Un anno fa l'arresto del boss cetrarese Franco Muto, la cronistoria della scalata nell'onorata società

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Un anno fa l'arresto del boss cetrarese Franco Muto, la cronistoria della scalata nell'onorata società

(Una rara immagine del boss Franco Muto. Fonte foto: dal web)
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«Finché dura lui si sta tutti bene», diceva un  gruppetto di cetraresi a telecamere nascoste qualche mese prima dell’arresto (clicca qui per leggere l’articolo). Poi, invece, nel giorno del 24esimo anniversario dalle stragi di Capaci, lo Stato ha voluto festeggiare con almeno due maxi operazioni che hanno assicurato alla giustizia, almeno per un po’, diversi uomini ritenuti dalla magistratura pericolosi capo mafia, e nella rete ci è caduto anche Franco Muto, arzillo anzionotto con il vizietto di comandare gli affari della costa tirrenica da almeno 30 anni a questa parte, di cui già una decina da dietro le sbarre.
Insieme a lui, nell’operazione Frontiera, è stato ammanettato e condotto nel braccio impietoso del 41bis anche il figlio Luigi, che secondo le inchieste avrebbe dovuto prendere in mano le redini della cosca quando suo padre gliele avrebbe lasciate, solo che le prove tecniche da capobastone hanno dato un risultato alquanto discutibile, considerato ad esempio che nel caso dell’aviosuperficie di Scalea, il padre garantiva protezione al gestore Giorgio Barbieri grazie al pizzo pagato, ma al figlio gli sembrava poco e per aumentare la posta ogni tanto gli lasciava una latta di benzina nei pressi del cantiere.
Ma i Muto, che fino a pochi anni fa sulla costa non si potevano nemmeno nominare tanto era il terrore, sono soprattutto gli incontrastati re del pesce, ossia, gestori unici del mercato ittico dal Lagonegrese fino ad Amantea. E lo sono tuttora grazie a parenti e amici di cui evidentemente l’inchiesta Frontiera non deve essersi accorta. Noi stranamente s¡ (clicca per leggere l’articolo).
Fatto sta che se il traffico di droga ha subito un un rallentamente per cedere il posto, pardon, la piazza ai cugini camorristi (clicca qui per leggere l’articolo), il mercato del pesce è ancora interamente legato mani e piedi a quel che rimane della cosca, a prezzi quasi raddoppiati per sopperire all’aumento delle spese. Pertanto, anche senza di lui, a Cetraro pare che si continui a stare bene lo stesso, fatta eccezione per quei piccotti non ancora ventenni e con le pistole in mano che scalpitano sognando di diventare i nuovi, venerati boss della costa.
Nel frattempo che attendiamo sviluppi per raccontarveli, per commemorare questo primo anniversario vi lasciamo a una sorta di biografia del boss che ha sparso terrore per trent’anni.
 
LE ORIGINI E LA FOLLE SCALATA NELL’ONORATA SOCIETÀ
Franco Muto, alias “il Re del pesce” è detto anche “ ’u Luongu”, nasce a Cosenza 13 maggio 1940.
Alla fine degli anni ’70, smessi i panni dell’imbianchino, del fruttivendolo e del calzolaio, si schiera con i Pino-Sena nella faida sanguinaria contro i Perna-Pranno-Vitelli. La faida terminò solo alla fine degli anni ottanta con un totale di 27 morti.
Il 21 giugno 1980 viene ucciso Giannino Losardo, consigliere comunale di Cetraro e attivista antimafia. Dell’omicidio viene accusato Franco Muto in veste di mandante ma viene assolto in primo e secondo grado e la sentenza passa in giudicato.
Viene condannato a dieci anni in via definitiva per associazione mafiosa, ha anche finito di scontare la pena, nel 2003, ma è di nuovo in carcere dal 20 dicembre 2007, con l’accusa di concorso esterno nell’attività della cosca di Amantea (Cosenza) comandata da Tommaso Gentile (Operazione Nepetia). Assolto in appello nel 2010, la Cassazione ha annullato la sentenza, criticandone il «deserto motivazionale». Secondo le accuse Muto ha concorso alla gestione del traffico di rifiuti in tutto il territorio del Tirreno cosentino (lui in particolare di rifiuti speciali).
Operazione “Godfather” (“Il padrino”) – il 27 maggio 2004, viene arrestata l’intera famiglia: ai domiciliari le donne, la moglie Angelina Corsanto, e le figlie Giuseppina e Mary, in carcere gli uomini, i figli Junior e Luigi Antonio, e i generi Scipio Giuseppe Marchetta e Andrea Orsino (compresi gli altri affiliati, in totale gli arresti sono 21). Solo il boss, Francesco, non è arrestato, perché nel periodo in contestazione, tra il 2001 ed il 2003, era detenuto. L’accusa è di associazione di tipo mafioso finalizzata alla commissione di estorsioni, usura, traffico di sostanze stupefacenti, controllo delle forniture di materiale in appalti pubblici. Dei familiari risulta condannato solo il figlio Luigi, come promotore del clan (sentenza definitiva 3 marzo 2009). Il ministero ha dovuto risarcire per ingiusta detenzione Giuseppina, Mary e Junior Muto (rispettivamente con 3.600, 4 mila e 95 mila euro), e Andrea Orsino (con 150 mila euro). Tutti facevano ricorso invano alla Corte di Cassazione per ottenere di più.
Operazione “Starprice 3-Azimut” – il 6 settembre 2004 il Tribunale di Catanzaro emette un’ordinanza di custodia cautelare contro 70 affiliati al clan Muto, con l’accusa di associazione mafiosa, usura, estorsione a danno di imprenditori edili, traffico di sostanze stupefacenti e riciclaggio. In contestazione anche l’omicidio del venticinquenne Francesco De Nino, ragioniere della cosca Muto, ucciso e sciolto nell’acido (nel 1990) per uno «sgarro» (si sarebbe rifiutato di rivelare al boss Francesco i responsabili del tentato omicidio di un altro esponente della cosca). Per l’omicidio venivano condannati all’ergastolo Francesco Roveto e Lido Scornaienchi. Muto, invece, veniva condannato a quattro anni di reclusione per associazione a delinquere il I marzo 2014, in primo grado (il processo veniva celebrato con grande ritardo, a causa della carenza di personale addetto a fotocopiare gli atti).
Operazione “Missing” – Viene arrestato il 18 ottobre 2006 con l’accusa di essere il mandante dell’omicidio di Ricioppo Giuseppe (in Cerreto, Cosenza, 10 maggio 1983), ma l’ordinanza fu annullata dalla Cassazione e infine il Muto fu scarcerato. Una quarantina, tra omicidi e tentati omicidi, i delitti contestati nell’ordinanza (emessa contro 36 esponenti di ’ndrangheta), commessi in provincia di Cosenza, tra il 1979 e il 1994, nell’ambito di due successive guerre di mafia, prima tra i Perna-Pranno-Vitelli e i Pino-Sena, poi all’interno della cosca Perna-Pranno-Vitelli. Secondo le accuse, i Muto erano alleati con i Pino-Sena, e l’omicidio Ricioppo fu consumato nel corso della prima guerra di mafia (vedi PINO Francesco). Per l’omicidio Muto è stato assolto, ma le prove raccolte sono state alla base del decreto che ha prolungato la misura di prevenzione della sorveglianza sociale a suo carico, confermata dalla Cassazione nel 2012.
Il 13 settembre 2009 viene trovata una nave, dietro le indicazioni del pentito Francesco Fonti (della ‘ndrina dei Romeo), si pensa possa contenente rifiuti tossici e radioattivi. Gli autori dell’affondamento potrebbero essere stati affiliati dei Mut0.
Dal memoriale, pubblicato su L’Espresso il 9 giugno 2005, scritto da un ex capo della ’ndrangheta, collaboratore di giustizia con un cumulo di pena pari a trent’anni per associazione a delinquere e traffico internazionale di stupefacenti, e consegnato alla direzione nazionale Antimafia, è stata estrapolata la seguente testimonianza:
«Io stesso mi sono occupato di affondare navi cariche di rifiuti tossici e radioattivi. Nel settore avevo stretto rapporti nei primi anni Ottanta con la grande società di navigazione privata Ignazio Messina, di cui avevo incontrato un emissario con il boss Paolo De Stefano di Reggio Calabria. Ci siamo visti in una pasticceria del viale San Martino a Messina, dove abbiamo parlato della disponibilità di fornire alla famiglia di San Luca navi per eventuali traffici illeciti. Fu assicurato che non ci sarebbero stati problemi, e infatti in seguito è successo. Per la precisione nel 1992, quando nell’arco di un paio di settimane abbiamo affondato tre navi indicate dalla società Messina: nell’ordine la Yvonne A, la Cunski e la Voriais Sporadais. La Ignazio Messina contattò la famiglia di San Luca e si accordò con Giuseppe Giorgi alla metà di ottobre. Giorgi venne a trovarmi a Milano, dove abitavo in quel periodo, e ci vedemmo al bar New Mexico di Corso Buenos Aires per organizzare l’operazione per tutte le navi. La Yvonne A, ci disse la Ignazio Messina, trasportava 150 bidoni di fanghi, la Cunski 120 bidoni di scorie radioattive e la Voriais Sporadais 75 bidoni di varie sostanze tossico-nocive. Ci informò anche che le imbarcazioni erano tutte al largo della costa calabrese in corrispondenza di Cetraro, provincia di Cosenza. Io e Giorgi andammo a Cetraro e prendemmo accordi con un esponente della famiglia di ’ndrangheta Muto, al quale chiedemmo manodopera. Ci mettemmo in contatto con i capitani delle navi tramite baracchino e demmo disposizione a ciascuno di essi nell’arco di una quindicina di giorni di muoversi. La Yvonne andò per prima al largo di Maratea, la Cunski si spostò poi in acque internazionali in corrispondenza di Cetraro e la Voriais Sporadais la inviammo per ultima al largo di Genzano. Poi facemmo partire tre pescherecci forniti dalla famiglia Muto e ognuno di questi raggiunse le tre navi per piazzare candelotti di dinamite e farle affondare, caricando gli equipaggi per portarli a riva. Gli uomini recuperati sono stati messi su treni in direzione nord Italia. Finito tutto, io tornai a Milano, mentre Giuseppe Giorgi andò a prendere dalla Ignazio Messina i 150 milioni di lire per nave che erano stati concordati».
Il 19 luglio 2016 con la conclusione dell’operazione Frontiera dei Carabinieri di Cosenza viene arrestato per associazione mafiosa. L’operazione è scaturita dall’omicidio in Campania del sindaco di Pollica Angelo Vassallo.
Il 19 gennaio 2017, quando Muto è in carcere da sei mesi, si conclude l’operazione Cumbertazione che porta al sequestro di 54 imprese e 34 imprenditori riconducibili ai Piromalli, ai Muto nella figura di Angelina Corsanto, moglie di Franco Muto e ai Lanzino-Ruà aggiudicandosi negli ultimi 3 anni 27 gare d’appalto. L’operazione nasce nel 2014 a seguito dell’operazione Ceralacca 2.

Fonte biografia: cinquantamila.it