'Ndrangheta| Clan Piromalli, quei rapporti istituzionali tra Vizzari e Pittella che imbarazzano Palazzo della Regione

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'Ndrangheta| Clan Piromalli, quei rapporti istituzionali tra Vizzari e Pittella che imbarazzano Palazzo della Regione

(Nella foto, Marcello Pittella. Fonte foto: La Nuova del Sud)
Gli hanno fatto vedere come lavorano. Marcello Pittella guardava con meraviglia gli enormi capannoni chiedendo se fossero tutti suoi, poi si allontana per chiamare al telefono suo padre e raccontare quella che aveva appena visto.
E’ questo, in sintesi, il contenuto di una intercettazione captata dal Ros durante una telefonata accorsa tra l’imprenditore Rosario Vizzari, in carcere da gennaio scorso, e il mammasantissima della piana di Gioia Tauro, Antonio Piromalli. Il dialogo risale al dicembre 2015 e si riferisce ella visita del presidente della Regione Basilicata, in visita a New York per un viaggio istituzionale a fini promozionali.
Vizzari, considerato il ponte degli affari tra l’America e la Calabria, nonché referente e prestanome del potente clan dei Piromalli, è stato arrestato nell’ambito di una inchiesta reggina con cui il magistrato Cafiero De Raho ha provato a stroncare il traffico illecito di prodotti tipici sull’asse italo-americana disponendo il fermo di 33 persone.
L’incontro tra Pittella e Vizzari, di cui aveva ampiamente parlato nel febbraio scorso dal Quotidiano del Sud, aveva già destato polemiche per una foto che li ritraeva abbracciati a favore di obiettivo nel New Jersey, nella sede di Avant Garde Sales & Marketing, la società che aveva risposto al progetto Sviluppo Basilicata. L’obiettivo era quello di distribuire e commercializzare i prodotti tipici lucani, anche grazie alla Global freight services Inc., società di Vizzari accreditata presso la “Food and Drug amministration” per il settore dell’import-export.
Il clima ospitale e distensivo ha poi convinto la delegazione del presidente, capitanata dal direttore generale del dipartimento attività produttive Giandomenico Marchese, a recarsi nuovamente negli States per l’evento “Basilicata meats New York”, organizzato un anno dopo. Anche qui Pittella e l’avvocato imprenditore si fanno ritrarre sorridenti uno stretto all’altro.
A sua difesa, però, il figlio minore dello storico senatore Mimì Pittella, co-autore della riforma sanitaria del ’72, e fratello del vicepresidente del parlamento europeo Gianni Pittella, invia una lettera al direttore del Quotidiano del sul per replicare all’articolo apparso una settimana dopo l’arresto di Vizzari.
Ecco il testo integrale:

“Gentile direttore,
Ho sorriso stamattina. Ho sorriso leggendo il titolo in prima pagina “Pittella incontrò il referente del boss”. Ed in quel momento mi sono chiesto: ora chi spiega ai cittadini la circostanza di quell’incontro pubblico ed istituzionale? Ora chi spiega che quel titolo riportato in prima pagina richiama una inaugurazione alla quale un Presidente di Regione ha partecipato incontrando quanti in quel giorno erano presenti e facendo anche foto di rito? Certo, i fatti sono fatti e vanno sempre riportati, ponendo attenzione al modo e alle parole che sono uno strumento nelle mani di ciascuno di noi, da utilizzare nel rispetto di ruoli e funzioni con la massima responsabilità e consapevolezza. Quelle domande però restano nel vuoto e mi fanno sorridere ancora. Perché sará complicato togliere una ‘frase di sei parole’ dalle menti di chi le ha lette e di chi vive da lontano e con memoria più leggera i fatti. E allora sorridere mi alleggerisce del peso di un tema che va affrontato e con il quale mi confronto quotidianamente da uomo delle istituzioni, sempre in prima linea.
Il ruolo dell’informazione e degli effetti che provoca non può cadere nel vuoto come le mie domande di stamane. Perché é quella informazione che costruisce il percepito e plasma l’opinione pubblica, inoculando come accade da tempo il seme del sospetto, del tutto sbagliato, del malcostume e del malaffare. Sono convinto che condividerà con me questa riflessione, perché sono convinto che come me, anche voi nell’esercizio della vostra importante professione vi ponete domande, chiedendovi se i fatti corrispondono al vero e se quei fatti riportati in un certo modo possono essere tendenziosi o costituire già condanne. So che vi chiedete se é eticamente e moralmente corretto raccontare, lasciandovi guidare dalla deontologia, un avvenimento anziché un altro. Come sono convinto che vi chiedete se un titolo o un articolo, che diventa la notizia del giorno, pregiudichi il giudizio sull’operato di una persona pubblica o per dirla meglio di un uomo.
I social ci portano a confrontarci in maniera dirompente con il “percepito” e a rincorrere opinioni che diventano “realtà” e portano voi a confrontarvi su quale sia il ruolo di una professione che va difesa nei suoi fondamenti deontologici e distinta dal mare magnum di una rete che genera “professionisti disinformati del racconto”. Noi non possiamo starci. A noi il compito di verificare. A noi il compito di non lasciarci trascinare dall’impeto eroico di una tastiera ma di ragionare su quanto andremo a dire e fare, e sui giudizi non espressi ma lasciati intendere e sottaciuti. A noi spetta quel compito più che agli altri, per evitare che una persona incontrata una volta e con la quale ci si é scambiati parole di circostanza diventi un amico fraterno ‘da abbracciare’ e con il quale si ha percorsi da condividere.
Tutto questo richiede impegno. Ci invita a spogliarci dei vestiti che ci siamo cuciti addosso e di vestirci dei panni degli altri, che di sicuro non ci calzeranno a pennello, ma che vanno provati e tenuti in considerazione. Solo cosi eviteremo racconti sommari. Solo così eviteremo derive populiste insieme al radicamento di estremismi difronte ai quali ogni nostra parola si infrange nel vuoto perché giudicata sbagliata a priori. Come a priori una stretta di mano, per me come per voi, non può diventare un patto di sangue o seme del sospetto. Il bellissimo esercizio della democrazia ci consente di aprirci alla pluralità delle voci e ci permette di essere liberi. E quella libertà, la vostra come la mia, va difesa dal gioco di facili sofismi e costruzioni manichee.
Io, gentile direttore, voglio essere libero da pregiudizievoli schemi mentali e difendere oggi come domani, la banale linearità di ciò che accade. Le dietrologie le lascio, come so che fate anche voi, a chi decide di indossare il costume etico del detrattore. Il mio, come sono sicuro anche il vostro costume, é quello della trasparenza. É con questo sentimento che mi sento di condividere con voi queste poche riflessioni, sicuro che torneremo nella nostra quotidianità e nelle nostre case, con l’intento comune di essere portatori di una sana normalità e di semplici e banali verità.”
Marcello Pittella