Dalla Calabria il caso del politico Giuseppe Aieta, l'uomo che la mafia l'ha combattuta per davvero

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Nella foto, Giuseppe Aieta
«Sono tutti ladri», «tutti corrotti», «tutti collusi con la mafia e la malavita». Alzi la mano chi almeno una volta nella vita non è incappato nel più becero degli stereotipi parlando dei politici di casa nostra, pseudo tali e affini.
Certo, la classe politica dirigente a ogni livello degli ultimi tempi non è che si sia data granché da fare per spezzare le catene dei pregiudizi e convincere i cittadini del contrario, ma è altrettanto vero che non proprio tutti tutti siano inclini al malaffare. Anzi, in queste ore le carte ci dicono l’esatto contrario: c’è addirittura chi, mettendo a repentaglio la propria vita e quella dei famigliari, la criminalità l’ha guardata in faccia affrontandola a viso aperto, dopo averne preso le giuste distanze e combattendola nelle sedi opportune. Senza troppe passerelle o slogan autocelebrativi, molto in voga tra i professionisti calabresi di una finta e imbarazzante antimafia.
E’ il curioso caso del calabrese Giuseppe Aieta, attualmente consigliere regionale, ex consigliere provinciale e soprattutto ex sindaco di Cetraro, la cittadina del tirreno cosentino che la stampa e la magistratura ci hanno indicato per un lungo ventennio come quartier generale della potentissima ‘ndrina locale dei Muto, oggi decimata grazie all’arresto nel luglio scorso dell’anziano mammasantissima e il figlio, designato reggente.
Lì, un giovanissimo Aieta, ha governato la cittadina per nove lunghi anni, senza mai cedere al compromesso, fianco a fianco con una banda di criminali che scalpitava, senza successo, per mantenere il potere con i giri loschi.
Le minacce, certo, erano all’ordine del giorno, una tra tutte culminata con l’invio all’indirizzo di casa di una busta contenente proiettili e una scritta volgare: «Caro Giuseppe, gli errori che hai fatto li pagherai con la vita» (clicca qui per leggere l’articolo). Ma le intimidazioni non hanno scalfito di un millimetro la battaglia estenuante e silenziosa di Aieta per il ripristino della legalità nei luoghi in cui ha militato. Nemmeno quando l’ex sindaco, in più occasioni, ha dovuto difendersi non solo dai delinquenti acclarati, ma anche da quelli che dicevano di voler cambiare il mondo rimandogli accanto e invece volevano solo proteggersi le spalle e gli affari.
Ma come facciamo ad essere così sicuri della sua condotta immacolata? In realtà non è una nostra supposizione, ma il contenuto delle carte prodotte dagli inquirenti dopo svariati anni di indagine.
Chi conosce a fondo il professore prestato ai banchi del consiglio regionale non si stupirà affatto della notizia, ma resterà certamente meravigliato nello scoprire che molti uomini affiliati al clan, che l’immaginario collettivo dipinge come irriducibili, addirittura lo temevano.
Sì, perché Giuseppe Aieta non si è mai limitato a stare fuori da certe logiche, le smontava pezzo per pezzo, come mai era accaduto prima. Per questo i criminali locali lo consideravano un guastafeste, un rompipalle, un ostacolo da eliminare il prima possibile.
Perché se metti un solo uomo onesto nelle istituzioni, uno solo, il sistema si inceppa correndo il serio pericolo di implodere.
Nelle Procure le denunce a sua firma non si contano, dai dubbi e sospetti sui titolari delle ditte che si candidavano per lavorare, alcuni dei quali arrestati anni dopo proprio per la collusione ‘ndranghetistica con i Muto, fino alla geniale trovata di inserire nel bandi per gli affidamenti, in modo permanente, il requisito della buona condotta morale. E rimandare le decisioni al parere del certificato antimafia.
Tutto qui? Niente affatto. Poche settimane fa vengono chiuse le indagini dell’inchiesta Frontiera, proprio quella che il 19 luglio di quasi un anno fa ha portato dritto in carcere, quello del regime duro, Franco e Luigi Muto. Una ventina di faldoni da migliaia di pagine l’uno, dove, tra le altre cose, gli inquirenti hanno appuntato passo passo i dettagli dei rapporti tra la criminalità organizzata locale e il Comune di Cetraro, a partire proprio dagli anni in cui Aieta diventa prima cittadino.
Le carte sono state scandagliate una ad una, dagli affidamenti dei lavori pubblici alle assegnazioni di borse lavoro, e le infinite intercettazioni ambientali sono state sbobinate nella loro interezza. In qualunque occasione, in qualsiasi contesto, non c’è traccia di una sola azione a favore di delinquenti e persone a loro vicine. E, per dovere di cronaca, nemmeno atti di favoreggiamento nei confronti di persone comuni.
Tutte le richieste ambigue sono state rimandate al mittente con tanto di segnalazione alle Procure.
A conti fatti, senza troppi fronzoli, con una cinquantina di sindaci in Calabria come Giuseppe Aieta, la ‘ndrangheta si scioglierebbe come neve al sole. Oppure come ogni fenomeno che si rispetti, come auspicava quasi trent’anni fa il magistrato Giovanni Falcone.