Trasferimenti ed esuberi a Sky, la minaccia del popolo web: "Pronti a disdire i contratti"

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I vertici di Sky, piattaforma televisiva satellitare nata nel 2003, una quindicina di giorni fa hanno annunciato il trasferimento di oltre 300 giornalisti da Roma a Milano e l’esubero di una dozzina che, insieme a operatori e responsabili dell’amministrazione, arrivano a 200 licenziamenti. Crisi? Mancanza di fondi? Macché, i patron di Sky tagliano le “spese” per incrementare ulteriormente gli investimenti a fronte di incassi già milionari, e, anzi, a scanso di equivoci, ci tengono a far sapere di come l’azienda goda di ottima salute finanziaria.

 Innanzi alle prevedibile proteste dei cronisti i responsabili hanno fatto scena muta, in attesa che la questione scemi con il passare delle ore e gli oltre 500 giornalisti interessati dal provvedimento prendano ognuno la propria strada, possibilmente senza fare neanche troppe polemiche. Come poi succede in decine di altre testate giornalistiche in Italia. Ma chi di spada ferisce, si sa, di spada perisce e proprio il web, tanto caro a chi vive di pubblicità, si è inaspettatamente ribellato per la scellerata  decisione dei vertici, schierandosi dalla parte dei lavoratori bistrattati.

L’idea la lancia un giovanissimo attivista politico calabrese con un post: «Se Sky non rivedrà la sua posizione, sono pronto a disdire il mio contratto e a mostrarlo in rete». Il commento riceve subito consensi e di lì a poco l’idea si trasforma nell’unica possibilità di convincere l’azienda a fare un passo indietro. Sotto il post è tutto un susseguirsi di dichiarazioni simili che, se si trasformassero in azioni, per Sky le cose si metterebbe davvero male. «Lanciamo una petizione», suggerisce un altro utente, e giù con i like e le condivisioni. La proposta diventa virale in men che non si dica e d’altronde occorre farla circolare il più velocemente possibile.

Tra le decine di storie che si leggono sui social network, si capisce quanto il provvedimento abbia destabilizzato i cronisti gettandoli nello sconforto. Che ne sarà di loro, lamentano alcuni, dovendo ricominciare a 40 anni e più, dopo aver preso impegni economici o aver messo su una famiglia? La risposta è tutt’altro che scontata e chi è fuori dal mondo del giornalismo forse non riesce a comprendere fino in fondo le preoccupazioni.

Il giornalismo in Italia è considerato più precisamente un non-lavoro, niente per cui qualcuno debba pagarti per forza e molte volte per gli editori il compenso è offrire la “vetrina”, se sei agli esordi, o la fama effimera, e talvolta immaginaria, di quando sei già a uno stadio avanzato di carriera, e cioè vanti migliaia di articoli all’attivo, decine di notti in bianco e almeno un paio di minacce di morte. Peccato che al supermercato non si paghi né con uno né con l’altro, e che interrompere bruscamente la carriera comporti l’uscita da un circolo vizioso dove è sempre più difficoltoso rientrare per provare un giorno a vivere di questo mestiere.

Pertanto, chi ha un lavoro ben retribuito, e magari anche un contratto di assunzione, avrebbe dovuto, purtroppo per la categoria, considerarsi un privilegiato, ma l’assoluta mancanza di leggi a tutela di questo non-lavoro assai faticoso quanto pericoloso, le ambiguità e il disinteresse generale, hanno fatto sì che i giornalisti diventassero con il tempo da lavoratori a pedine nelle mani di imprenditori senza scrupoli, i quali, da un giorno all’altro possono decidere dalla sera alla mattina, rimanendo impuniti, che tu debba essere sradicato dalla tua vita e mandato a 200km di distanza, se sei fortunato, altrimenti ti tocca tornare a casa da disoccupato perché non servi più. Magari a 50 anni e con un mutuo sulle spalle.

Sta accadendo questo a 500 giornalisti di Sky, sta accadendo un po’ ovunque e accadeva anche prima, nelle redazioni dove ci sono cronisti pagati al costo di un panino al pezzo e anche meno, nei piccoli siti locali che si atteggiano a grandi redazioni e anche nelle grandi redazioni che si atteggiano a tribunali, ma che poi pagano i collaboratori cinque, massimo dieci euro ad articolo. E ti tocca inventarti un’altra occupazione, sacrificando e di parecchio la ricerca della verità.

Intanto gli editori gonfiano i loro conti correnti e il giornalismo muore, i giornalisti vivono sognando un futuro dignitoso che forse non avranno mai e rimandano di volta in volta la felicità, i viaggi, i regali, a volte anche i figli, aspettando invano che qualcuno si decida prima o poi a dettare e rispettare le regole questo mestiere.

Solidarietà ai colleghi di Sky e a tutti quelli che vivono in condizioni di precaria dignità.