Rapporti con il clan Muto, disposta la scarcerazione per Giorgio Barbieri e Massimo Longo

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Rapporti con il clan Muto, disposta la scarcerazione per Giorgio Barbieri e Massimo Longo

(Fonte foto: Cosenza Channel) 
Non solo Giorgio Ottavio Barbieri e Massimo Longo non sarebbero collusi con la storica cosca cetrarese dei Muto, ma addirittura l’imprenditore romano ne sarebbe vittima e per questo entrambi devono essere scarcerati. Lo ha stabilito due giorni fa la Cassazione, che si espressa nell’ambito del procedimento “5 lustri- Frontiera” in cui i due risultano indagati. A darne notizia è il sito L’altro Corriere.
Accogliendo il verdetto del massimo tribunale, quello del Riesame ha disposto immediatamente l’ordinanza, che ridà la libertà a Barbieri e Longo, anche se il primo dovrà necessariamente attendere anche la decisione del Tribunale del riesame di Reggio Calabria per il processo che lo vede coinvolto per turbativa d’asta e concorso esterno con il clan dei Morabito.
Nell’ambito dell’inchiesta scaturita dall’operazione Frontiera, in cui sono stati arrestati Franco Muto e il figlio Luigi, la Dda di Catanzaro aveva chiesto il carcere ai sensi dell’articolo 416 bis del codice penale: l’accusa è intraneità di associazione a delinquere di stampo mafioso. L’inizio del processo ordinario avrà luogo a Paola il prossimo 19 ottobre.
Secondo il quadro accusatorio, i rapporti tra il boss Franco Muto e l’imprenditore edile Barbieri erano suggellati dal pagamento mensile del pizzo da 11mila euro, consegnato da Longo, collaboratore di Barbieri, grazie al quale lo ‘ndranghetista cetrarese avrebbe dovuto garantire protezione per tutte le attività del giovane imprenditore, a cominciare da possibili richieste estorsive da parte della malavita cosentina per la gestione del parcheggio di piazza Bilotti. Inoltre, il clan Muto, come riporta il sito diretto da Pollichieni, con il pagamento degli 11mila euro «gli avrebbe garantito l’approvvigionamento di pesce per l’hotel “5 stelle” di cui è proprietario e inoltre l’affidamento per la gestione della discoteca di Sangineto “Il Castello” sempre di proprietà di Barbieri».
Ma il legale di Barbieri, Nicola Rendace, ha fatto leva sulla mancata partecipazione del suo assistito alle attività del clan, «non esistendo indizi di adesione al patto associativo né tantomeno di attività a sostegno degli interessi dell’associazione». Dal canto suo, la Cassazione non si è lasciata pregare distinguendo i due concetti giuridici simili ma la cui differenza risulta sostanziale, e cioè quelo tra “imprenditore vittima” e “imprenditore colluso”. Secondo la Corte, Barbieri apparterrebbe alla prima categoria perche «soggiogato dall’intimidazione, non tenta di venire a patti con il sodalizio, ma cede all’imposizione e subisce il relativo danno ingiusto, limitandosi a perseguire un’intesa volta a limitare tale danno. Di conseguenza il criterio distintivo tra le due figure sta nel fatto che l’imprenditore colluso, a differenza di quello vittima, ha consapevolmente rivolto a proprio profitto l’essere venuto in relazione col sodalizio mafioso».
La Corte ha inoltre precisato che di fatto il pagamento disposto daBarbieri non gli avrebbe procurato nessun vantaggio, né di protezione nei confronti delle altre cosche per quanto riguarda il parcheggio di Piazza Bilotti né per l’aggiudicazione degli appalti relativi agli impianti di Lorica, Scalea e la costruzione di Piazza Bilotti. Di qui la decisione.