Plinius | A Scalea c'è la mafia, anzi no: il processo che rischia di scoppiare come una bolla di sapone

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Plinius | A Scalea c'è la mafia, anzi no: il processo che rischia di scoppiare come una bolla di sapone

(Nella foto, una veduta di Scalea. Fonte foto: dal web)
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C’era una volta la mafia. Anzi no, non c’era, perché il secondo grado del processo di rito ordinario concernente l’inchiesta Plinius ha escluso l’aggravante dei commi 4 e 5 dei commi del 416 bis del codice penale per tutti gli imputati di associazione mafiosa, fatta eccezione per Mario Stummo. Ciò significa che per tutti è caduto il collante della mafia. Se reato c’è stato, insomma, non di certo è stato commesso su commissione o per incrementare gli affari della storica cosca mafiosa dei Muto di Cetraro.
Bene. No, anzi male. Perché delle due l’una: o gli avvocati sono uno più bravo dell’altro e quindi sono riusciti a raggirare la legge, cosa che non crediamo affatto, oppure i giudici della corte d’appello di Catanzaro hanno studiato le carte più a fondo dei colleghi paolani riscontrando l’innocenza di molti imputati, a questo punto ingiustamente detenuti e ingiustamente marchiati dalla più infamante delle accuse. Versione che per logica e fiducia nelle istituzioni riteniamo decisamente più plausibile e veritiera.
Fatto sta che dopo il polverone mediatico e le accuse più disparate alla città di Scalea, le assoluzioni sono stati in tutto 11 e quasi per tutti si è verificata la riduzione della pena, la riqualificazione del reato e la restituzione dei beni. Insomma, la situazione non era proprio come sembrava.
Gli assolti sono: Antonino Amato, Luigi Bovienzo, Maurizio Ciancio, Santino Crisciti, Giuseppe Forestieri, Pino Manco, Antonio Vaccaro, Giovanni Oliva, per cui è stata riconfermata la sentenza di primo grado; mentre gli altri tre assolti, Rodolfo Pancaro, Angelo Silvio Polignano e Agostino Iacovo (clicca qui per leggere le dichiarazioni esclusive) in primo grado erano stati rispettivamente condannati a 3 anni 3 mesi, 5 anni e 4 anni e 8 mesi di reclusione.
Le sentenze di condanna, invece, hanno ridotto complessivamente 45 anni di reclusione.
Nicola Balsebre passa da 5 anni a 2 e 6 mesi; Pierpaolo Barbarello da 2 anni a 1 anno; Pasquale Basile da 15 anni a 6 anni e 4 mesi; Giuseppe Biondi da 4 anni a 2 anni e 8 mesi; Vincenzo Bloise da 4 anni a 2 anni e 8 mesi; Riccardo Montaspro da 9 anni 3 mesi a 7 anni; Mario Nocito da 15 anni a 10 anni e 9 mesi; Eugenio Occhiuzzi da 4 anni e 6 mesi a 4 anni 2 mesi; Francesco Paolo Pugliese da 5 anni a 2 anni e 6 mesi; Cantigno Servidio da 12 anni a 8 anni e 9 mesi; Alvaro Sollazzo da 11 anni e 4 mesi a 7 anni e 6 mesi; Marco Zaccaro da 9 anni a 4 anni e 8 mesi; Giuseppe Zito da 10 anni a 4 mesi a 8 anni; Mario Stummo, l’unico del rito ordinario per cui sussiste ancora il reato di associazione mafiosa, è passato da 14 anni a 10 anni e 6 mesi.
Confermate invece le sentenze di Luigi De Luca, 8 mesi, Francesco De Luca, 6 mesi e Corrado Lamberti, condananto a 4 anni 6 mesi di reclusione.
Peccato, però, che tra il 13 luglio 2013, giorno della maxi retata da 38 arresti, e le sentenze di ieri siano passati 4 anni, una miriade di pregiudizi e un commissariamento del consiglio comunale per infiltrazioni mafiose che forse non doveva esserci, considerato che a questo punto della vicenda l’ex sindaco, i 5 assessori e il capo dei vigili coinvolti nell’operazione risultano prosciolti da ogni accusa di affiliazione mafiosa e quindi scevri da ogni condizionamento criminale.
Tenendo sempre in considerazione che manca ancora l’ultimo grado di giudizio, a questo punto chi è che deve chiedere scusa a chi? Chi è che ha commesso l’errore di valutazione? Chi darà indietro agli imputati i giorni passati dietro le sbarre, quelli in cui si è stati accusati di mafia e quelli in cui gli scaleoti hanno dovuto difendersi da stereotipi beceri e insulsi?
Proprio come l’operazione Frontiera (fatta eccezione per qualche soggetto), anche Plinius, dunque, rischia di dissolversi come una bolla di sapone. Un dispendio di soldi pubblici e di energie ad uso e consumo dei media, fatto di intercettazioni private date in pasto al pubblico, estrapolate da contesti sbagliati e male interpretate, proclami di vittorie di uno Stato che ha vinto contro se stesso e di cambiamenti che non arrivano, salvo poi rivelarsi un mero specchietto per le allodole che non toglie i dubbi ma confonde ancor di più le acque e lascia con un inquietante interrogativo: hanno sbagliato gli inquirenti che hanno dato vita all’inchiesta o i giudici che hanno assolto e ridotto le pene?