Calabria e giornalismo, una festa del lavoro pieno di rabbia e incertezze

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Calabria e giornalismo, una festa del lavoro pieno di rabbia e incertezze

(Fonte foto: dal web)

“In una regione dove i contratti per collaboratori oscillano dai 178 euro a un massimo di 250 mensili, dove le uniche medaglie al petto sono insulti e minacce, dove lavori notte e giorno senza sosta, sette giorni su sette, 362 giorni all’anno, dove questo lavoro, per tutti, tra bavagli e censure non è più lavoro ma mortificazione dell’anima, dove i diritti sono pressoché inesistenti, con la tacita accettazione di tutti, per noi giornalisti parlare di festa del lavoro è come imporre ad una prostituta di festeggiare la giornata mondiale sull’importanza della verginità.”

E’ bastato questo post, scritto in mattinata sul mio profilo personale, per ricevere i messaggi privati di tanti colleghi, esausti e demotivati, i quali mi hanno implorato di diffondere questo messaggio con ogni mezzo e su ogni canale.
Ma non facciamo, come al solito, di tutta l’erba un fascio. Prima di lamentarci e sparare a zero sull’editoria in Calabria, è giusto, e doveroso, ricordare che come per ogni categoria, c’è fortunatamente l’eccezione che conferma la regola. Ma fatta eccezione per quelle poche redazioni che funzionano e pagano i propri giornalisti (e ce ne sono), possiamo tranquillamente dire che la stragrande maggioranza arranca come può e nonostante il politico amico, la vicinanza agli apparati deviati dello Stato, finanziamenti di dubbia provenienza e frequentazioni poco ortodosse, a fine mese non riesce a garantire uno stipendio ai propri dipendenti. Altri, i più scaltri, hanno tagliato la testa al toro e per rientrare nei budget editoriali, e rimanere formalmente nel giusto, fanno firmare contratti dove per stipendi si intendono compensi da fame. Per intenderci, con 5mila euro al mese ci sono editori che coprono territori che vanno da Reggio Calabria alla Basilicata sguinzagliando ovunque quasi una trentina di cronisti. Trenta persone, trenta madri o padri, compagni, mariti, mogli, ma anche giovanissimi, che lavorando anche sei, otto, dieci ore al giorno portano a casa meno un gruzzoletto al pari di una elemosina.
«Sì – ci dicono un po’ tutti con mani sui fianchi e dita puntate – ma la colpa è vostra che accettate».
Dunque, per chi guarda comodamente seduto da fuori, saremmo un esercito di imbecilli con la smania di protagonismo, che pur di vedere il nostro nome scritto sui quotidiani rinunceremmo alla dignità e una vita normale.
In effetti, sembrerebbe così, ma nella realtà è una grande, grossa, colossale, stupidaggine.
Chi entra a far parte di questo mondo sa che fare il giornalista non è propriamente una passeggiata in riva al mare e all’inizio, com’è giusto che sia, si è disposti a fare sacrifici e salti mortali pur di fare la gavetta necessaria che ti spalanchi le porte di una redazione giornalistica. Ma perché un giornale investa su di te, a meno che non si è raccomandati, necessita avere alle spalle una discreta esperienza. L’esperienza però non si crea dal nulla e si acquisisce sul campo, imbattendosi nei guai, a volte nelle querele, ma soprattutto confrontandosi con i colleghi, passando le giornate a scrivere e imparando a fiutare le notizie. Ma riuscire a scovare notizie necessita, a sua volta, riuscire a costruirsi una rete di fonti giornaliere, che non solo forniscono notizie “fresche” ma ti aggiornano passo passo su ciò che accade nei territori. E’ così che si riescono a tracciare i quadri delle situazioni e sbrogliare i fili intrecciati delle matasse.  E’ un esercizio fisico e mentale che va fatto ogni santo giorno, pena la perdita dei contatti e la mancanza di materiale. In altre parole, in questo lavoro se rimani fuori 15 giorni sei letteralmente fregato.
Per questo si accetta incautamente ogni sorta di proposta, per rimanere a galla, per non uscire dal “giro” e sperare ancora che un giorno qualcuno prenda di petto la situazione e ridia dignità a noi e a questo lavoro ormai non più considerato tale. Sfruttato, svenduto, screditato. Messo sempre più nelle mani di blogger qualsiasi pagati a “fama”-
Ed è per questo che sul web, dove i morti di fama e di click si danno guerra incessantemente, si assiste a foto di corpi dilaniati, di bambini, di suicidi, oppure leggiamo intercettazioni private che distruggono le vite delle persone e non c’entrano nulla con le vicende giudiziarie di cui si parla. Oppure, peggio ancora, assistiamo a processi mediatici con tanto di insensate condanne, prima ancora che si esprimano i giudici dei tribunali, unici e soli autorizzati a condannare o assolvere un imputato. Un lavoro tra i più difficili e delicati del mondo degradato a pettegolezzo tramandato tra un copia incolla e l’altro.
Ma la colpa di tutto questo di chi è? Delle leggi non scritte e di quelle esistenti ma inefficaci di uno Stato malato che consente spudoratamente a certi editori in odor di mafia di riciclare i soldi sporchi aprendo giornali come fossero libri. La colpa è di chi si è fatto strumento per politica e malavita, di chi ha venduto la propria anima a un contratto allettante pagando il prezzo della censura, di chi ha ridotto questo lavoro a misero spauracchio per i deboli, di chi non ha il coraggio di mettersi contro i potenti reinventandosi come loro “passa velina” e di chi non ne ha per squarciare silenzi e convenzioni.
La colpa è di tutti quelli che hanno fatto perdere credibilità a questo lavoro, autorizzando i lettori a spendere un euro per un caffè al bar piuttosto che per comprare un giornale per sentirsi preso in giro.
Nonostante tutto, il giornalismo, soprattutto in Calabria, è ancora pieno di soldatini validi e talentuosi che nel frattempo stringono i pugni e attendono tempi migliori.
Buon 1° maggio a chi ha troppa voglia del suo lavoro, tanto da rimetterci tempo, soldi e salute.