 infliggendole definitivamente 20 anni di reclusione. Lei non si serviva di medicinali ma di bolle d’aria inoculate nelle arterie dei pazienti per porre fine alle loro sofferenze. Rea confessa, durante il processo rivelò: «Ho ucciso per il bisogno di sentirmi importante… io praticavo quegli interventi perché mi piaceva che tutti accorressero in tempo a salvare i pazienti”. La donna soffriva di un profondo disagio psicologico che gli inquirenti rinvennero anche tra le mura della sua casa, sporca e disordinata, che divideva solo con gatti tenuti in pessime condizioni igieniche. Quando è stata arrestata lottava da tempo con i fantasmi del passato e una grave forma di anoressia.
Ma l’opinione pubblica è stata scossa molte volte negli ultimi tempi a causa di un inarrestabile dilagare del fenomeno. Negli ultimi anni sono almeno due le donne accusate di essere “angeli della morte”. La prima, Daniela Poggiali, l’infermiera divenuta nota per i selfie scattati accanto ai defunti del suo reparto, è stata arrestata con l’accusa di aver iniettato una dose letale di potassio e successivamente condannata all’ergastolo. Le indagini hanno anche portato alla luce indizi che la renderebbero responsabile di altri morti.  L’altra donna è Fausta Binino, 55enne in servizio all’Ospedale civile di Piombino. L’infermiera è indagata per l’uccisione di almeno 14 persone, nessuna malata terminale ed alcune addirittura in via di guarigione, a cui è stata iniettata una massiccia dose di eparina. Le morti sono avvenute tutte nel periodo compreso negli anni 2014 -2015. Due mesi fa, invece, la cronaca ha raccontato il caso ancora tutto da scoprire dell’anestesista Leonardo Cazzaniga che secondo le accuse avrebbe causato la morte di almeno quattro pazienti su cui aveva sperimentato il famigerato “protocollo Cazzaniga”. Un mix di sedativi composto da morfina, Propofol e Midazolam che non lascia scampo.

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