Praia a Mare | Stefano Perrone, la cronistoria di una tragedia avvolta da un alone di mistero

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Praia a Mare | Stefano Perrone, la cronistoria di una tragedia avvolta da un alone di mistero

Intorno alle 11 di mattina di domenica 23 aprile, Stefano Perrone, 32enne originario di Praia a Mare, laureatosi a Pisa e da un anno infermiere presso il nosocomio di Livorno, viene ritrovato in fondo a un dirupo, riverso a terra e privo di vita, tra Gabbro e Castelnuovo della Misericordia, entrambe frazioni di Rosignano Marittimo, nel Livornese. Fatale, rivelerà l’autopsia, si è rivelato un forte un trauma cranico.
I soccorsi si erano attivati la sera precedente, coinvolgendo i vigli del fuoco, volontari e amici che con il passare delle ore avevano sempre meno speranze di ritrovarlo in vita. Stefano era un ragazzo tranquillo e pacato, aveva un lavoro stabile e una fidanzata, sua collega al pronto soccorso, che gli aveva ridato la gioia che cercava da tempo, come scrive la sorella in un commento sui social network. Non aveva nessun motivo di sparire o procurarsi la morte, e neppure di allontanarsi senza dare notizie di sé. Il presagio che gli fosse successo qualcosa di irreparabile ha aleggiato minaccioso nella mente di chi lo ha cercato disperatamente.
I dubbi sono purtroppo diventate certezze quando gli inquirenti lo hanno ritrovato dopo che un testimone gli ha indicato il punto in cui lo aveva visto prima della tragedia.
Sulla pelle nessun segno di colluttazione e niente scheletri nell’armadio a tradire una doppia vita, gli investigatori che hanno seguito il caso ricostruiscono la vicenda parlando di un mero incidente. L’ipotesi è che il giovane si sia fermato durante il tragitto per espletare i suoi bisogni fisiologici e sia scivolato cadendo rovinosamente a testa in giù. La morte è sopraggiunta per soffocamento da emorragia in conseguenza del forte trauma cranico.
Una volta conclusosi l’iter dell’autopsia, avevano assicurato dalla Procura, si sarebbe proceduto con lo svolgimento dei funerali nel paese natale, dove tra l’altro, amici e vecchi compagni di scuola non hanno mai dimentica la bontà d’animo di quel ragazzo che, a dispetto dei colori scuri che gli piaceva indossare e l’anima heavy metal, era pieno d’amore, di vita e di progetti, amava la musica folkloristica e il suo bene più prezioso era la famiglia.
Ma a qualche ora dall’affissione dei manifesti nella città dell’isola Dino, dove si annuncivaa che Stefano «è volato in cielo», giunge la notizia che la cerimonia funebre è rimandata a data da destinarsi. Perché?
A quanto pare, la Procura di Livorno non ha creduto alla versione delle scarpette da ciclista che lo hanno fatto scivolare sulla roccia e vuole andare sino in fondo alla questione.

Nella foto, la bicicletta non ancora ritrovata

L’appiglio lo trova nella misteriosa scomparsa della bicicletta, una Cannondale dal valore di svariate migliaia di euro e acquistata da poco, per cui il rampante ciclista aveva una cura maniacale, tanto da arrivare a pulirla con lo spazzolino da denti. Non era vicino al cadavere e non viene ritrovata nemmeno lungo il tragitto. Dapprima si pensa a uno sciacallo che, avendo ritrovato la costosa due ruote in assenza del proprietario, la ruba non essendo forse a conoscenza della disgrazia. Ma poi, invece, si ipotizza che sia stata sottratta appositamente per depistare le indagini.

Il Procuratore Ettore Squillace Greco affida l’inchiesta alla dottoressa Fiorenza Marrara, la quale ha l’arduo compito di risalire alla verità con i pochi elementi a disposizione: un unico testimone e la sua versione dei fatti.
E infatti, come primo atto dovuto, è proprio il 40enne testimone che ha determinato il ritrovamento di Stefano, a finire indagato per l’ipotesi di aver provocato la morte del giovane in conseguenza di un altro reato. Se ciò venisse confermato, potrebbe di conseguenza paventarsi all’orizzonte l’accusa di omissione di soccorso e furto di bicicletta.
A far insospettire gli inquirenti sono state le presunte discrepanze nel racconto. L’uomo ha semplicemente raccontato di aver percorso quella strada di sabato pomeriggio e di aver visto la bici appoggiata al guard rail, così il mattino seguente ha risposto agli appelli dei famigliari postati sui social, portando i ricercatori nel punto vicino in cui poi si è verificato il ritrovamento.
Ma la Procura ha accertato che quel pomeriggio l’auto, con a bordo moglie e figli del testimone, avrebbe agganciato la cella del luogo della tragedia più volte, come il 40enne vi fosse tornato più volte. Ma il suo legale, come riporta un articolo apparso su La Nazione, spiega che quegli spostamenti si sono verificati proprio per sincerarsi che in un luogo impervio e isolato non ci fosse nessuno in pericolo, poi è ripartito, poiché dalla strada, secondo la sua versione, Stefano non era essere facilmente visibile.
Per il momento, però, gli investigatori hanno perquisito i suoi garage in cerca di indizi e hanno disposto il sequestro dell’auto, al fine di scongiurare eventuali segni di colluttazione con cui il ciclista sarebbe stato spinto già. Ma si fa largo anche l’ipotesi che qualcuno abbia cercato di rubare la bici mentre la vittima era intenta a espletare i suoi bisogni fisiologici, e che, accortosi del furto, abbia provato a difendersi avendo la peggio, probabilmente spinto nel burrone con violenza.
Chiaramente, nessuna tesi è stata ancora confermata e dalla Procura stessa non si esclude che se potrebbe comunque essersi trattato di una vera e propria tragedia per una caduta accidentale.
L’unica certezza, oltre al mancato ritrovamento della bici, è che con la sua scomparsa Stefano Perrone ha lasciato attorno a sé un vuoto incolmabile. Da giorni sui social network parenti, amici, conoscenti e l’adorata fidanzata, non fanno altro che ricordare i momenti felici della sua breve esistenza andata in frantumi come schegge di vetro di una bottiglia lanciata contro l’invalicabile muro della mala sorte.