Calabria e rifiuti tossici, la storia infinita: cosa cambia denunciando? Il caso del fiume Olivo

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L’operazione Stige, che ha portato all’arresto 169 arresti in tutta Italia solo pochi giorni fa, ha gettato benzina sul fuoco su una Calabria già considerata una discarica a cielo aperto, in terra e in mare. Secondo gli inquirenti «Tallarico faceva a Trapasso Giovanni un’importante rivelazione: sosteneva che, attraverso una delle imprese di Clarà Giuseppe,  si era  accaparrato alcuni lavori di smaltimento di scarti industriali e rifiuti tossici provenienti dall’Ilva di Taranto, avendo la possibilità di effettuare circa dieci o dodici viaggi giornalieri, con il materiale che sarebbe stato poi scaricato in territorio calabrese. Per questa vicenda Tallarico si era adoperato per far incontrare Clarà direttamente con Sestito Giuseppe, al fine di ottenere il placet di quest’ultimo all’esecuzione dei lavori».
 
Da Taranto in Calabria, a smaltire l’ennesimo carico di rifiuti tossici. «Noi abbiamo preso…, stanno facendo lo smaltimento dell’Ilva a Taranto – si legge in una intercettazione – e abbiamo preso tutto il trasporto del limo, del materiale… con i camion e deve venire qua questo materiale, ci sono dieci, dodici viaggi al giorno e ho chiamato a lui l’ho fatto parlare pure con il compare Pino …».
Chiaramente la notizia ha destato sgomento e il pensiero è andato alle decine di navi inabissate nel Mediterraneo, all’ex fabbrica dei veleni di Praia a Mare, alle morti di Crotone e al tasso di mortalità per tumore quattro volte sopra la media nazionale registrato a Paola. Vere e proprie piaghe territoriali di cui nessuno pare però voglia seriamente interessarsi, al di là dei proclami.
Se le navi dei veleni sembrano addirittura non essere mai neppure esistite per le Procure, a Praia a Mare non si è verificato nessun disastro ambientale e a Paola e Crotone, solo per fare un esempio, si continua a morire tra l’indifferenza generale.
A tal proposito vale la pena ricordare come già qualche anno fa la Procura di Paola, con allora a capo Bruno Giordano, si era accorda di una collinetta radioattiva trai Comuni di Aiello Calabro e Serra d’Aiello (Cs), i cui ripetuti controlli avevano rilevato la presenza di materiale come il Cesio-37,  isotopo radioattivo del metallo alcalino cesio che si forma principalmente come un sottoprodotto della fissione nucleare dell’uranio. Per intenderci, è la stessa sostanza rilevata dopo la disastrosa esplosione della centrale nucleare di Černobyl’.  Era il 2009.
Qualche tempo dopo persino il Tg si occupò della vicenda in un servizio breve, dettato dai tempi televisivi, ma esaustivo. I materiali radioattivi rinvenuti nell’area della collinetta, che oltretutto sorge a poche centinaia di metri dal fiume Olivo, a suo volta vicinissimo alla costa tirrenica, per il procuratore Bruno potevano essere la causa del forte incremento di malattie tumorali da radioattività riscontrate in quella zona, come ad esempio il tumore alla tiroide.

Aiello Calabro
La posizione di Aiello Calabro sulla mappa della provincia di Cosenza

 
Le indagini riuscirono poi a portare alla luce quelli che l’inviato del Tg1 definì sarcofagi pieni di materiali nocivi, come il Cesio-137, appunto, e il granulato di marmo.
Peccato però che da allora sia cambiato poco o nulla. Le persone finite sotto inchiesta con l’accusa di disastro ambientale doloso e avvelenamento della Valle dell’Oliva, il 6 marzo di quasi un anno fa sono state tutte assolte, nonostante il Pm avesse richiesto pene fino a 16 anni e 6 mesi di reclusione. Assolte per non aver mai commesso il fatto.
Noi, intanto, vi riproponiamo il servizio del Tg1. Per non dimenticare.

 

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