«Così l'amianto ha ucciso mio padre»: la guerra di Massimo Alampi contro la fibra killer

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«Così l'amianto ha ucciso mio padre»: la guerra di Massimo Alampi contro la fibra killer

Il 23 aprile 2016 Letterio Alampi si spegne. Un uomo fra tanti. E non fa notizia. Muore consumato dal male del secolo, soffocato, martoriato tra sofferenze inenarrabili. Se ne va tra il dolore dei suoi famigliari che impotenti assistono al trapasso mentre il cuore si lacera e lascia una ferita indelebile.
Solo che quell’uomo è il padre di Massimo Alampi, reggino caparbio e testardo che proprio non si vuole rassegnare alla perdita. Prematura. Perché per un figlio il tempo trascorso con un genitore è sempre troppo breve. Il sesto senso gli dice che suo padre non è semplicemente morto, gli è stato strappato dalla mani ingiustamente e si mette a fare ricerche su ricerche fino a che intuisce di aver ragione. Suo padre è stato ucciso dalle fibre di amianto che ha respirato per anni mentre lavorava per portare il pane in tavola ai suoi cari.
Massimo ci scrive in una lettera: «Non è facile scrivere, perché inizio ad arrabbiarmi parecchio. Tutto comincia a novembre 2015, qualche sintomo, liquido ai polmoni, ricovero presso gli Ospedali Riuniti reparto medicina, messo lì per tutta una serie di analisi. A ridosso delle feste natalizie, viene mandato a casa in dimissione protetta, con l’appuntamento dopo qualche giorno per rieseguire Tac. Ma il giorno dopo la dimissione siamo stati costretti a ricoverarlo perché stava nuovamente male».
Comincia male la storia di quest’uomo e l’epilogo sembra essere scritto già dalle prime battute: «Questa volta è stato ricoverato nel reparto di pneumologia al presidio Morelli, dove è rimasto per altri 15 giorni circa, ma quando i medici hanno deciso di fare la broncoscopia e quindi una biopsia, il 31 dicembre 2015 a causa dei macchinari guasti, come ho letto in cartella clinica, è stato trasferito al policlinico di Messina. Anche qui tutta una serie di accurati accertamenti e poi broncoscopia e biopsia, fino alla dimissione 11 febbraio 2016».
La diagnosi è agghiacciante: Mesotelioma Pleurico Sarcomatoide. Prognosi: prima muore e prima smette di soffrire. La dipartita avverrà un mese e mezzo più tardi.
Da quel giorno Massimo sprofonda tra le fiamme dell’inferno. Quelle scene del vano tentativo di rianimare suo padre durante il trapasso terreno, gli stritolano il cervello senza dargli pace. Così, per provare a lenire il dolore, comincia a scrutare il web per capirne di più sulla bestia e provare almeno a difendere il resto della famiglia.
Girovagando nei meandri della rete, scopre che la causa di quella malattia è dovuta unicamente all’esposizione all’amianto. Scopre che esiste la malattia professionale industriane, scopre che in caso di diagnosi di Mesotelioma Pleurico corre l’obbligo di denuncia alla Procura della Repubblica, scopre che esiste una sorveglianza sanitaria obbligatoria per gli esposti ed ex esposti di competenza delle ASP. Così come era stato esposto suo padre, che dal 1° marzo 1966 al 31 agosto 1992 ha lavorato presso la OMECA (Officine Meccaniche Calabresi) di Reggio Calabria come addetto alla costruzione, alla saldatura e alla coibentazione, operativo presso tutti i reparti.
«Sorveglianza sanitaria? E che cos’è? – scrive ancora Massimo nella sua missiva -. Mai nessuno ha inviato comunicazione per dire «ma forse è meglio che ti controlliamo di tanto in tanto». Nessuno dice niente, la parola amianto fa paura a tutti, è tabù e tutti scappano, fanno finta di niente».
Intanto scopre che esiste anche il Piano Regionale Amianto, un piano definitivo di protezione dell’ambiente, decontaminazione, smaltimento e bonifica ai fini della difesa dai pericoli derivanti dall’amianto. Scopre l’amianto esiste e che le sue fibre uccidono. E che nelle istituzioni sanno, anche se non se ne parla. 
La battaglia di Massimo Alampi comincia il quel preciso istante: «Molti sono i promotori di guerre contro l’amianto ma pochi si fanno avanti, ed io ero in cerca di qualcuno che mi potesse aiutare a dare giustizia ad una morte così atroce. Qui entra in gioco, se così si può dire, l’avv. Ezio Bonanni, presidente dell’Osservatorio Nazionale Amianto (ONA ONLUS) uno dei massimi esperti mondiali  (io lo chiamo “squalo”) da me contattato, e da lì scopro il mondo che gravita attorno alla questione amianto».
«L’avvocato Bonanni, oltre a essere il mio legale e dei miei familiari, – continua il figlio della vittima – comincia quindi a coinvolgermi nell’attività dell’Osservatorio Nazionale Amianto, decide così di affidarmi l’incarico di Coordinatore ONA su Reggio Calabria. Anche qui  faccio altre scoperte, per esempio i mandanti e gli esecutori dell’omicidio di mio padre che sono stati da me denunciati il 2 agosto 2017.  La mia lotta è a tutela e garanzia di tutti gli esposti ed ex esposti all’amianto e cancerogeni. Nessuno gli andrà mai a dire: «Guarda hai lavorato a contatto con l’amianto, per questo motivo, anche se non ti sei ammalato puoi accedere alla pensione anticipata». Nessuno ti verrà mai a dire che se purtroppo hai una malattia correlata all’amianto, scatta la rendita INAIL per malattia professionale. Nessuno ti verrà mai a dire che puoi denunciare il tuo datore di lavoro, pubblico o privato. Insomma, cerco di dare un senso alla morte di mio padre».
Una sorta di omicidio di massa che starebbe avvenendo con la complicità di certe istituzioni: «E’ un problema che tocca tutti, ancoro ci sono milioni di metri cubi da bonificare, e non è vero che le tettoie di amianto sono innocue, il rilascio della fibra è costante giorno per giorno. Tutte cazzate per non allarmare la gente. Ancora ci sono aziende pubbliche e private, scuole, università, navi, ecc., imbottite di amianto. Intere famiglie disintegrate, sono morti gli operai, purtroppo anche le mogli che lavavano gli indumenti di questi poveri disgraziati sono morte».
Una piccola vittoria però Massimo la ottiene. Proprio qualche giorno fa l’Inail invia al suo indirizzo una lettera con la quale papà Letterio viene riconosciuto vittima dell’amianto e ai famigliari viene concesso di attingere al fondo pensionistico riservato.

Battaglia conclusa? Macché. «Spero per me di non fare la stessa morte di mio padre – conclude Massimo -. Sì, pure io sono a rischio. Dobbiamo lottare, nessuno è escluso. La bonifica e la sorveglianza sanitaria sono i miei obbiettivi, pensate un po’ quanta gente si potrebbe salvare, quanti si potrebbero curare e cercare di arginare la malattia».
COS’È L’AMIANTO? – L’asbesto (o amianto) è un insieme di minerali del gruppo degli inosilicati (serie degli anfiboli) e del gruppo dei fillosilicati (serie del serpentino). Per diventare amianto, i minerali di partenza devono subire particolari processi idrotermali di bassa pressione e bassa temperatura.
La produzione e lavorazione dell’amianto è fuori legge in Italia dal 1992, compresa la vendita. La legge n. 257 del 1992, oltre a stabilire termini e procedure per la dismissione delle attività inerenti all’estrazione e la lavorazione dell’asbesto, è stata la prima a occuparsi anche dei lavoratori esposti all’amianto (fonte: Wikipedia).
COS’È L’ETERNIT – L’Eternit è un marchio registrato di fibrocemento e il nome dell’azienda che lo produce, appartenente all’azienda belga Etex. L’Eternit è utilizzato in edilizia come materiale da copertura, nella forma di lastra piana o ondulata, o come coibentazione di tubature.La commercializzazione di Eternit contenente cemento-amianto è cessata in Italia tra il 1992 e il 1994, ma prosegue tuttora, con lo stesso marchio Eternit, in altri Paesi del mondo, tra cui il Brasile (fonte: Wikipedia).
In tutta Italia le strutture realizzate fino al ’92 che contengono ancora amianto sono un numero altissimo.

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