San Lucido (Cs) | Morte MicheleAngelo Montefusco, salta l'ennesima udienza del processo: il messaggio al vetriolo del padre

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San Lucido (Cs) | Morte MicheleAngelo Montefusco, salta l'ennesima udienza del processo: il messaggio al vetriolo del padre

(MicheleAngelo Montefusco in una immagine che lo ritrae pochi giorni prima di morire) 
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«Anche domani, il processo salterà! Non possiamo mica impedire al giudice di avere un figlio. Certo che no! E rischiamo la prescrizione». E’ solo il prologo, apparentemente sobrio, del violinista Paolo Montefusco, padre di MicheleAngelo Montefusco, il giovane dj di San Lucido conosciuto con lo pseudonimo di Miki Monte, morto suicida a febbraio del 2011 a pochi giorni dal 18esimo compleanno.
In seguito alle denunce dei suoi genitori, i Pm hanno aperto un fascicolo per il reato di stalking che a un uomo, il papà della ex fidanzatina, al momento è costata una imputazione coatta da parte del Gip Carmine De Rosa. Dopo due udienze, però, il processo sembra aver avuto una battuta di arresto. La terza udienza doveva essere discussa lo scorso autunno ma venne rinviata, così come quella che si sarebbe dovuta tenere questa mattina. I tempi slittano ancora e il processo si avvia pericolosamente verso la prescrizione.
Così Paolo Montefusco, in un chiaro momento di rabbia, lancia un’anatema dal suo profilo che potrebbe surriscaldare gli animi e non solo, per poi concludere: «Dopo il fallimento della “terrena” attendiamo la “divina” dal momento che la “fai da te” è troppo complicata da far digerire al resto del mondo. Speriamo di tenere la calma».
Di seguito la storia di MicheleAngelo, di cui ci eravamo occupati a maggio di un anno fa:
San Lucido (Cs), 1 febbraio 2011. MicheleAngelo Montefusco è, come accade spesso, nello scantinato della sua casa dove ha costruito uno spazio tutto per sé, tra le ingombranti casse che amplificano la musica della consolle, su cui muove i primi passi da dj, e il computer dal quale guarda il mondo.
Sono le 15:43 di un pomeriggio qualunque, quando manda un sms all’utenza di sua madre: «Sono in garage». Un messaggio innocuo, almeno fino a quando non si scopre che quello sarebbe stato l’ultimo della sua vita: quasi cinque ore dopo, prima suo fratello 14enne, poi sua madre, lo trovano impiccato con un filo di corrente. Accanto al computer, un breve biglietto d’addio e l’ultimo saluto: «Ti voglio bene mamma». Un urlo di dolore squarcia la quiete della cittadina cosentina.
La tragedia sconvolge l’intera cittadina di San Lucido, ma provoca sin da subito una serie di perplessità.
Miki, come lo chiamavano affettuosamente, non soffriva di patologie depressive e le persone a lui vicine parlano, contrariamente, di un ragazzo con una gran voglia di vivere. Avrebbe compiuto 18 anni pochi giorni più tardi e per questo stava organizzando una grande festa, mentre papà Paolo, solo qualche ora prima, tentava, invano, di ridimensionare le sue smaniose richieste.
Ai funerali partecipano in migliaia, la disperazione di amici e compagni si tocca con mano, nessuno sa darsi una spiegazione per un dramma così grande. O forse sì. Si è suicidato per una delusione d’amore, si affrettano a dire in paese, e anche alcuni giornali.
Ma i genitori Emanuela e Paolo, affranti ma lucidi, respingono con forza la tesi: i motivi che avrebbero spinto all’insano gesto sarebbero altri. Ne sono talmente certi, che, poche settimane più tardi, si rivolgono alla Procura di Paola per chiedere che si indaghi su quella morte, archiviata troppo in fretta come un semplice suicidio, quando invece nasconderebbe episodi e risvolti inquietanti.
Secondo la versione dei genitori, le ragioni per le quali MicheleAngelo si è tolto la vita, sarebbero da riscontrarsi nelle vessazioni e nelle pressioni psicologiche perpetrate, per mesi, dai genitori di colei che, a periodi alterni, sarebbe stata la fidanzatina del figlio da oltre un anno.
Sul foglio lasciato accanto al computer, in effetti, l’adolescente non parla presunti tradimenti o delusioni amorose, ma di “una passione per una ragazza”, testuali parole, che gli avrebbe procurato così tanti dispiaceri da non riuscire a trovare altra soluzione di un cappio intorno al collo.
Mamma Emanuela e papà Paolo sono convinti di sapere bene a cosa si riferisca il figlio e agli inquirenti descrivono dettagliatamente le vicissitudini capitate nei mesi precedenti alla morte. Il reato ipotizzato, con un’imputazione coatta inflitta dal Gip Carmine De Rosa in un processo giunto alla seconda udienza, è quello di stalking.
Ma la via per la verità, seppure sembri a portata di mano, è tortuosa e tutta in salita. Da quel momento, per i due sfortunati genitori, comincia il dramma nel dramma: dopo la perdita di un figlio, sono costretti ad affrontare una lotta estenuante per una giustizia che, in Calabria, ancora troppo spesso, fa a botte con collusione e omertà.