Il boss Franco Muto si difende in aula: «Sono un uomo onesto, mi perseguitano»

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Il boss Franco Muto si difende in aula: «Sono un uomo onesto, mi perseguitano»

L’anziano capomafia partecipa al processo in videoconferenza si dichiara innocente. Ma il collaboratore di giustizia Foggetti nella sua testimonianza racconta l’asse criminale da Cosenza a Praia a Mare confermando il ruolo del boss
 
«Sono un uomo onesto, un lavoratore che ha già pagato il suo debito con la giustizia. Sono 20 anni che mi accusano di tutto, ma io di queste cose non so assolutamente nulla. Io e mio genero Andrea Orsino, al quale hanno sequestrato la pescheria, abbiamo sempre lavorato onestamente. È stato detto che il clan Muto prendeva il pescato dal porto, ma è falso. Intanto non vi era nessun clan e poi erano i pescatori che portavano il pesce alla pescheria da mio genero e lui rilasciava regolare fattura. Ho lasciato anche mia moglie, perché non volevo che continuassero a darle fastidio, ma ancora oggi vengo accusato di fatti degli anni ’80, per i quali ho già pagato. Qualche volta andavo alla pescheria di mio genero per guadagnarmi qualcosa onestamente. Mi hanno trascinato 4 volte in Assise e sono sempre stato assolto».
Durante un’udienza milanese del processo “Frontiera – 5 Lustri”, a pronunciare queste parole, riportate in esclusiva dalla testata giornalistica Qui Cosenza, è niente meno che il pregiudicato boss della mala Franco Muto, in carcere al 41bis dal 19 luglio 2016, in passato considerato dalla magistratura tra i dieci più pericolosi e sanguinari capi della ‘ndrangheta, ribattezzato “Re del pesce” per l’indiscussa leadership nel mercato ittico dell’intera costa tirrenica.
Già alcuni gironi fa il 77enne cetrarese aveva reso dichiarazioni spontanee ai giudici per dichiarare la totale estraneità ad eventuali affari loschi della Eurofish, l’azienda di distribuzione di prodotti ittici freschi e surgelati, intestata a Andrea Orsini, marito di una delle due figlie. Oggi invece difende a spada tratta pure il genero, che insieme ad altri famigliari del boss, lo Stato ha risarcito in passato con decine di migliaia di euro per ingiusta detenzione. Per la precisione, il ministero ha dovuto risarcire per ingiusta detenzione Giuseppina, Mary e Junior Muto (rispettivamente con 3.600, 4 mila e 95 mila euro e tutti e tre figli di Franco Muto), e Andrea Orsino (con 150 mila euro). L’occasione si presentò con l’Operazione “Godfather” (“Il padrino”), scattata all’alba del 27 maggio 2004, durante la quale viene arrestata l’intera famiglia: ai domiciliari le donne, la moglie Angelina Corsanto, e le figlie Giuseppina e Mary, in carcere gli uomini, i figli Junior e Luigi Antonio, e i generi Scipio Giuseppe Marchetta e Andrea Orsino (compresi gli altri affiliati, in totale gli arresti sono 21). Solo il boss, Franco, non è arrestato, perché nel periodo in contestazione, tra il 2001 ed il 2003, era detenuto. L’accusa è di associazione di tipo mafioso finalizzata alla commissione di estorsioni, usura, traffico di sostanze stupefacenti, controllo delle forniture di materiale in appalti pubblici. Dei familiari viene condannato solo il figlio Luigi, come promotore del clan (sentenza definitiva 3 marzo 2009).
Ma a tradire il capomafia nelle scioccanti vesti di innocente e perseguitato è, nella stessa giornata, colui che è considerato uno dei testimoni chiave del processo, ossia l’ormai noto collaboratore di giustizia Adolfo Foggetti, divenuto l’incubo dei mafiosi e dei politici del territorio di Cosenza e provincia. Dei politici un po’ meno, considerato che nelle procure i loro nomi continuano a essere tutelati da omissis.
Secondo quanto scrive ancora il sito QuiCosenza, il pentito ha svelato ai pm, laddove ci fossero dubbi, l’esistenza di un asse criminale parallelo da Cosenza a Guardia Piemontese e da Cetraro a Praia a Mare. Proprio in quest’ultimo lembo di terra Muto avrebbe consolidato la sua egemonia controllando in lungo e in largo ogni sorta di affare. Al di là del monopolio del mercato ittico, il boss comandava sullo spaccio di droga, estorsioni, servizi di sicurezza, appalti, lavori pubblici, sanità e tanto altro. E che forse il clan comanda ancora.

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